Una tassa poco conosciuta torna a colpire il sex work digitale. E no, non è solo una questione fiscale.
Negli ultimi mesi alcune creator digitali — in particolare persone attive su piattaforme come OnlyFans — hanno iniziato a raccontare di accertamenti fiscali inattesi, legati a una voce del sistema tributario italiano che molte e molti non conoscevano nemmeno: la cosiddetta “tassa etica”.
Non si tratta di una misura nuova, ma di una norma introdotta a metà degli anni Duemila, che prevede un’addizionale del 25% sui redditi derivanti da contenuti pornografici o ritenuti “sensibili”. Questa percentuale si somma alla tassazione ordinaria e produce un effetto molto concreto: a parità di reddito, due persone possono pagare cifre molto diverse, non per quanto guadagnano, ma per il tipo di attività da cui quel reddito deriva.
Per lungo tempo questa tassa è rimasta sullo sfondo, quasi invisibile, perché applicata a un settore percepito come separato, circoscritto, legato a una filiera produttiva riconoscibile. Oggi, però, riemerge con forza, e non è difficile capire perché.
Quando il lavoro cambia, ma le norme no
Nel frattempo il lavoro si è trasformato radicalmente. La produzione e la distribuzione di contenuti si sono spostate sulle piattaforme digitali, dando forma a un’economia individualizzata, frammentata e fortemente precaria, in cui migliaia di persone costruiscono reddito in modo autonomo, intermittente e senza tutele.
OnlyFans è uno degli esempi più evidenti di questa trasformazione, ma non ne è un’eccezione: è piuttosto un punto di condensazione di processi che attraversano ormai molti ambiti del lavoro contemporaneo.
È dentro questo passaggio che la tassa etica cambia segno. Se in origine poteva essere letta come un intervento su un settore industriale specifico, oggi finisce per colpire una molteplicità di soggettività che lavorano da sole, spesso con entrate modeste e instabili. Redditi che non vengono tassati di più perché più alti, ma perché derivano da un’attività che continua a essere giudicata moralmente.
Quando le tasse diventano “politiche”
Il punto, quindi, non è soltanto economico. È politico.
La tassa etica non interviene sulla base della capacità contributiva, ma introduce una distinzione tra forme di reddito. Non tutte sono trattate allo stesso modo: alcune sono pienamente riconosciute, altre vengono tollerate, altre ancora — pur essendo legali — vengono rese più costose, più fragili, meno sostenibili.
Il criterio non è economico. È morale.
Questo emerge con particolare evidenza se si osserva chi, oggi, è maggiormente coinvolto. L’economia delle piattaforme legate ai contenuti per adulti è fortemente femminilizzata e attraversata da soggettività queer, che vi accedono spesso in assenza di alternative lavorative stabili. In questi contesti il corpo diventa una risorsa economica concreta, una leva per costruire reddito dentro un mercato del lavoro che seleziona, esclude e precarizza.
Eppure è proprio qui che si concentra una tassazione aggiuntiva.
Il fisco come dispositivo morale
L’aggettivo “etica” non è neutro. Non descrive la natura della tassa, ma ne esplicita la funzione.
La fiscalità viene utilizzata per tradurre in termini economici una valutazione morale, trasformando il fisco in uno strumento di regolazione indiretta dei comportamenti. Non si vieta esplicitamente, non si censura, ma si introduce un attrito: si rende quel lavoro più costoso, più fragile, meno sostenibile.
Non si dice che quel lavoro è illegittimo. Lo si tratta come se lo fosse meno degli altri.
Negli ultimi anni, anche dentro i Municipi sociali, si sono aperti spazi di discussione su pornografia, rappresentazione e lavoro che hanno provato a spostare lo sguardo, mostrando come il nodo non sia mai il contenuto in sé, ma le condizioni in cui quel contenuto può esistere, circolare, produrre significato e valore. In questi attraversamenti è emerso con chiarezza che la pornografia non è semplicemente un genere o un oggetto morale, ma un campo di tensione in cui si giocano visibilità, potere e riconoscimento.
La tassa etica si colloca esattamente su questa linea.
Chi viene davvero colpito
La contraddizione appare ancora più evidente se si guarda al dibattito contemporaneo sulla tassazione. In un contesto in cui ogni proposta di intervento più incisivo sui grandi patrimoni o sui redditi più elevati incontra resistenze immediate, la tassa etica opera in direzione opposta: non interviene dove la ricchezza è concentrata, ma dove il reddito è fragile e intermittente.
Non colpisce rendite forti, ma economie di sopravvivenza. Non tassa di più chi ha di più, ma chi si espone di più.
Gli effetti sono concreti. La riduzione del reddito netto aumenta la pressione a produrre contenuti, rafforza la dipendenza dalle piattaforme e accresce la vulnerabilità complessiva. Allo stesso tempo, contribuendo a consolidare lo stigma, spinge queste pratiche verso forme di maggiore invisibilità, con conseguenze dirette anche in termini di sicurezza e possibilità di accesso a diritti.
Per questo la tassa etica non è soltanto una norma anacronistica. È un dispositivo attuale, che rende visibile un confine: quello tra lavoro riconosciuto e lavoro tollerato, tra ciò che può essere pienamente legittimato e ciò che resta ai margini anche quando è legale.
Non si tratta solo di quanto si paga.
Si tratta di quali lavori siamo disposte e disposti a riconoscere.
Una linea che si può spostare
In queste settimane si stanno attivando percorsi per chiedere l’abolizione della tassa etica. Non è una battaglia tecnica né settoriale. È una presa di posizione su come intendiamo il lavoro, su cosa riteniamo degno di riconoscimento e su quanto siamo disposte e disposti a lasciare che criteri morali continuino a operare dentro strumenti che dovrebbero essere neutrali.
Perché quella linea non è neutra. E attraversa un terreno già aperto: quello del riconoscimento del sex working come lavoro, con tutte le tensioni che questo comporta — tra autonomia e stigma, visibilità e controllo, possibilità di reddito e condizioni materiali.
Per questo, il punto non è solo difendere un settore.
È decidere se il fisco deve continuare a funzionare come uno strumento di selezione morale — intervenendo proprio dove il lavoro chiede di essere riconosciuto — oppure se è il momento di togliere di mezzo questo confine. Per firmare per l’abrogazione può farlo qui: Referendum Stop Tassa Etica

