Come il nuovo Patto europeo ridefinisce il controllo della mobilità e le geografie di confinamento.
A poche settimane dall’entrata in vigore del nuovo Patto europeo Migrazione e Asilo, mentre la Commissione EU accelera anche sull’approvazione del nuovo Regolamento Rimpatri, il dibattito sembra essersi già spostato altrove. Eppure è proprio adesso che dovremmo interrogarci sulla portata politica di questa riforma. Non perché il Patto rappresenti una rottura improvvisa, ma perché rende strutturali processi che da anni attraversano le politiche migratorie europee, cartina tornasole dell’autoritarismo e della securitizzazione dilagante.
La domanda, allora, non è soltanto cosa cambia nelle procedure. La domanda è: che cosa resta del diritto di asilo quando l’accesso stesso alla protezione rischia di essere progressivamente sostituito da dispositivi di selezione e confinamento? Tra avvocatə, attivistə, operatrici e operatori sociali ci si interroga ogni giorno su quali strumenti – legali e non – costruire per contrastare gli effetti sulle persone migranti che arrivano in Europa.
Presentato come una riforma necessaria per rendere il sistema europeo “più efficiente”, il Patto è composto da nove regolamenti e una direttiva che ridisegnano profondamente il sistema comune di asilo. Dietro il linguaggio tecnico dell’efficienza si nasconde infatti un progetto politico preciso: restringere sempre di più la possibilità di accedere alla protezione internazionale, rischiando di rendere l’espulsione il naturale orizzonte delle politiche migratorie europee. E infatti c’è chi a gran voce invoca la remigrazione come progetto politico europeo che ha tra i diversi obiettivi la deportazione coercitiva di persone migranti e la costruzione di lager in Paesi terzi, prendendo d’esempio il modello Cpr in Albania.
Lo screening obbligatorio previsto per tuttə coloro che arrivano e vengono trovatə irregolari sul territorio è forse l’esempio più evidente di questo preoccupante disegno. Impronte, dati biometrici, controlli sanitari, verifiche di sicurezza: ogni persona viene trasformata innanzitutto in un fascicolo digitale. Queste informazioni confluiscono nel nuovo Eurodac e possono essere incrociate con gli altri sistemi informatici europei attraverso i meccanismi di interoperabilità. L’asilo viene così progressivamente dataficato. Prima ancora che una persona possa raccontare la propria storia, il suo corpo è già stato classificato, registrato e inserito dentro un’infrastruttura digitale che produce categorie e livelli di sospetto. I controlli all’ingresso hanno implicitamente come obiettivo il rigettare al più presto le domande ritenute strumentali, Dietro questo disegno si vanificano tutele e diritti sostanziali. Le procedure diventano sommarie con tempi estremamente rapidi, le persone migranti rischiano di essere di fatto detenute e le loro libertà di essere ancora più limitate. Inoltre, anche i tempi per i ricorsi risultano essere compressi, con gravi rischi in termini di effettività della tutela giurisdizionale. I contatti tra operatori legali e interessati saranno ridotti, ostacolando la tutela del diritto di asilo e del diritto di difesa.
Questa trasformazione si intreccia con un altro pilastro del Patto: la normalizzazione delle procedure accelerate di frontiera. Quello che costituiva un meccanismo eccezionale rischia ora di diventare la regola. Per chi proviene da Paesi con un basso tasso di riconoscimento da parte delle commissioni territoriali e organi assimilabili a livello europeo (meno del 20%) della protezione internazionale, l’accesso all’asilo viene compresso dentro procedure rapidissime (12 settimane incluso il tempo per l’eventuale decisione del giudice) che rendono sempre più difficile una reale valutazione individuale della domanda e il sostegno da parte di legali. A contare non è più la storia della persona, ma la nazionalità, la statistica, il profilo di rischio.
È il passaggio da un diritto fondato sulla protezione a un sistema fondato sulla gestione del rischio.
Ma il Patto non può essere letto isolatamente, si inserisce infatti dentro una trasformazione più ampia. In Italia da una parte assistiamo al progressivo smantellamento del sistema di accoglienza: servizi ridotti, corsi di italiano sempre più rari, supporto psicologico pressoché inesistente. Dall’altra proliferano decreti sicurezza, nuovi strumenti repressivi e dispositivi che restringono gli spazi di libertà e di dissenso. Le persone migranti sono le prime a subirne gli effetti, pensiamo, tra le altre, anche alle misure “anti-maranza” e rappresentano anche il terreno su cui queste politiche vengono maggiormente sperimentate, spesso in silenzio e invisibilizzandole.
Per questo il Patto UE non produce soltanto esclusione. Produce logoramento e debilitazione. Ostacola la possibilità stessa di diventare richiedente asilo, prolunga l’attesa, moltiplica gli ostacoli amministrativi, rende la mobilità e quindi la stessa riproduzione sociale delle persone sempre più precarie. È quindi una violenza che non si manifesta solo nel respingimento o nella deportazione, ma nell’erosione lenta e quotidiana delle condizioni che rendono possibile costruire una vita. Una forma di abbandono organizzato che non elimina necessariamente le persone migranti, ma rischia di mantenerle in una condizione permanente di sacrificabilità e deportabilità.
E come stiamo notando proprio in queste ore anche la frontiera cambia forma, si ri-spazializza, si moltiplica. Non coincide più soltanto una linea territoriale ma diventa un processo. L’individuazione di strutture come il CAS Mattei di Bologna, ma anche quello di Ozzano per trasformarle in luoghi dove effettuare le procedure accelerate di frontiera (PAF) mostra chiaramente come la frontiera si stia spostando all’interno delle nostre città. Anche Bologna così come altri territori diventano frontiera e spazi di confinamento.
È per questo che le politiche migratorie non possono essere analizzate separatamente da più ampi processi di precarizzazione sociale, militarizzazione e restringimento degli spazi democratici. Il governo delle migrazioni diventa infatti uno dei principali laboratori in cui vengono sperimentati dispositivi di controllo e limitazioni dei diritti.
Di fronte a questo scenario, la risposta deve sicuramente articolarsi sulla difesa del diritto di asilo. E al contempo occorre costruire pratiche collettive capaci di rendere inefficaci e obsoleti dispositivi di confinamento, occorre farlo partendo dai nostri territori guardando alla connessione concreta nello spazio politico dell’Europa che ancora non c’è. Rafforzare quindi reti di resistenza, strumenti giuridici e alleanze dal basso, da Palermo a Bologna, da Tirana a Stoccolma, da Napoli a Bruxelles. Imparare a guardare agli interstizi come ci insegnano numerose studiose femministe, a quei margini in cui continuano a nascere possibilità di movimento e lotte che sfuggono alla pretesa di controllo totale. Perché se il Patto costruisce nuove infrastrutture di confinamento, il nostro compito è immaginare con creativa aggressività infrastrutture di liberazione.
Abolition is not absence, it is presence. What the world will become already exists in fragments and pieces, experiments and possibilities. So those who feel in their gut deep anxiety that abolition means knock it all down, scorch the earth and start something new, let that go. Abolition is building the future from the present, in all of the ways we can. (R. W. Gilmore, 2022)
