Pubblichiamo il contributo scritto dai compagni e dalle compagne dell’Associazione Diritti Lavoratori e Lavoratrici Emilia-Romagna sui 90 licenziamenti in corso nello stabilimento Kamila di Parma. Il testo ricostruisce le fasi e i passaggi che hanno portato alla situazione attuale: il sistema di appalti e subappalti attraverso cui Coop ha potuto usufruire di forza-lavoro e liberarsene nel momento opportuno; i cicli di lotte della logistica e la nuova fase verso cui stiamo andando con il nuovo magazzino automatizzato Coop di Anzola.
Particolare attenzione viene rivolta all’innovazione tecnologica del nuovo magazzino di Anzola, che ci porta a interrogarci su che cosa sia davvero questo processo di automazione. Una domanda da affrontare in modo multidisciplinare, per poter essere a supporto della lotta dei 90 e capire veramente di cosa stiamo parlando. Come si muovono le piattaforme e i muletti automatici tra gli immensi scaffali, a che ritmo, da che software sono gestiti, quale livello di sorveglianza è imposto nella fabbrica 4.0, quali benefici, se ci sono, vengono percepiti da chi ci lavora?
Automazione, infatti, quando la guardiamo fuori dai discorsi di Elon Musk e dentro la realtà concreta dei magazzini europei, non significa automaticamente aumento del reddito, maggiore serenità, più salute e più tempo libero. In questo caso, come riporta ADL Cobas, il primo effetto dell’innovazione robotica è il licenziamento e, in secondo luogo, sembra essere l’accelerazione del ciclo continuo delle macchine automatiche e dei dispositivi che servono a stoccare le merci e a mandarle in circolo lungo la filiera di Coop Alleanza 3.0. Ritmi di lavoro umano dipendenti dalle macchine, e non il contrario.
I licenziamenti e i ritmi di lavoro dei nuovi assunti, però, non sono il frutto di una volontà divina incontrollabile.
Proprio i Musk di questo mondo ci hanno promesso che, con l’automazione, avremmo vissuto tutti meglio. Allora perché, quando l’automazione da sogno diventa realtà, troviamo licenziamenti, stipendi più bassi e una vita peggiore? Se ci pensiamo bene, la risposta è l’arcano più semplice di questo mondo: €€€€.
Stiamo tornando a forme molto classiche di lotta di classe e proprio per questo non riguarda solo i 90 licenziati ma tutta la filiera, dalla merce al software al robot alla forza lavoro umana.
Coop Alleanza 3.0 – 90 licenziamenti a Parma pagano il conto di appalti e automazione
Il 22 maggio scorso è stata annunciata la chiusura del magazzino Kamila di Parma, centro logistico per la rete di distribuzione dei supermercati Coop Alleanza 3.0, con il conseguente licenziamento collettivo di circa 90 lavoratori. Una vicenda grave e pesante dal punto di vista delle ricadute occupazionali, che rischia però di essere raccontata come una delle “tante” vertenze della logistica. Sarebbe un errore. Quello che sta accadendo non riguarda soltanto un appalto che termina o un magazzino che chiude: riguarda il modo in cui vengono gestiti l’innovazione tecnologica, l’occupazione e le responsabilità lungo la filiera degli appalti.
Per comprendere la vicenda bisogna tornare al 2020, quando il polo logistico Coop di Anzola dell’Emilia (BO) venne interessato da un importante processo di ristrutturazione e ammodernamento, con l’introduzione di sistemi di automazione per la preparazione dei pallet e lo stoccaggio intensivo. Al tempo quel magazzino era organizzato con un sistema misto che affiancava al personale dipendente diretto di Coop Alleanza 3.0 un meccanismo di appalto e subappalto che coinvolgeva l’operatore logistico Kamila srl e il subappaltatore Consorzio CISA. Nell’ottobre 2020 il magazzino chiuse coinvolgendo oltre 300 lavoratori e per garantire la continuità della distribuzione alimentare della rete Coop in Emilia-Romagna venne quindi attivato e poi potenziato il sito di Parma, gestito da Kamila srl attraverso una filiera di appalti che ha coinvolto il Consorzio CISA e la consorziata Cooperativa MD Service.

Per anni centinaia di lavoratori hanno garantito il funzionamento della logistica Coop. Quando il sistema aveva bisogno di capacità produttiva, flessibilità e disponibilità, quei lavoratori erano indispensabili. Anche se, nonostante questo, impiegati con condizioni che hanno provocato ripetute battaglie sindacali per il rispetto del CCNL, degli orari di lavoro, della giusta retribuzione e della stabilizzazione contrattuale.
Nel frattempo ad Anzola il sito rimaneva chiuso per il doppio del tempo previsto — quattro anni in tutto. Mentre venivano introdotti importanti sistemi di automazione dei processi logistici e per la preparazione degli ordini, oltre 150 degli storici addetti in appalto venivano espulsi definitivamente dal ciclo produttivo. Una trasformazione prevista e programmata da anni, ma niente affatto indolore. Oggi, una volta completata la riorganizzazione e riportati progressivamente i volumi sul sito automatizzato di Anzola, la storia si ripete: il magazzino di Parma chiude e circa 90 lavoratori vengono espulsi a loro volta, in apparenza senza alcuna alternativa.
La domanda che emerge è semplice: se questa evoluzione era prevista da anni, perché non è stato predisposto alcun serio piano di ricollocazione? Perché non sono stati costruiti percorsi di riassorbimento verso Anzola o altre soluzioni alternative?
Non contestiamo l’innovazione tecnologica in sé, né sosteniamo che i processi produttivi debbano restare immutati.
La questione è un’altra: chi beneficia dell’innovazione tecnologica? Se i lavoratori sono stati indispensabili per anni, perché diventano improvvisamente sacrificabili nel momento in cui la nuova organizzazione entra a regime?
Per i lavoratori, l’innovazione potrebbe e dovrebbe significare meno fatica, meno infortuni, meno malattie professionali e una migliore qualità della vita.
Se invece l’automazione dei processi rimane ad esclusivo appannaggio dei datori di lavoro, l’effetto concreto non può che essere l’aumento dei ritmi, della pressione produttiva, dell’usura fisica e mentale, fino alla perdita del posto di lavoro o alla sua sostituzione con manodopera più precaria e dequalificata.
Non è un’ipotesi astratta. Gran parte della forza lavoro oggi impiegata nel polo bolognese è composta da personale assunto di recente, mentre i lavoratori che hanno operato stabilmente prima ad Anzola e poi a Parma — tutti con contratti a tempo indeterminato, con anni di anzianità e professionalità maturate — vengono licenziati ed espulsi dal ciclo produttivo a ogni passaggio che introduce innovazione. È una scelta che pone una questione di responsabilità sociale prima ancora che giuridica. La prevedibilità della chiusura rendeva prevedibile anche il suo impatto occupazionale, e proprio questa prevedibilità rende più grave l’assenza di una gestione non traumatica.
C’è poi il contesto in cui tutto questo accade. La logistica è diventata una delle infrastrutture fondamentali dell’economia contemporanea, eppure è anche il settore in cui si sono concentrate negli ultimi anni numerose inchieste su appalti, subappalti, intermediazione di manodopera e compressione dei diritti. Non si può liquidare questa vicenda sostenendo che “nella logistica funziona così”. Se certe dinamiche si ripetono con regolarità, non siamo di fronte a eccezioni ma a problemi strutturali.

Vi è inoltre un elemento che non può essere ignorato. La maggioranza dei lavoratori coinvolti è di origine straniera. Persone che da anni lavorano, versano contributi, sostengono famiglie, hanno mutui e partecipano alla vita economica del territorio. Eppure questa vertenza ha ricevuto scarsa attenzione politica e mediatica, a differenza di altre crisi occupazionali che giustamente creano allarme e dibattito nel territorio. I diritti del lavoro non cambiano in base alla nazionalità. Non esistono lavoratori di serie A e lavoratori di serie B, e non può esistere una diversa sensibilità pubblica a seconda dell’origine delle persone coinvolte.
Tanto più perché non stiamo parlando di una multinazionale senza volto o di un fondo speculativo privo di radicamento territoriale. Stiamo parlando di Coop Alleanza 3.0, una delle principali realtà della cooperazione italiana, con migliaia di lavoratori, centinaia di punti vendita e un’enorme influenza economica e sociale nei territori in cui opera. Chi determina la struttura della filiera, la distribuzione dei volumi e l’organizzazione del lavoro non può scaricare ogni responsabilità sugli ultimi anelli della catena degli appalti. C’è una evidente cortocircuito tra i valori che Coop rivendica pubblicamente — tutela del lavoro, responsabilità sociale, attenzione alle persone — e ciò che concretamente accade nei magazzini e lungo la filiera logistica che ne sostiene l’attività.
La vertenza di Parma pone dunque interrogativi che riguardano tutti: come si governa la transizione tecnologica? Chi si assume la responsabilità sociale delle riorganizzazioni produttive? È accettabile che l’automazione produca nuove espulsioni dal lavoro senza percorsi di tutela e ricollocazione? E fino a che punto il sistema degli appalti può continuare a frammentare le responsabilità tra chi prende le decisioni e chi ne sopporta le conseguenze?
È necessario aprire un confronto che coinvolga tutti gli attori della filiera, a partire da Coop Alleanza 3.0 e Kamila. Ma anche le Amministrazioni pubbliche e sindacati che non possono lavarsene le mani.
Occorre mettere in campo tutte le possibilità disponibili: il riassorbimento in attività logistiche esistenti, l’utilizzo di posizioni aperte presso altri siti produttivi, la costruzione di percorsi di formazione e riqualificazione professionale, fino alla ricerca di opportunità occupazionali presso altre imprese del territorio.
L’obiettivo non può essere la gestione di 90 licenziamenti. L’obiettivo deve essere la tutela di 90 posti di lavoro.
Ci batteremo per questo — e per qualcosa di più grande. Perché se oggi passa l’idea che chi ha lavorato per anni possa essere semplicemente sostituito e dimenticato, domani nessun lavoratore sarà davvero al sicuro. Per questo ci batteremo non soltanto per noi, ma per tutte e tutti.
