Il 14 e 15 novembre, a Bologna, chiamiamo a raccolta una moltitudine di ribelli e democratici che riconoscono in questo spazio-tempo europeo un’opportunità per trasformare radicalmente l’ordine esistente. Un congresso europeo per cospirare insieme, confederare le nostre lotte, i nostri saperi e i nostri territori, e iniziare a costruire l’Europa del futuro.
Viviamo in un’epoca caotica, in cui l’ordine globale un tempo garantito dall’egemonia statunitense si è disgregato e in cui il capitalismo ha assunto un ruolo dominante sulla società, sul lavoro, sui territori, sulle risorse e sui corpi attraverso una gestione dell’estrazione e dell’accumulazione del valore sempre più algoritmica e automatizzata, con i dati e l’intelligenza artificiale come riferimenti paradigmatici. Ciò che sta prendendo forma non è semplicemente una transizione geopolitica, ma una mutazione dell’architettura stessa del dominio.
In questa fase del capitalismo globale, nessun potere statale, aziendale, tecno-oligarchico o religioso autoritario – ciò che potremmo definire i diversi sottosistemi del potere – è ancora riuscito a imporsi come guida egemonica del nuovo regime di accumulazione. Ne è derivata una competizione violenta tra questi diversi sottosistemi, ciascuno impegnato nella ricerca continua di nuove sfere di potere all’interno delle nuove forme del comando capitalistico, dando origine a un regime di guerra civile globale che si alimenta delle rovine che esso stesso produce. La guerra non rappresenta più un’eccezione dell’ordine mondiale: sta diventando sempre più uno dei suoi ordinari meccanismi di regolazione.
Con il crollo dell’egemonia statunitense sono entrate in crisi anche le istituzioni (intese nel senso più ampio) che sostenevano quell’ordine mondiale: la NATO, l’ONU, il diritto internazionale e, a un livello più profondo, la stessa democrazia liberale, ormai incapace di nominare ciò che sta accadendo e non più funzionale alle dinamiche del nuovo capitalismo. Come ha sostenuto il fondatore di Palantir, Peter Thiel, la libertà non ha bisogno della democrazia. Oggi perfino il linguaggio dei diritti, della pace e del multilateralismo sopravvive soprattutto come un involucro vuoto, evocato da poteri che non vi credono più se non come strumento tattico.
Anche l’Europa, così come l’abbiamo conosciuta dalla fine della Seconda guerra mondiale, è stata trascinata in questa crisi, poiché sono venute meno le fondamenta su cui poggiava. Finora l’Europa si è manifestata come un’istituzione politica ed economica funzionale all’ordine globale organizzato attorno all’egemonia statunitense. Se questo è vero, allora l’Europa si trova di fronte a una crisi esistenziale senza precedenti. Per la prima volta è costretta a chiedersi che cosa potrebbe diventare al di là di ciò che è stata finora e se sia capace di superare la dipendenza strategica, militare e ideologica che l’ha a lungo legata tanto agli Stati Uniti quanto al progetto politico dell’«Occidente».
Questo apre una questione fondamentale per tutti coloro che abitano questo spazio politico: se le fondamenta dell’Europa di oggi sono in crisi, quali saranno le fondamenta dell’Europa di domani? A prima vista sembriamo trovarci a un bivio. Da un lato vi sono gli Stati membri e le istituzioni neoliberali che cercano di salvare il vecchio mondo promuovendo il riarmo e politiche di austerità che trasformerebbero l’Unione Europea in un ulteriore sottosistema di potere. Dall’altro vi sono le forze reazionarie e conservatrici che vogliono smantellarla per costruire un’Europa di nazioni sovrane. Infine, vi è una parte della sinistra che si rifugia in una concezione puramente difensiva della resistenza. Riteniamo che nessuna di queste strade sia all’altezza della trasformazione in corso. Nessuna affronta il vero compito che abbiamo di fronte: non come preservare l’Europa così com’è, ma come sottrarre l’Europa che verrà a coloro che già si preparano a governarla contro di noi.
In questa fase, che potremmo definire ereticamente costituente, anche se finora è stata guidata da forze a noi ostili, quale ruolo dovremmo svolgere? Se vogliamo continuare a esistere e perseguire una reale politica di liberazione, è chiaro che non possiamo rassegnarci a queste alternative. Dobbiamo invece cogliere questo momento esistenziale come un’opportunità per contendere e plasmare l’Europa che verrà, o meglio, l’Europa che sta già prendendo forma, nella consapevolezza che non vi è nulla che meriti di essere difeso nell’Europa di oggi. La questione non è se emergerà un nuovo ordine europeo, ma chi lo plasmerà, nell’interesse di chi e contro chi. Il nostro compito è costruire la nostra Europa.
Prima di tutto è giunto il momento di dire NO ai re del nostro tempo che vedono questo spazio come un territorio da conquistare. NO ai nostri governi, che tanto nei parlamenti nazionali quanto nel Consiglio d’Europa promuovono un riarmo fondato sugli interessi nazionali a scapito del welfare, esponendo le nuove generazioni al ricatto della coscrizione militare. NO alla NATO e alle interferenze statunitensi nei nostri sistemi economici, politici e di difesa, ma anche NO alle alleanze con altre potenze imperiali, siano esse russe, cinesi, iraniane, turche o arabe, perché il campismo non ci salverà. NO all’Internazionale Nera, alle forze di estrema destra, sovraniste, suprematiste e patriarcali che fanno della sicurezza repressiva e della remigrazione i modelli di governo della società futura. NO alle interferenze dei tecno-oligarchi che ritengono di poter estrarre ricchezza dalle nostre vite e dai nostri territori sotto forma di dati e risorse. Nessuna politica emancipatrice può essere costruita scegliendo un impero contro un altro, un regime di confine contro un altro, una macchina da guerra contro un’altra.
Tuttavia, non ci riuniamo soltanto per denunciare l’Europa che viene costruita sopra le nostre teste. Ci riuniamo per individuare le infrastrutture attraverso cui essa viene costruita e i punti nei quali possono essere interrotte, deviate o riappropriate. Il nostro compito è trasformare il rifiuto in organizzazione: contro il riarmo, la violenza delle frontiere, il comando algoritmico, l’austerità e il fascismo; per una pianificazione sociale ed ecologica, tecnologie e intelligenza artificiale democratiche, la libera circolazione, il potere transfemminista e antirazzista e un’Europa confederale dei territori ribelli.
Un’Europa di questo tipo respingerebbe le fantasie di un’identità pura, bianca e cristiana, riconoscendo invece la propria costituzione ibrida, meticcia e già cosmopolita. Confedererebbe città e territori ribelli oltre i confini, costruendo istituzioni della solidarietà anziché della disciplina e redistribuendo il potere verso il basso invece di concentrarlo sempre più in alto. Metterebbe lo sviluppo tecnologico al servizio della vita, degli ecosistemi e del bene comune, sottraendo le infrastrutture della vita digitale al monopolio privato e sottoponendole a un controllo democratico. Diventerebbe una casa per le molte diaspore del mondo, comprendendo la migrazione non come una minaccia da gestire ma come una forza costitutiva del suo presente e del suo futuro. In un mondo in guerra, affronterebbe la sfida di sabotare l’economia di guerra senza sacrificare nessuno, riconoscendo che non può esistere pace senza giustizia sociale. E fornirebbe la scala politica minima sulla quale la lotta di classe possa tornare a organizzarsi sullo stesso terreno in cui il capitale già opera.
Per orientare e dare forma a questa fase costituente, cioè per contendere e costruire la nostra Europa, abbiamo bisogno di molte persone diverse: scienziati, sindacalisti, ecologisti, ingegneri, persone in movimento, studenti, ricercatori, persone razzializzate, attivisti della società civile, militanti internazionalisti delle diaspore, persone queer, eurodeputati, consiglieri locali di città ribelli, artisti e pirati delle flotte umanitarie. Abbiamo bisogno di donne, uomini e soggettività libere disposte a sottrarre il proprio intelletto generale al capitalismo di guerra e ai nuovi re, mettendolo in comune per costruire il nostro progetto collettivo.
L’obiettivo di questo congresso europeo è, da un lato, definire un quadro politico europeo comune e condiviso attorno a queste questioni fondamentali; dall’altro, individuare i primi momenti di mobilitazione attraverso cui praticare la nostra Europa nelle strade. Se l’Europa del capitale, della guerra e della reazione si sta già organizzando, allora anche l’Europa della liberazione deve fare lo stesso.
Contribuisci a rendere possibile questa conferenza. Che tu voglia aiutare a organizzarla o semplicemente partecipare, segui questo LINK.
14-15 novembre 2026
Municipio Sociale TPO
Bologna, Italia
