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Oltre l’umano #2 Il futuro inizia oggi non domani

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E’ tempo di riconoscere che viviamo in una nuova era ed abbiamo bisogno di un nuovo lessico. Il nostro habitat è tridimensionale (territorio, virtuale e spazio), sorretto dalla sinergia delle tecnologie convergenti. Il capitale è un rapporto sociale, di classe, di forza, terreno dello scontro tra profitto e liberazione. Il comando finanziario, guidato da algoritmi che vanno oltre le regole classiche dell’economia, in cui si muovono sottosistemi vecchi e nuovi di potere,  non è un Moloch definitivamente vincente. Che fare.

Vai alla puntata precedente: Oltre l’umano, oltre i post, oltre… Non si può rimettere il dentifricio dentro il tubetto

Oltre l’umano #2

Il futuro inizia oggi non domani

* In transizione 

Stiamo vivendo in tempo reale la transizione dal post all’oltre umano. Il nostro tempo storico, questi decenni di inizio millenio, sono un tempo pieno di non più e non ancora. Un tempo di transizione, in cui però possiamo vedere cose che ci possono essere molto utili per uscire dal passato e muoverci con maggiore libertà.

Non più solo il tempo dei post (post-fordismo, post-moderno …), caratterizzato dal rendere evidente la fine del ciclo precedente. Il tempo dei post è stato importante per dare valore e attraversare le differenze, non più riconducibili a uno (donna-uomo, uomo-macchina, uomo- natura.. ). E’ stato come aggiungere lettere al nostro alfabeto, per provare a scrivere un nuovo linguaggio della liberazione. Le differenze, divenute dicotomie inconciliabili, non si potevano certo ridurre a uno, forzandole ad unità con il vecchio alfabeto novecentesco, infilandole in teorie preconfezionate di lotta. Sarebbe stato come remare contro la realtà.

Non ancora appieno il tempo dell’oltre, ma un tempo in cui iniziano a darsi nuove possibili forme di ricomposizione intesa come possibile liberazione. Un tempo in cui agiscono forme di soggettivazione, come si dice oggi, ovvero soggetti con caratteristiche nuove a cui guardare e che possono alludere a nuove forme di ricomposizione. 

Per affrontare questa visione ci serve il concetto di ibrido. La parola ibrido ha una etimologia incerta, per la maggiore va l’ipotesi che derivi dal latino hybrĭda «bastardo» o dalla parola greca  

ὕβρις, quella di Promoteo per capirci. Bastardo, nella vulgata significa di origini dubbie, un qualcosa di nuovo, altro dalle sue origini. Non solo una sommatoria limpida di cose ma invece un mix innovativo. Insomma una qualità molto utile non solo per definire i nuovi soggetti del tempo della transizione dal post all’oltre ma anche le forme della realtà, del sistema in cui viviamo, perfino del potere. 

* Tra sacro e profano. 

Prima di avviarci lungo i cammini ibridi del nostro tempo storico in transizione tra i post e l’oltre, dobbiamo scegliere, una volta per tutte la bussola con cui intendiamo orientarci. Eh sì, perché senza bussola non definiamo il nostro nord e brancoliamo come ubriachi. 

Come avanziamo nella transizione tra post e oltre, in questo tempo di cambiamenti, di spaesamento, di contraddizioni, di mancanza di riferimenti dati? Un tempo che è un gran casino?

Possiamo affrontare la realtà da un punto di vista spirituale ed assoluto oppure materialista e relativo. Si tratta di fare una scelta chiara, “tertium non datur”. O scegli un nord, o un altro, per orientare il tuo cammino, pena il fatto di perdere la strada per provare a cambiare radicalmente lo “stato di cose presenti”. Insomma la vecchia scelta tra sacro e profano. 

La complessità del nostro tempo si può affrontare attraverso lo spirituale ed assoluto, come fanno tutte le religioni, i new age, le dinamiche ambientaliste portate all’estremo, che hanno certezze dogmatiche e di conseguenza un punto di vista conservativo del sempre uguale, come valore che va salvaguardato da ogni mutamento di tipo epocale. 

Oppure si può affrontare il presente attraverso il materialismo e il relativo, sporcandosi, affondando nella realtà, pronti a confrontarsi con ciò che muta non avendo nessun assoluto da difendere ma anzi il cambiamento radicale da costruire. Una strada questa appartenuta alla vecchia storia del movimento operaio, alla storia comunista, oltre che a chi non ha mai avuto paura di scontrarsi con il sacro assoluto ed imperante in voga al momento. 

C’è un piccolo problema però, oggi, un paradosso: sembra che il sacro vesta gli abiti della resistenza  di fronte ai pesanti mutamenti epocali. Per capirci, le religioni e tutti gli assoluti analoghi sono osannati come baluardo contro quello che sembra l’unico profano possibile, quello dei mercati, del sistema capitalista, che di certo non è metafisico ma materiale. Papa Francesco, per citare una chiesa che conosciamo da vicino, è diventato il punto di riferimento contro le barbarie del sistema, con tutti gli annessi e connessi della sacralità della vita, dell’importanza della carità, dell’aiuto ai poveri, dell’importanza del proprio personale impegno e via dicendo. 

E’ importante cercare di capire cosa è successo, storicizzare quanto è avvenuto per non essere banali. 

Parliamo della chiesa cattolica perché noi qui viviamo, questo il territorio in cui siamo situati. Non che le altre religioni ed assoluti siano da meno (l’Islam ce lo dimostra …). Tra l’altro anche chi si dice ateo respira nel territorio che abita l’oppio dei popoli che affumica l’aria che respira, perché la grande capacità delle religioni è di avvolgere l’intero sistema sociale, plasmandone le relazioni tra individui, volenti o nolenti.   

Restiamo perciò a casa nostra per capirci. 

Nei decenni passati il sacro ha combattuto duramente il profano, in particolare la teoria e pratica del comunismo, visti come il Diavolo in terra. Certo, anche all’ora, nel campo profano c’era pure il capitalismo, che di certo non è spirituale ma una dinamica di rapporti di forza quanto mai materiali, ma il vero nemico da combattere senza esclusioni di colpi era qualsiasi alternativa credibile di liberazione materiale di altra natura. Con il capitalismo la chiesa poteva venire a patti ed andare a braccetto, con il comunismo, inteso come movimento che abolisce l’ordine di cose presenti, di certo no. Era lotta dura. 

In questi ultimi vent’anni, il tempo tra il post e l’oltre, nel campo del profano, mancando la forza di un pensiero e di una pratica di liberazione e rottura rivoluzionaria, si è affermata l’egemonia capitalista.  E’ come se il campo del profano fosse rimasto in totale appannaggio del capitalismo. 

Per cui lo scontro sembra oggi tra il sacro, la chiesa che resiste e lotta contro il profano, il capitalismo. E’ un effetto distorto, forse sarebbe il caso di usare la parola distopico: pensare la chiesa come un’alternativa di sistema non solo è un abbaglio ma è qualcosa di cui liberarsi al più presto. 

La chiesa affonda la sua genesi nell’assoluto e si prefigge un fine spirituale immutabile per questo è un baluardo del conservatorismo, garantito da Dio per quanto riguarda le grandi questioni di fondo. E’ nella sua natura combattere il senso profondo del profano, ovvero la scelta umana di prendere in mano le proprie sorti, superando spiritualismo ed assoluto, emancipandosi da Dio, costruendo la propria liberazione qui ed ora. 

Per questo si tratta di scegliere il profano, il materialismo, la ricerca, la capacità di praticare il relativo di fronte all’assoluto, la curiosità delle scienze, dei saperi e delle tecnologie, di dire … che veniamo da un buco nero e lì torneremo. Senza per questo avere paura del futuro. 

E’ come se in partenza per una corsa, il corridore A voglia arrivare nel caldo dei tropici e il corridore B voglia andare nel freddo dell’Antartide. Ognuno dei due ha cose diverse nel suo bagaglio perché ha un diverso obiettivo. Uno vuole arrivarci con le sue gambe, insieme ai suoi compagni, l’altro crede che qualcuno, un’entità superiore, lo aiuterà ad arrivare a destinazione. Per farla più breve, uno è convinto che la possibile felicità sta nella sua corsa, l’altro che la felicità stia in qualcosa di garantito che verrà solo dopo la corsa. Voi capite che sono due cose ben diverse. 

Per cui iniziamo ad attraversare il tempo di transizione tra il post e l’oltre con la bussola, possibilmente tecnologica, orientata in modalità profano e l’ibrido come qualità da indagare.

* Nuovo potere capitalista: l’algoritmo del mercato/comando finanziario e i sottosistemi

Intendiamoci, quando parliamo di capitalismo non stiamo parlando di un Moloch indefinito e sempre presente (… abbiamo appena abbandonato la categoria di assoluto, non possiamo riprenderla …) ma la capacità capitalista di costruire egemonia economica-culturale-politica. Cosa che altre ideologie, narrazioni non sono, finora, riuscite a determinare. Il capitalismo, lo ripetiamo per non essere fraintesi, va inteso come un concetto fatto di relazioni, di contraddizioni, di capacità di attraversarle costruendo una propria egemonia di discorso sui diversi piani. 

Quello che si tratta di indagare è la qualità del potere che si presenta oggi come un ibrido. 

Un ibrido, governato dagli algoritmi della finanza, che fa interagire mercato (domanda a cui risponde una offerta) e comando (imposizione con la forza), attraversando sottosistemi vecchi e nuovi. 

Una nuova forma di potere che appare come un groviglio difficile da comprendere, perché in movimento e pieno di tensioni, in cui la caratteristica ibrida è una costante. 

Basta guardare ai sottosistemi vecchi e nuovi. Certo alcuni sono statali ma altri di sicuro no. 

Ne è un esempio lo scontro sulle questioni dello spazio tra la Cina (entità statale) con Musk (imprenditore privato, oggi in testa tra i più ricchi al mondo) perché nei mesi scorsi i satelliti lanciati da Space X, la società spaziale del fondatore di Tesla e cofondatore di PayPal, per due volte sono quasi entrati in collisione con la stazione spaziale Tiangong. Vuol dire che in assoluto ogni riccone vale come uno stato? No, ma vuol dire che ci sono privati che incarnano imprese che oggi contano tanto quanto entità statali complesse. Ma al tempo stesso le entità statali interagiscono con questi nuovi sottosistemi, a volte considerandoli delle risorse a volte dei competitor. Vince il privato, vince lo stato? Nessuno dei due. Sono ambedue parte dell’ibrido delle nuove forme del potere. Ambedue si muovono, si alleano o si combattono dentro lo spazio degli algoritmi del mercato/comando finanziario, loro riferimento comune. 

Passiamo ad un altro apparente rompicapo, i bitcoin e le monete digitali. Nuove relazioni di moneta che vanno oltre la definizione dell’economia politica e che sono garantite non più da sovranità statali ma dall’algoritmo del mercato/comando finanziario. Insomma un bel cambiamento da quello che ci racconta la serie “Casa di carta” quando la stabilità di uno stato, la Spagna, si reggeva sulla riserva di lingotti d’oro. Ma in fondo anche nella serie, alla fine il tutto, è solo una convenzione (AAA da qui in poi spoiler….) perché il patto siglato tra il Professore e Tamayo è che la riserva aurea sia stata ritrovata e i rapinatori hanno fatto una brutta fine, ma nella realtà, di comune accordo tra tutti, al posto dei lingotti d’oro ci sono quelli di bronzo e i nostri eroi se ne vanno liberi e ricchi, in cambio del silenzio, mentre la Spagna è salva dalla bancarotta. Del resto “l’oro di un Paese è una illusione”, aveva detto il Professore a Palermo in un flashback. Certo un’illusione che però deve avere delle solide garanzie. Ora a garanzia dei Bitcoin c’è una formula, un algoritmo e questo pare bastare. Ormai le criptovalute sono uno degli asset funzionali al mondo finanziario.  

Perfino le guerre oggi sono ibride. Non solo perché a combatterle sono un nuovo mix di tecnologie tra spazio e terra, di contractor armati di moderni sistemi militari, di milizie tribali, ma perché i sottosistemi si scontrano per contare in una sorta di caos da sovraffollamento, che non impedisce all’algoritmo del mercato/comando finanziario di prosperare. 

Pensiamo alla cronaca di questi giorni. 

Le tensioni in Kazakistan hanno tenuto banco per qualche settimana. Ma da dove nasce il problema in questo paese che è 9 volte l’Italia con una popolazione di 19 milioni di persone, raggruppate in clan che si sono trasformati in aggregazioni di interessi economici? Certo dal malcontento per l’aumento del prezzo dei carburanti, certo dall’insofferenza verso il nuovo governo, figliastro del vecchio regime. Ma quanto c’entra nella crisi energetica il fatto che negli ultimi mesi il paese fosse diventata l’Eldorado dei miners che, per estrarre i Bitcoin, assorbono quantità pazzesche di energia? Tanto. Quanto c’entra il fatto che il paese, da cui si estrae il 43% mondiale dell’uranio, tornato in auge con la bufala che l’energia nucleare di fusione sia green, faccia gola a molti? Tanto. Quanto c’entra la situazione geopolitica che vede la Russia, che non ha esitato a mandare i suoi soldati, sempre più preoccupata di quello che si sta muovendo nella cintura dei paesi cuscinetto verso la Nato ed anche ben intenzionata a non perdere il controllo sul Cosmodromo di Bajkonur, spazio porto fondamentale nei giochi militari nello spazio? Tanto. Quanto c’entra l’attenzione che la Cina rivolge al paese confinante con il Sinjan, regione di forti tensioni? Tanto. Quanto c’entra lo zampino americano nel mettere zizzania tra Cina e Russia, oggi vicine per comune nemico più che per affinità? Tanto. Insomma nessuna di queste motivazioni è l’unica causa di quello che è successo, ma tutte si mischiano, creando un mix esplosivo. Poi dopo qualche giorno di attenzione il Kazakistan è sparito dai radar della comunicazione, ma non è che le molteplici cause alla radice di quanto successo siano state risolte, covano tutte sotto le ceneri. 

Negli ultimi giorni è ritornata in voga invece un’altra guerra, quella annunciata per l’Ucraina. Anche qui un mix di tensioni e pulsioni. Ma davvero c’è il pericolo di una guerra? La risposta è un ibrido, perché dietro a quello che sta succedendo ci sono le pulsioni che attraversano la Russia di Putin, alfiere della globalizzazione ma anche pronto a soffiare sui nazionalismi più arcaici, così come gli interessi americani, volti a mantenere un ruolo egemone da ridefinire negli scacchieri internazionali. Senza dimenticare le tensioni intra-europee, tra est e ovest, paesi forti come la Germania e più deboli, ma non disposti a farsi da parte, come quelli dell’est. Sì, perché un paradosso che attraversa i sottosistemi statali è che nessuno è disposto ad allontanarsi dalle filiere economiche globali, uniche in grado di garantire i profitti ma al tempo stesso, mai come in questi tempi, si sono alimentati nazionalismi e pruriti addirittura etnici. Per cui la guerra in Ucraina ci sarà? Di certo non sarà la temuta guerra nucleare che ha mantenuto la pace nel tempo della guerra fredda, con la paura della distruzione totale del pianeta. Se guerra ci sarà, avverrà sui piani ibridi tra militare ed economico, nella rete e nello spazio e comunque anche in questo caso le cause di tensioni resteranno ancora sotto la cenere. 

Una guerra che invece è sparita dalla comunicazione mainstream se non per brevi laconici messaggi sul fatto che i bambini muoiono di fame e le donne sono eufemisticamente meno libere è quella in Afghanistan. Dopo essersi stracciati le vesti nei mesi scorsi in tutti i consessi internazionali deputati a difendere i diritti umani, i talebani sono felicemente al potere ed Amen o Inshallah. 

D’altronde anche della guerra in Siria e dell’insopportabile questione che Assad sia ancora al potere, in un paese distrutto per essere diventato il campo della guerra per procura tra i diversi attori regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita) ed internazionali (Russia, Cina, Usa), non se ne parla più se non per le immagini, da dare in pasto al grande pubblico, del piccolo Mustafa senza braccia e gambe arrivato in Italia, come grande atto di generosità e carità.

Per non parlare dell’altro grande teatro di guerra, che da noi non viene neanche sussurrato, quello che si muove dal Mar Cinese verso il Pacifico, anche qui sotto l’occhio dei satelliti dallo spazio, nella contesa tra Cina e America. 

Sottosistemi pronti a distruggersi a vicenda? Difficile, ma l’incidente, qualcosa di non previsto,  può sempre succedere ed in ogni caso l’algoritmo del mercato/comando finanziario per il momento dorme sogni tranquilli viaggiando tra i vari fusi orari. Sembra più che i vari sottosistemi vecchi e nuovi, statali e no, legali ed illegali siano alle prese con la necessità di “avere un posto al sole”, di  continuare ad esistere e resistere. Cosa resa ancora più difficile non solo per la generale aggressività esterna ma anche dalla necessità di far fronte al fattore umano, a quell’insieme di pulsioni che costituiscono le relazioni sociali, l’aggregarsi del bipede che siamo, portandosi dietro il proprio bagaglio di radici etniche, culturali e antropologiche, ancora come codice di aggregazione. 

Il tutto pare un ibrido tra Risiko e Monopoli con una spruzzatina di videogame, dove però chi si contende il campo non ha l’ambizione  di vincere tutto, di governare il mondo. A quello ci pensa  l’algoritmo  del mercato/comando finanziario. Al massimo i giocatori possono mirare a resistere, esistere e non sparire, guardandosi sempre le spalle e sapendo che le vecchie strategie basate su carrarmatini e carte sono anacronistiche, tanto più che nella globalizzazione, che tutto attraversa e connette, anche la Kamchatka può diventare importante e il gioco non avviene più nel piatto mappamondo ma nell’intero spazio, non solo nell’accumulo di beni fisici ma nel vortice del denaro che produce denaro. 

* La composizione del lavoro

Dopo aver cercato di porre degli elementi iniziali per definire il capitale come nuovo potere capitalista, l’algoritmo del mercato/comando finanziario e i sottosistemi, tuffiamoci ad iniziare ad indagare la composizione del lavoro. 

Prima però dobbiamo fermarci un attimo. 

Ci siamo ben piantati nel campo del profano. L’abbiamo scelto. Profano fa rima con la scienza e la conoscenza, ovvero la tensione ad andare oltre l’assoluto indagando la materia. Ma quali scienze, quali conoscenze? 

Non possiamo più accontentarci di dire che la scienza non è neutra ma al servizio del capitale, di  continuare ad oscillare rispetto alle tecnologie tra la critica quasi luddista e l’accettazione supina di ogni cosa come nuovo spazio di libertà, di balbettare alla ricerca delle definizione sempre più aggettivate dei saperi (di parte, operaio, femminili, altrui, differenti etc etc …). Abbiamo bisogno, anche in questo caso dell’ibrido. Il concetto di ibrido, avendo scelto il campo del profano, ci aiuta a spingerci nella ricerca di un nuovo lessico ed allora forse potremo iniziare a parlare di STS ovvero Scienza/e Tecnologia/e Sapere/i, come il nuovo mix oggi centrale sia dal punto di vista capitalista, perché ne innerva la struttura, sia dal punto di vista delle potenzialità di liberazione. 

Pensiamo un attimo a cosa è cambiato. Ogni settore anche quello più dannatamente materiale si valorizza dentro filiere tecnologiche e sempre più specializzate. In ogni campo i saperi, volutamente forzati ad essere separati, vengono fatti agire in sinergia per produrre quel quid in più che viene elaborato dagli algoritmi del mercato/comando finanziario. In ogni aspetto della nostra vita individuale e collettiva la scienza ha apportato cambiamenti veloci ed inimmaginabili. Internet delle cose, start-up innovative basate sulla robotica, intelligenza artificiale, nanomaterie, metaversi vari, questi sono il futuro. Ma tutto questo non è frutto di una bacchetta magica di cui è dotato il capitale. Dietro ad ogni invenzione, elaborazione, novità tecnologica, scientifica ci stanno corpi e cervelli che agiscono, che vengono forzati alla separazione e alla parcellizzazione sempre più specialistica di ogni branchia del STS. 

Riflettere su questo ibrido ci aiuta a parlare di composizione del lavoro. 

Anche qui torniamo un attimo al post prima di andare nell’oltre. Il tempo del post (post fordismo etc …) ci è stato utile per riconoscere e operare sulle nuove forme, differenze che si erano prodotte nel superamento del lavoro classico, che già avevamo iniziato a focalizzare con il passaggio dall’operaio massa all’operaio sociale. Abbiamo cominciato a prendere dimestichezza con la differenza tra lavoro materiale e immateriale, manuale e intellettuale. Anzi ne abbiamo fatto fior fiore di teorie (a volte fin troppo …) per cercare con il lumicino il settore trainante, centrale. E magari, quando pensavamo di averlo trovato la strada, per organizzarlo ci portava sui sentieri del conosciuto, ovvero la sindacalizzazione (ovviamente necessariamente aggettivata per dire che stavamo cercando qualcosa di nuovo). 

Oggi se guardiamo alle forme del lavoro troviamo di fronte a noi un ibrido in cui vecchie e nuove caratteristiche delle forme del lavoro si mischiano, sovrappongono, plasmano. 

Il facchino della logistica agisce in un contesto di informatizzazione dell’intera filiera, il super-esperto di energia quantica svolge un lavoro parcellizzato come in una vecchia fabbrica fordista. L’ibrido innerva la relazione tra capitale e lavoro. E’ la tendenza. Chiaro che ci sono lavori che incarnano maggiormente la qualità di ibrido ed altri meno. Ma l’acqua dove nuota il pesce è la stessa. Al tempo stesso appaiono nuove gerarchie che portano al fatto che i lavori con maggior qualità di ibrido innervano i settori che sono maggiormente ed immediatamente funzionali all’algoritmo del mercato/comando finanziario: sono i lavori che si sviluppano nell’insieme delle STS. Basti pensare a quei settori che, nonostante la pandemia, hanno visto i loro ricavi aumentare a dismisura come quelli collegati alla rete,  alle tecnologie, alle scienze, ai saperi. Non stiamo dicendo che non ci sono milioni di esseri umani che lavorano in una situazione che assomiglia più alla schiavitù che al lavoro moderno, ma anche questi lavori si interfacciano con l’ibrido. Guardiamo un magazzino Amazon: il lavoratore A scarica e carica, guidato dai dati raccolti dal lavoratore B, elaborati dal lavoratore C, prodotti creati dal lavoratore D, su invenzione creativa del lavoratore E, dopo la campagna comunicativa del lavoratore F, che la ha creata a partire dai dati raccolti sul mercato del lavoratore G … e via così … il lavoratore A (magari pakistano) porta a casa i pasti delivery, scatta al segnale del dato raccolto dal lavoratore B (magari del call center in Albania), il pasto è elaborato sulla falsariga della ricetta del lavoratore C (magari uno chef stellato calabrese), accompagnato dal vino selezionato dal lavoratore D (magari un sommelier francese), il tutto accompagnato dal marchio creato dal lavoratore E (magari un creativo americano). 

Insomma è chiaro che ci sono lavori e lavori, ma è altrettanto evidente che i lavori che si caratterizzano per una maggiore quota di ibrido, che agiscono nell’ibrido del STS sono potenzialmente quelli in cui la forma della ricomposizione tra vecchie e nuove forme del lavoro è più alta ed al tempo stesso hanno in potenza una capacità di ricomposizione innovativa più alta. Sì, perché quello che dobbiamo ricercare non è il punto di più alto del sistema capitalista ma i soggetti che possono incominciare a prefigurare nuove forme di ricomposizione, un ibrido nuovo capace di superare parcellizzazioni, frammentazioni, interessi solo di parte, insomma le caratteristiche che il potere vorrebbe come uniche nell’ibrido. 

Non è una ricerca facile, proprio perché oggi più un lavoro è ibrido più è segnato dalla parcellizzazione, dalla separazione, dall’egoismo. Non è una ricerca che si può fare solo con le lenti del sindacalismo. 

E’ una ricerca in cui entra in campo il bios. E’ una ricerca che guarda alla cooperazione. E’ una ricerca da agire, senza schemi preconcetti. Ma non provarci significa accettare nel lavoro politico di camminare come i gamberi, all’indietro, per paura di affrontare territori nuovi e contraddittori. 

A volte bisogna avere il coraggio di muoversi a balzi, forzando l’orizzonte. Non possiamo basarci solo sulla estenuante ricerca di previsioni certe, fondate su dati inequivocabili. Rischiamo di restare fermi e vedere passare non solo il presente ma anche il futuro. Ci vuole una dose di anticipazione, visione e scommessa. 

Detto questo, niente è facile. Ma perché non provarci? 

Facciamo un esempio, che può sembrare un po’ stonato, ma che si cala nei tempi in cui viviamo. A fine estate scorsa non sarebbe stato forse il caso di creare piazze “Si vax e vaccini per tutti”, dove per tutti si intendeva tutti, in tutti i posti del mondo? Forse sarebbe stato il modo per attaccare il potere delle Big Farm direttamente invece di perderci tra mille sì ma .. però forse …, lasciando campo libero all’onda di melma che ci ha quasi sommersi tra “No vax – No green pass – No questo – No quello – No a questo ma non quel no ma l’altro … di ogni tipo”, dai terrapiattisti ai filosofi rincitrulliti (… per usare un eufemismo), ai nazi, agli ignoranti di ogni risma, insomma alla vandea insopportabile? Forse piazze “Si vax e vaccini per tutti” avrebbero messo in moto qualcosa di diverso, nuovi soggetti, nuove forme di ricomposizione e cooperazione, capaci di rivoluzionare il sistema dei vaccini stesso, basando la ricerca su valori diversi da quelli imposti dal mercato? Forse … Certo con il senno del poi non si costruisce mai niente. Però anche … chi non risica non rosica. 

Prossime puntate

In via di discussione. Anzi se avete suggerimenti, critiche, fatevi vivi

PS solo per gli amanti della fantascienza. 

Se abbiamo detto che i sottosistemi non sono più solo potenze statali, se un privato come Musk anima un sottosistema potente … allora perché non immaginare che si possano costruire sottosistemi altrettanto potenti, anzi più potenti ma radicalmente altri da sto ca … volo di algoritmo del mercato/comando finanziario. Un po’ come nella saga di The Expanse la Rocinante, che con il suo equipaggio ibrido di terrestri, marziani, cinturiani, è autonoma, potente e gioca un ruolo centrale fuori dagli schemi. Certo bisogna capire come finirà con la Protomolecola etc … etc … ma intanto la Rocinante è altro da tutti. 

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