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Salute dal basso e autogestita: alziamo la testa. È tempo di uno sguardo lungimirante

Un contributo degli ambulatori di salute popolare e autogestita dell’Emilia-Romagna, verso la riunione nazionale del 17 Maggio al Sarà-Fest a Reggio Emilia.

Da qualche tempo l’esperienza dei centri sociali italiani è entrata sotto la lente del riflettore delle scienze storiche. Saranno le cifre simboliche che pesano (ormai sono passati 25 anni, un quarto di secolo, dalla fine degli anni ‘90, l’era d’oro delle esperienze occupate&autogestite), sarà l’uscita di libri che si smarcano dalla memorialistica e dall’aneddotica per affrontare il tema con una postura oggettiva, come Novanta di Valerio Mattioli, ma quell’esperienza magmatica, quel metodo organizzativo, quella forma desiderante che tracimava materialmente le vite che si volevano tutte dedicate al lavoro, sembra – purtroppo o per fortuna – consegnata alla ricerca accademica e ai suoi strumenti, dalla consultazione con scopo documentaristico e archivistico di volantini, manifesti e trasmissioni radiofoniche – ormai trasformatesi in fonti – alle interviste ai protagonisti di allora, ormai canuti testimoni di TAZ e resistenze dai tetti di stabili industriali riconvertiti. Sia chiaro, nessuno sta suonando la campana a morto a chi quel modello, più o meno adattato al presente, lo pratica ancora nella propria città, nel proprio quartiere. Ma è innegabile che “la spinta propulsiva”, quella spinta che ha fatto sì che di anno in anno le occupazioni crescessero esponenzialmente, e nei posti più impensabili (si pensi ai forti ottocenteschi o ai magazzini del sale di una città come Venezia), ha perso in intensità o quantomeno, il modello (laddove ancora r-esiste) si è trasformato e ibridato talmente tanto da essersi trasfigurato nelle sue caratteristiche di allora ed essere diventato qualcos’altro, nelle eterogeneità delle esperienze territoriali.

Ma perchè parlare di centri sociali allora? Perchè da qualche anno c’è un altro fenomeno, nato se non dentro i centri sociali quantomeno “a fianco”, che sta crescendo con un ritmo e un entusiasmo che ricordano quello della stagione dei CSOA. Parliamo chiaramente degli ambulatori popolari autogestiti e autorganizzati. Essi, negli ultimi anni, con una spinta evidente nel disastro della pandemia, si sono diffusi in molte città italiane. Non esiste un’omogeneità organizzativa: ci sono quelli nati dentro ai centri sociali, quelli nati per iniziativa di qualche sindacato di base e quelli nati dalle staffette sanitarie all’interno delle città; quelli nati da sanitari che già si impegnavano in reti di volontariato e hanno sentito la necessità di spendersi con la propria professionalità e quelli nati contro la chiusura di qualche consultorio o di qualche presidio sanitario territoriale. Ma se l’impulso non è soggettivo, volontaristico, come spiegare questa “virulenza” degli spazi di salute popolare?

Ci sono alcune analogie da mettere in parallelo con l’espansione dei centri sociali negli anni 90. Innanzitutto, quelli rispondevano a un bisogno emergente della nuova leva del lavoro immateriale: nel disfacimento della fabbrica fordista, dopo l’attraversamento del deserto degli anni ‘80, nasceva nelle metropoli la necessità di spazi fisici dove incontrarsi e dare spazio a quel desiderio di socializzazione e circolazione delle idee costitutivo di quella nuova forma di vita. Nell’esperienza degli ambulatori di salute popolare, traspare allo stesso modo un’esigenza soggettiva del lavoro vivo: uscire a sinistra dalla crisi del Servizio Sanitario Nazionale (ma si potrebbe dire: del welfare novecentesco), ritrovare il senso di un lavoro che avrebbe nella cura e nella messa a disposizione del prossimo delle caratteristiche ineludibili, così svilite dall’aziendalizzazione e taylorizzazione del lavoro ospedaliero e ambulatoriale.

Un’altra caratteristica fondamentale per la “virulenza” delle istituzioni del comune è la replicabilità: la facilità di “copiare” un modello organizzativo. Allora, tutto sembrava semplice: una decina di amiche e compagne, un collettivo, la voglia di fare musica e politica e uno spazio da occupare. Et voilà: nasce un nuovo CSOA. Ora, nelle esperienze di salute dal basso, da anni si viaggia nei territori, si studiano le condizioni per aprire cliniche e ambulatori autogestiti, tra legacci normativi e metodi organizzativi. Si copia e poi si adatta al contesto locale. Così nascono come funghi queste esperienze che si vogliono riappropriare del tema della salute, farne un terreno di contesa pienamente politico (che c’è di più politico di capire “cosa può un corpo?”) e a partire da quello, discutere delle storture di questa società. Le esperienze di salute popolare riescono a parlare di casa, reddito, diseguaglianze economiche, razzismo, stereotipi di genere, violenza, ambiente.

Infine, come anticipato sopra, entrambe le esperienze si pongono a pieno titolo come istituzioni del comune. I centri sociali rappresentavano luoghi dove incontrarsi e progettare l’azione politica da dispiegare nelle città: la saetta che spezza il cerchio. I laboratori e ambulatori di salute popolare, con il catalizzatore fondamentale che è stata la sindemia  da Covid 19, prendono di petto il fondamento stesso dell’organizzazione della società, sia a livello molecolare che molare; la questione della riproduzione sociale. Del vivere bene e del vivere assieme.

Viviamo in una società atomizzata, dove l’individuo è ridotto a un terminale isolato che interagisce col mondo attraverso flussi finanziari e bonifici, un sistema che ha scisso il legame tra cura e comunità. Il laboratorio di salute popolare rompe questa narrazione: non è un ambulatorio gratuito per poveri, ma un presidio di prossimità che riporta il piano collettivo in primo piano. Qui la salute cessa di essere un bene di consumo individuale per tornare a essere una pratica sociale. L’individuo non è più un paziente passivo che attende una soluzione dall’alto, ma diventa parte di un gruppo in cui la cura è l’architrave su cui si ricostruisce il senso di appartenenza.

Questa partecipazione attiva muta radicalmente la natura del conflitto. Non siamo più di fronte alla sterile protesta del singolo individuo che reclama un servizio mancante, ma a un soggetto collettivo che, nel momento in cui si prende cura di sé e degli altri, assume una consapevolezza politica nuova. Si passa dalla delega all’azione diretta, e in questa pragmaticità si ritrova una fiducia nell’agire che anni di sconfitte e barricate puramente teoriche avevano logorato. È un’applicazione concreta del materialismo storico: partire dai bisogni materiali — il corpo, il dolore, la prevenzione — per generare una coscienza di classe e di comunità che sia solida perché fondata sulla realtà quotidiana.

Ora però per queste esperienze è arrivato il momento di un salto di qualità. La felice emulazione ha prodotto decine di esperienze che però scontano un po’ quella che è stata la sindrome NIMBY (Not In My BackYard) per il movimento ambientalista, ovverosia lo sguardo tutto rivolto alle difficoltà e caratteristiche del singolo territorio, rischiando di perdere di vista la sfida complessiva: lo smantellamento dell’SSN e come lavorare politicamente dentro a questa frattura epocale, nel quadro della guerra globale. È ineludibile superare la frammentazione e provare a trovare un linguaggio e obiettivi comuni. Davanti a una reazione politica e sociale che avanza e che tende a comprimere ulteriormente i diritti, non basta più essere una “rete” formale, ovvero un elenco di sigle che si riconoscono in un manifesto. È il momento di rilanciare un’unione che sia organica, capace di far dialogare queste esperienze non solo per scambiarsi buone pratiche, ma per costruire delle campagne nazionali che siano una un rilancio delle nostre esperienze e un’alternativa di società rispetto a una visione del mondo individualista, securitaria, razzista e populista. Per vincere, la scommessa politica deve spostarsi dal piano della resistenza (arginare i danni del sistema) a quello della progettualità istituente.

Non pensiamo che il mutualismo, da solo, possa sostituire un Servizio Sanitario Nazionale pubblico, universale e realmente accessibile. Il punto oggi non è scegliere tra mutualismo e conflitto, ma capire come ricostruire le condizioni materiali, sociali e organizzative affinché un conflitto sulla salute torni ad avere forza reale.

Dunque cosa possono gli ambulatori popolari oggi?

Così come chi pretende di criticare gli AP “a sinistra” anche noi pensiamo che questi ultimi non siano “la soluzione”, ma possono bensì essere infrastrutture territoriali capaci di produrre fiducia, relazioni sociali, accesso, organizzazione e coscienza collettiva. Per questo da tempo parliamo di oltre-mutualismo: il tentativo di superare sia il mutualismo puramente compensativo sia l’autoreferenzialità di certe pratiche minoritarie del “conflitto” sociale, costruendo spazi che tengano insieme prossimità e organizzazione, cura e politicizzazione, servizi e trasformazione sociale.

Gli AP, proprio perché radicati nei bisogni concreti e non soltanto nella testimonianza ideologica, possono forse rappresentare uno dei pochi spazi oggi capaci di far dialogare mondi che negli ultimi decenni si sono progressivamente separati: mutualismo conflittuale, sindacalismo, professionisti sanitari, associazionismo territoriale, servizi pubblici e nuove marginalità urbane.

Non è un caso che perfino le recenti campagne nazionali per la sanità pubblica — comprese quelle promosse dentro l’orbita del sindacalismo confederale — abbiano dovuto riaprire temi praticati proprio dalle esperienze territoriali di prossimità, dalla salute comunitaria e dal mutualismo.

In questo senso guardiamo con interesse a esperienze di convergenza ampia come il movimento “No Kings”: uno spazio politico attraversabile da soggetti diversi, capace di tenere insieme conflitto sociale, democrazia e opposizione ai processi autoritari e neoliberali del presente. Ma soprattutto uno spazio capaci di mobilitare grandi numeri e diverse fette della società civile. Se si trasporta tale modello (con le dovute accortezze) anche alle lotte sulla salute e la sanità allora c’è una buona probabilità che la convergenza riesca.

Un primo banco di prova sarà la coraggiosa discussione di domenica 17 Maggio organizzata dalle compagne di Reggio Emilia, in ricordo di Sara. Saremo in tanti e saremo diversi: ma è venuto il tempo di trovare obiettivi e progetti che siano in grado di farci sentire che i nostri cuori battono allo stesso ritmo: quello della rivoluzione contro chi ci vuole poveri e silenti. Incattiviti contro il prossimo. Noi invece prefiguriamo nei fatti la vera “società che cura”, che non abbandona nessuno al proprio destino.

A partire dal lavoro che ci unisce sui territori, facciamo alcune proposte di terreni di discussione che si possono trasformare in campagne e azioni da dispiegare in tutto il territorio nazionale:

  • La lotta per il taglio delle liste di attesa, denunciando le liste “ombra” e il nomadismo regionale per poter accedere alle prestazioni; Trasparenza sui dati delle liste d’attesa e accesso ai dati dei sistemi regionali (le regioni ritoccano le statistiche per accedere a “fondi premiali” o per fini di propaganda politica, nascondendo il fatto che ormai il 10% della popolazione rinuncia alle cure).
  • Attivazione dei percorsi di tutela: promuovere azioni legali collettive affinché, se i tempi massimi del PNGLA (es. 10 giorni per prestazioni urgenti) non vengono rispettati, la prestazione sia garantita in intramoenia al solo costo del ticket. 
  • Garantire almeno un consultorio ogni 20.000 abitanti, consultori come spazi pubblici, laici, accessibili e accoglienti, con equipe multidisciplinari e una presa in carico globale. Accesso libero al consultorio senza impegnativa e senza limiti di età. Coinvolgere operatori, operatrici e utenza nella progettazione dei percorsi di cura.Creazione di reti territoriali tra consultori, ospedali, scuole, servizi sociali e associazioni. Equipe multidisciplinari sociali e sanitarie con mediazione culturale. Limitare l’obiezione di coscienza promuovendo concorsi per personale non obiettore, e favorendo l’accesso all’aborto farmacologico nei consultori e tramite telemedicina. Contrasto alla violenza ostetrica e ginecologica attraverso formazione del personale, e rispetto dell’autodeterminazione.
  • Rafforzare una sanità territoriale di prossimità fondata sui principi della Primary Health Care, attraverso microaree e nodi territoriali di salute realmente funzionanti, Case della Comunità non ridotte a “cattedrali nel deserto” e reti integrate capaci di intercettare precocemente i bisogni sociali e sanitari, costruire relazioni di fiducia e garantire accesso universale, continuità assistenziale e partecipazione delle comunità locali, dando piena attuazione ai principi del DM77 e impedendo che rimanga soltanto un modello sulla carta.
  • Una riforma della salute mentale concepita come parte integrante del benessere collettivo; con una visione politica che metta le persone al centro rispettandone i diritti e le specificità. In opposizione alla visione securitarista e penalista del governo.
  • Una critica all’economia politica dell’Unione Europea assieme la difesa e l’allargamento del welfare: questo è stato per 80 anni un continente di pace perchè è stato un continente di diritti. La comunicazione dev’essere semplice ed efficace: ogni euro investito in armamenti è un esame diagnostico negato a un cittadino. Ripensare e rifondare l’Europa a partire da un Servizio Sanitario Europeo e non soltanto da un suo eventuale esercito.
  • Ripensare il diritto alla città a partire dai corpi e dalle menti che le abitano e il loro benessere: la sanità non è solo “medicina”, ma difesa del potere d’acquisto, dei salari e del diritto all’abitare contro la speculazione.