Oggi si “celebra” la salute e si moltiplicano le dichiarazioni istituzionali, le campagne patinate, i richiami retorici al valore universale del diritto alla cura ma la verità è che in Italia la salute e la sanità vengono smantellate e calpestate ogni giorno. E mentre si parla di prevenzione e benessere, chi prova davvero a praticare l’universalismo – quello scritto nell’articolo 32 della tanto cara Costituzione – viene colpito, isolato, perseguito.
Lo abbiamo visto chiaramente anche nel recente caso di Ravenna: giovani professionist3 sanitari che, invece di piegarsi a logiche burocratiche e disumane, hanno scelto di mettere al centro la dignità delle persone. Non eroi o eroine, ma medicə che fanno semplicemente il loro lavoro secondo etica. E proprio per questo diventano un problema, perché oggi, in questo paese, chi cura davvero è scomodo.
Il messaggio è chiaro: nessuno osi svelare le bugie e squarciare il velo del “va tutto bene!”. Chi lo fa – soprattutto se giovane, precariə, non allineatə – rischia sanzioni, isolamento, marginalizzazione. È un paradosso violento: mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla sotto il peso delle sue contraddizioni, chi prova a tenerlo in piedi viene trattato come un corpo estraneo.
Ogni forza politica, quando serve consenso, riscopre il SSN. Lo difende a parole. Lo celebra. Lo evoca come simbolo identitario.Poi, una volta al governo – per qualunque governo – arriva la resa: ai vincoli di bilancio, alle compatibilità economiche, alle logiche di mercato. Il risultato è sempre lo stesso: il definanziamento progressivo del pubblico. Si arriva addirittura a prelevare 89 mln dalla sanità per investirli in un finto ammortamento di 20 giorni sulle accise dei carburanti a mo’ di propaganda prima di un referendum sulla giustizia. Ogni scusa è buona.
La sanità viene trattata come un costo da contenere, non come un diritto da garantire. Il SSN è stato trasformato ormai in qualcosa di profondamente diverso da ciò che era nato per essere. Non più un sistema pubblico orientato ai bisogni, ma una macchina aziendale con obiettivi economici, prestazioni misurate in termini di produttività, cittadini trasformati in “utenti”, operatori e operatrici ridottə a ingranaggi.
Quella dell’aziendalizzazione non è stata una semplice riforma organizzativa ma una scelta politica che nessuno ha mai più provato a mettere in discussione. Si è accettato dunque che la salute sia subordinata all’equilibrio dei conti. E quando la salute entra nella logica del mercato, smette di essere un diritto universale. Il risultato è sotto gli occhi di tuttə: mesi, a volte anni, per una visita specialistica, medicina territoriale ridotta al minimo, pronto soccorso saturi, personale stremato o in fuga di massa. In questo schema – non smetteremo mai di dirlo – chi può permetterselo paga. Chi non può, aspetta oppure rinuncia.
Dunque il SSN formalmente esiste ancora, ma materialmente è sempre meno universale e nel vuoto creato dal pubblico avanzano soggetti privati sempre più forti. Non si tratta più di integrazione, ma di sostituzione. Nascono e crescono veri e propri imperi della sanità privata, che intercettano (a pagamento) la domanda insoddisfatta, lucrano sulle liste d’attesa, drenano risorse pubbliche, selezionano le prestazioni più redditizie e ci propinano assicurazioni integrative. E mentre questo accade, lo Stato continua a finanziare direttamente e indirettamente questi attori, invece di ricostruire il pubblico. Ancora una volta: questa è una scelta. Non una fatalità.
Siamo convintə infatti di non essere di fronte a una crisi inevitabile ma ad un processo voluto, guidato e giustificato. Un processo che ha progressivamente svuotato il SSN per aprire spazi di mercato. E oggi vediamo chiaramente l’esito: la salute come terreno di enormi profitti.
Noi crediamo che sia necessario dire alcune cose senza ambiguità:
- la salute non è un servizio, è un diritto!
- il SSN non va “efficientato”, va rifondato!
- l’aziendalizzazione va superata, non corretta!
Il pubblico deve tornare a essere centrale, forte, capillare e soprattutto chi oggi pratica davvero l’universalismo e si batte per esso– nei luoghi di lavoro, nei territori, nelle periferie, nei margini – non va ostacolato, ma sostenuto.
Se oggi esistono “nuovi Re” della sanità privata, è perché qualcuno ha deciso di lasciargli spazio. Se oggi il pubblico arretra, è perché lo si è voluto indebolire e non si ha il coraggio politico di difenderlo fino in fondo, senza compromessi. Se oggi i professionisti vengono puniti quando curano davvero, è perché il sistema non tollera deviazioni dalla logica dominante.
Dunque in questa giornata mondiale della salute c’è ben poco da festeggiare. Ci piace pensare invece che possa servire per iniziare a pensare a veri momenti di rottura su questi temi. Perché oggi la vera linea di conflitto è chiara: da una parte chi difende la salute come diritto universale, dall’altra chi la riduce a merce. E stare nel mezzo, oggi, non è più possibile.
Restituiamo la parola a cittadine e cittadini. Non nei convegni, non nelle dichiarazioni, ma nei luoghi reali della vita e del conflitto. Torniamo nelle piazze! Perché è lì che il diritto alla salute può tornare ad essere collettivo, visibile, non negoziabile. Il 14 marzo a Bologna e il 28 marzo a Roma, nelle piazze “No Kings”, abbiamo iniziato a muovere i primi passi in questo senso.
Occupare le piazze oggi portando questo tema, significa rompere il silenzio che copre lo smantellamento del servizio sanitario pubblico. Significa pretendere, con forza, che la salute torni ad essere davvero universale. Affrontare con radicalità questo tema vuol dire non accettare più compromessi al ribasso, non piegarsi alle logiche di bilancio e di mercato, non lasciare che siano altri a decidere chi ha diritto a curarsi e chi no.
Riprendiamo la lotta un servizio sanitario pubblico, equo e universale.
Ridisegniamo i luoghi della prevenzione, della cura, della riabilitazione.
Ma soprattutto riprendiamoci lo spazio politico necessario per farlo. Perché senza piazze, senza conflitto, senza partecipazione reale, la salute resterà sempre una promessa vuota da campagna elettorale e noi questo non possiamo più permettercelo.
