Dagli incontri della delegazione italiana di Donne che tessono il futuro nel Rojava
Siamo arrivate in Rojava in un momento di passaggio, dentro un processo politico appena iniziato e ancora tutto da definire. Il processo di integrazione tra le istituzioni dell’Amministrazione Autonoma e il nuovo assetto istituzionale siriano è infatti ancora in corso e apre interrogativi profondi sul futuro della regione, delle sue comunità e in particolare sulle conquiste delle donne. Abbiamo scelto di esserci proprio per questo: per ascoltare direttamente le donne che questo processo lo stanno vivendo, per incontrare le istituzioni e le organizzazioni che hanno costruito in questi anni una società fondata sulla partecipazione e sull’autorganizzazione e per comprendere, attraverso le loro parole, quali siano oggi le aspettative, le preoccupazioni e le richieste. La nostra delegazione della rete Donne che tessono il futuro, composta da donne provenienti da città e organizzazioni politiche diverse, ha incontrato realtà differenti dell’organizzazione autonoma delle donne. Abbiamo toccato con mano, attraversando luoghi, conoscendo persone e incontrando le istituzioni, una pratica politica concreta costruita nel corso degli anni: donne che amministrano, organizzano la vita sociale, lavorano nelle strutture autonome di giustizia, si occupano di educazione, economia e salute, e partecipano alla difesa delle proprie comunità. Da questi incontri abbiamo portato con noi una sensazione comune: il processo appena iniziato non viene vissuto come qualcosa di già deciso, ma come un terreno ancora aperto, nel quale sarà necessario continuare a lottare perché ciò che è stato costruito non venga cancellato. Siamo state accolte con cura, attenzione, curiosità e con una disponibilità che ci ha accompagnate durante tutti gli incontri. Abbiamo condiviso, tè, caffè, pasti e soprattutto tempo. Il tempo necessario per conoscerci, per raccontarci, per fare domande. Incontrare le persone nei loro luoghi di vita ci ha permesso di comprendere che non stavamo semplicemente visitando una realtà politica. Stavamo entrando, anche se solo per un breve periodo, nella quotidianità di una società che ha cercato di trasformarsi nel mezzo di una guerra.
Ascoltare prima di tutto
Una delle cose che più ci ha colpito durante gli incontri è stata la lucidità con cui le donne del Rojava guardano alla fase che si è aperta. Non abbiamo incontrato donne che pensano che il futuro sia già scritto. Al contrario, abbiamo incontrato donne consapevoli della complessità del momento e della necessità di continuare a organizzarsi. Il processo di integrazione con Damasco è appena iniziato e molti dei suoi contenuti dovranno ancora essere definiti. Quale sarà il ruolo delle istituzioni autonome? Quali saranno le forme della rappresentanza politica? Quali garanzie verranno riconosciute alle diverse comunità? E soprattutto: che spazio avranno le strutture autonome delle donne all’interno della nuova Siria? Sono domande che non riguardano soltanto il futuro istituzionale della regione. Riguardano il futuro concreto di una trasformazione sociale costruita attraverso anni di organizzazione e di resistenza.
Un processo da guardare dal basso
È facile osservare il processo di integrazione soltanto attraverso gli accordi tra governi, le dichiarazioni politiche e le trattative istituzionali. Gli incontri che abbiamo avuto ci hanno mostrato invece quanto sia importante guardare questo passaggio dal basso. Per le donne che abbiamo incontrato, la questione non è semplicemente stabilire quale istituzione amministrerà un territorio. La questione è capire se le persone continueranno ad avere la possibilità di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita. In Rojava abbiamo incontrato donne che negli anni hanno costruito una propria soggettività politica. La co-presidenza, le strutture autonome delle donne, le organizzazioni sociali e le forze di autodifesa non sono per loro principi astratti: sono strumenti attraverso i quali hanno conquistato uno spazio politico che prima non esisteva. È questa l’eredità che oggi deve entrare nel processo di integrazione. E proprio per questo non può essere data per scontata.
Tra i temi che abbiamo incontrato con maggiore forza c’è anche quello della lingua. Parlare della lingua curda non significa parlare soltanto della possibilità di studiare una materia scolastica. Significa parlare di identità, di memoria, di cultura, ma anche della possibilitá concreta di partecipare alla vita pubblica. Per decenni il curdo è stato represso e marginalizzato. La costruzione dell’Amministrazione Autonoma ha rappresentato anche la possibilità per un’intera generazione di studiare nella propria lingua e di costruire un sistema educativo plurilingue. Oggi questo diritto torna a essere oggetto di confronto nel processo di integrazione. Le donne che abbiamo incontrato ci hanno sottolineato più volte come una delle questioni centrali nelle trattative sia stata proprio l’educazione nella lingua madre. Nell’ultimo periodo, il governo siriano ha prima riconosciuto il curdo come lingua nazionale e, più recentemente, ha autorizzato tre lezioni settimanali di curdo nelle scuole. È un passo che rappresenta una novità rispetto al passato, ma che moltissimi studenti e insegnanti curdi considerano ancora molto lontano dal riconoscimento pieno del diritto all’educazione. Durante i nostri incontri abbiamo compreso ancora meglio perché questa questione sia così importante. Una lingua non può essere ridotta a tre ore settimanali se quella lingua è il luogo nel quale una comunità pensa, educa i propri bambini, costruisce la propria cultura e trasmette la propria storia. Il diritto alla lingua riguarda quindi anche il futuro della democrazia siriana. Una Siria realmente plurale dovrebbe riconoscere le proprie diverse comunità non soltanto dichiarandone l’esistenza, ma garantendo concretamente la possibilità di vivere, studiare e partecipare alla vita pubblica nella propria lingua.
Il diritto di famiglia: ciò che cambia la vita quotidiana delle donne
Un altro tema che abbiamo incontrato con particolare attenzione riguarda il diritto di famiglia. È forse uno degli aspetti meno visibili quando si parla del processo di integrazione, ma è quello che più direttamente entra nella vita quotidiana delle donne. In Rojava, il movimento delle donne ha lavorato per trasformare le relazioni familiari e per costruire strumenti giuridici e sociali capaci di contrastare la violenza e la subordinazione delle donne: la legge delle donne e le strutture delle Mala Jin, Case delle Donne che hanno rappresentato una parte importante di questo percorso. Le Mala Jin intervengono in particolare nei conflitti familiari, nella violenza domestica e nelle situazioni di oppressione, attraverso una forma di giustizia trasformativa radicata nella comunità. La normativa costruita nel Nord e nell’Est della Siria ha introdotto principi diversi da quelli contenuti nella legislazione siriana tradizionale in materia di matrimonio, eredità e rapporti familiari. Questo significa che il problema non è soltanto mantenere una struttura amministrativa. Significa chiedersi quali diritti avrà una donna nella propria casa, nella propria famiglia e davanti alla legge. Il diritto di famiglia è infatti uno dei luoghi nei quali una trasformazione politica diventa concreta: nel diritto di scegliere, nel diritto all’eredità, nel rapporto tra donne e uomini, nella possibilità di denunciare una violenza, nel modo in cui vengono affrontati i conflitti familiari. Per questo, ascoltando le donne che abbiamo incontrato, abbiamo percepito quanto sia importante che il processo di integrazione non produca un arretramento proprio su questi aspetti.
Le donne non possono essere fuori dal processo
La Lingua, il diritto di famiglia, l’educazione, la rappresentanza e l’autodifesa possono sembrare questioni diverse. Per le donne che abbiamo incontrato, invece, sono parte dello stesso problema: poter essere soggetti politici e non oggetti delle decisioni altrui. Se una donna non può parlare e studiare nella propria lingua, se non può avere accesso a una giustizia capace di proteggerla dalla violenza, se non può partecipare alle decisioni politiche o alla sicurezza della propria comunità, la sua libertà rimane incompleta. Per questo abbiamo trovato particolarmente significativo il racconto delle donne impegnate nelle diverse strutture dell’autonomia. La co-presidenza, le organizzazioni autonome delle donne, le Mala Jin, le strutture educative e le YPJ non sono esperienze separate. Sono strumenti attraverso i quali, negli anni, le donne hanno costruito una propria soggettività politica. Sono queste le conquiste che oggi devono entrare nel processo di integrazione.
La questione delle YPJ
Tra gli incontri, uno dei temi che abbiamo ritrovato con maggiore forza è stato quello dell’autodifesa delle donne. Le YPJ- Unità di Protezione delle Donne sono una parte fondamentale della storia del Rojava. Sono nate durante la guerra e hanno svolto un ruolo decisivo nella difesa delle comunità e nella lotta contro l’ISIS. Ascoltando le donne che abbiamo incontrato, è diventato ancora più evidente che il significato delle YPJ non può essere ridotto alla loro funzione militare. Le YPJ rappresentano il diritto delle donne a non essere considerate semplicemente persone da proteggere, ma soggetti capaci di assumere direttamente la responsabilità della propria sicurezza e di quella delle proprie comunità. Per questo, nel momento in cui si apre il processo di integrazione, la domanda sul loro futuro assume un significato politico molto più ampio. Non si tratta soltanto di decidere dove e come verranno collocate determinate forze all’interno del nuovo sistema di sicurezza siriano. Si tratta di capire se l’esperienza di autodifesa costruita dalle donne potrà continuare a esistere e a essere riconosciuta. La campagna internazionale “Siamo tutte YPJ” nasce anche da questa consapevolezza. Il confronto politico ha prodotto alcuni elementi di apertura, in particolare sulla possibilità di un’integrazione delle forze delle donne nel Ministero dell’Interno, mantenendo una propria autonomia organizzativa, ma non sulla difesa militare. La questione dell’integrazione delle YPJ nelle strutture della difesa siriana rimane quindi distinta e ancora aperta. La differenza non è sottile e fa capire quanto il governo di Damasco seppur sia stato costretto a fare passi in avanti all’interno dei negoziati, non riconosce la centralità delle donne e cerca di limitare la loro autodeterminazione.
Le donne chiedono di essere parte del processo
Un’altra questione emersa con forza nei nostri incontri è la necessità che le donne non siano semplicemente oggetto delle decisioni prese durante il processo di integrazione, ma ne siano protagoniste.Abbiamo incontrato donne che non chiedono di essere rappresentate da altri: chiedono di partecipare direttamente, ad esempio anche per quanto riguarda la rappresentazione nel parlamento dello stato siriano. Questa è una differenza fondamentale. La trasformazione sociale realizzata in questi anni ha costruito strumenti attraverso i quali le donne hanno potuto assumere responsabilità politiche, amministrative e sociali. Se il processo di integrazione vuole realmente contribuire alla costruzione di una nuova Siria, queste esperienze devono poter entrare nel nuovo quadro istituzionale senza essere svuotate del loro significato. Uno dei nodi centrali della fase attuale riguarda proprio la possibilità di preservare i diritti e le strutture costruite dalle donne nel corso degli anni. Il processo è ancora aperto e molte delle garanzie concrete dovranno essere definite nel percorso politico e costituzionale che seguirà.
“Non sappiamo ancora come sarà il futuro, ma sappiamo cosa difendere.”
Questa è una delle frasi che ci è stata ripetuta più spesso. Forse è proprio questa la caratteristica principale del momento che abbiamo incontrato in Rojava: non ci sono ancora risposte definitive. Il processo è appena iniziato, ma non è concluso. Un processo politico e sociale non coincide con una singola istituzione, ne può essere misurato soltanto dalla sopravvivenza formale di una struttura. Al nostro ritorno abbiamo letto diverse analisi che parlano della fine della rivoluzione in Rojava segnata dagli accordi di integrazione delle Sfd, e ci teniamo a diffondere questo messaggio non ci siamo trovate davanti ad una fine, ma a un cambiamento di fase. Quello che abbiamo incontrato è un movimento e una società che sta discutendo di come riadattare i propri strumenti alla materialità del presente. Le discussioni sono quotidiane e lo sono anche la critica e l’autocritica. La realtà che abbiamo incontrato è più complessa. Gli strumenti possono cambiare, le forme organizzative possono trasformarsi. Alcune strutture possono essere integrate, altre riorganizzate, altre ancora dovranno trovare nuove forme di esistenza. Non abbiamo incontrato donne che ci hanno raccontato una storia già conclusa. Abbiamo incontrato donne che stanno cercando di orientarsi dentro una fase nuova, che pongono domande, che discutono, che si organizzano e che vogliono continuare a essere protagoniste.
Il Rojava ci ha mostrato che ciò che è stato costruito non può essere misurato soltanto attraverso le istituzioni che lo rappresentano.
È nella lingua parlata dalle bambine nelle scuole.
È nelle donne che entrano in una Mala Jin per trovare uno spazio di ascolto e di autodeterminazione.
È nella possibilità di decidere sul proprio matrimonio e sulla propria famiglia.
È nelle donne che siedono accanto agli uomini nei luoghi di decisione.
È nelle combattenti che hanno scelto di difendere le proprie comunità.
Ma soprattutto:
È in una generazione di donne che ha imparato che la propria libertà può essere organizzata collettivamente.
Tornare in Italia con queste voci: internazionalismo come complicità tra lotte.
Siamo tornate in Italia con le parole delle donne che abbiamo incontrato e con la consapevolezza che non basta raccontare ciò che è stato costruito in Rojava. Dobbiamo raccontare ciò che sta accadendo adesso. Per questo continueremo a sostenere la campagna “Siamo tutte YPJ” e a costruire iniziative di informazione e complicità. Dopo averle incontrate, sentiamo ancora più forte la responsabilità di portare le loro parole fuori dal Rojava. È da qui che nasce anche il senso che attribuiamo all’internazionalismo. Non siamo andate in Rojava per cercare un modello da riprodurre altrove, né per raccontare una storia già scritta. Per noi internazionalismo significa mettere in relazione lotte che si sviluppano in contesti differenti, riconoscendo le differenze ma anche cercando ciò che può essere condiviso: la partecipazione dal basso, l’autorganizzazione, la libertà delle donne, la difesa delle comunità, la capacità di costruire alternative dentro condizioni materiali difficili. È anche per quello che accade in Europa, dove in molti paesi come in Italia crescono politiche securitarie, razziste e di controllo delle frontiere, mentre gli spazi di dissenso e di partecipazione e vengono sottoposti a nuove pressioni, l’esperienza delle donne che abbiamo incontrato ci ricorda che la democrazia non è soltanto una forma istituzionale. È anche la possibilità concreta di organizzarsi, prendere parola, costruire solidarietà e incidere sulle decisione che riguardano la propria vita. Le condizioni non sono le stesse, e non pensiamo che esista un equivalenza tra contesti. Pensiamo però che le lotte possano parlarsi. E che proprio nei momenti di trasformazione sia importante non isolarsi.
Il processo è appena iniziato. Ed è proprio ora che bisogna esserci.
