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Quando il NO è NO

Intervista sul referendum giustizia con l’Avvocata Aurora d’Agostino, co-Presidente Giuristi Democratici

Tra poche settimane si svolgerà il referendum sulla riforma della giustizia, voluta dal governo Meloni. La definizione formale è “referendum popolare confermativo della legge costituzionale recante: «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana n. 253 del 30 ottobre 2025.” In poche parole se si vota SI’ si è d’accordo con il governo Meloni, con il NO si dice di non essere d’accordo con quanto ha fatto la maggioranza ovvero il governo Meloni.

Che la posta in gioco con il referendum vada ben oltre le regole d’ingaggio dei magistrati, lo si vede dall’impegno che governo e opposizione stanno mettendo nella campagna referendaria, su cui pesa l’incognita affluenza alle urne visto che il tema non pare certo dei più appassionanti per il largo pubblico.

Nel merito dei temi referendari abbiamo chiesto l’aiuto ad una esperta e vi proponiamo una intervista con l’Avvocata Aurora d’Agostino, co-Presidente dell’Associazione Nazionale Giuristi Democratici.

I GD, con cui abbiamo condiviso oltre a molte battaglie anche l’impegno nella Rete contro il Decreto sicurezza nel 2025 e condividiamo lo spazio No Kings, è una associazione di avvocate e avvocati, esperte ed esperti giuristi da sempre impegnata a difendere diritti e libertà nell’angusto spazio delle aule dei tribunali e nella società a livello locale ed internazionale.

La giustizia è uguale per tutti” è la scritta che campeggia nelle aule dei tribunali in Italia ma sappiamo bene che le aule, gli uffici, i corridoi dei tribunali sono una delle tante scenografie della società in cui soffiano le brezze, i venti, le bufere che attraversano l’intera realtà. La magistratura, giudici e PM, l’avvocatura ovvero tutti gli attori che recitano nella scenografia giustizia non sono alieni, non possono essere immuni dal contesto sociale ma come tutte e tutti agiscono, scelgono da che parte stare, fanno delle scelte, si schierano.

Se riflettiamo un minimo possiamo capire appieno che le leggi, nazionali ed anche internazionali, non sono qualcosa di immobile, quasi sovrannaturale ma il risultato dei rapporti di forza sociali in ogni senso. Lo statuto dei lavoratori non c’era, i lavoratori hanno lottato ed è diventato legge. Sull’onda delle lotte delle donne il divorzio così come l’aborto formalmente sono scritte come diritto nelle leggi. La legge Reale del maggio 1975, quella dell’allargamento dei poteri alla polizia e del restringimento del diritto a manifestare, è stata introdotta e confermata nel referendum del 1978 (con l’appoggio del PCI) dentro il grande calderone del contrasto al terrorismo e alla criminalità negli anni settanta. Gli esempi nel bene o nel male potrebbero continuare all’infinito. Nelle leggi, nella loro stesura, modifica, esistenza si rispecchiano i rapporti di forza sociali.

Il diritto è un campo di tensione continuo in cui si contrappongono non destra e sinistra, definizioni obsolete ormai inutilizzabili se vogliamo osservare le contraddizioni del mondo con lenti nuove, ma, per dirla come ci piace ora, i re e i sudditi. E se viviamo nel tempo della guerra civile globale, dell’oltredemocrazia di certo il cambiamento d’era in cui siamo immersi attraversa anche leggi, aule di tribunali, funzioni giuridiche etc … Fin da prima dei tempi di Carlo Magno a grandi sommovimenti sociali hanno corrisposto sommovimenti sul piano giuridico, in cui la risultante “giustizia” non è una idea perfetta ma il risultato ibrido e bastardo dei rapporti di forza.

Nel referendum di marzo 2026 i NO che devono sommergere le urne non sono solo un NO specifico alla riforma della giustizia ma un NO sonoro che si accompagna ai tanti NO che stiamo urlando insieme a chi non ci sta ad essere suddito in un mondo in cui i re vorrebbero spadroneggiare dovunque anche nelle aule dei tribunali.

Un NO chiaro che si accompagna all’impegno costante nelle lotte contro l’autoritarismo sovranista che soffia nella nostra Europa, ben incarnato nei decreti sicurezza e normative varie sputati a manetta dal governo Meloni.


Intervista all’Avvocata Aurora d’Agostino Associazione Nazionale Giuristi Democratici, che ringraziamo per la disponibilità.

Ci puoi aiutare a comprendere formalmente cosa è in gioco con il referendum? Cosa è stato approvato ed ora dovrebbe essere confermato?

Il testo della cd. Riforma Nordio, al di là delle tante baggianate che vengono utilizzate dal fronte del sì, ha un unico obiettivo: la divisione tra la magistratura giudicante e quella requirente, con la creazione di due diversi organismi (CSM, oggi unico) che ne governa la gestione e di un terzo organismo (l’Alta Corte) che assume le funzioni disciplinari (di primo e anche di secondo grado) al posto dell’attuale CSM. Quindi, per dirla in parole povere, questa riforma non ha nessun effetto su quei temi che vengono sempre affrontati in materia di giustizia: i tempi, le procedure, gli errori giudiziari, i costi della giustizia.

E a questo proposito, lo dico subito perché è un elemento importante, di cui si parla poco: il costo del funzionamento del CSM, così com’è oggi, è di circa 50 milioni di euro l’anno. I costi di due CSM (uno per i Giudici e uno per i PM), a cui vanno aggiunti quelli dell’Alta Corte di Giustizia sono stimati in una cifra quasi tripla. Senza contare il fatto che andranno aggiunti i costi per corsi e concorsi separati per giudicanti e requirenti, per la formazione e aggiornamento differenziati e via dicendo.

In un sistema giustizia in cui manca persino la carta igienica nei bagni e la carta nelle fotocopiatrici, senza parlare del personale e della strumentazione, delle piattaforme per il deposito degli atti che si bloccano e non consentono di lavorare e difendere, credo andrebbero privilegiati ben altri criteri di priorità di spesa.

Si parla tanto di divisione delle carriere tra giudici e PM. E’ una discussione che viene da lontano. A che punto siamo con questo referendum?

Questa della separazione delle carriere è una proposta ormai superata dai fatti: una volta era possibile passare dall’una all’altra funzione (giudicante o requirente) senza limiti; e così ti trovavi quello che ieri era Pm a fare il Giudice e poi di nuovo a fare il PM. Ora non è più possibile; il passaggio può essere effettuato entro i primi 10 anni ed una volta sola, senza rientro nella funzione precedente. Di fatto, neanche l’1% dei magistrati lo fa, tra l’altro. La motivazione dei pro separazione carriere vent’anni dopo è che la comunanza di sistema di carriere e disciplinare inquinerebbe l’indipendenza dei giudicanti dalle richieste dei Pm. Una motivazione che mi pare davvero poco convincente, e che per altro non mi risulta confortata da nessun dato reale, quanto meno per quanto riguarda i processi dibattimentali (diversa la questione sulle misure cautelari, in cui è certamente più diffuso l’accoglimento delle richieste dei PM). Insomma, vent’anni fa la separazione delle carriere (al netto del come effettuarla senza dare la magistratura in pasto all’esecutivo) forse aveva un suo perché; oggi direi proprio di no.

Un altro argomento che usano gli sponsor del SI è che c’è necessità della riforma della giustizia, perchè i tribunali funzionino veramente. Ma cosa bisognerebbe riformare veramente?

Potremmo scrivere un libro, sul punto. Credo che per far funzionare la giustizia penale, in particolare, occorrerebbe anzitutto limitarne l’uso ed impedirne l’abuso, che è invece la prassi a cui purtroppo ci hanno abituato ancor prima di quest’ultimo governo, ma che è sicuramente diventato il trend abituale della gestione giustizia della destra al potere. Proliferazione di reati e pene, come risposta a qualunque fatto o malessere sociale. Penso ai decreti sicurezza, anche all’ultimo, con la previsione di disposizioni persino inapplicabili (vedi la questione “censimento coltelli” e sanzioni persino per i negozianti, a cui hanno poi dovuto rinunciare per evidente impraticabilità); ma penso anche, banalmente, alla marea di procedimenti penali per guida in stato di ebbrezza, ed ancor peggio per uso stupefacenti. Sono norme spesso “simboliche”, che poi spesso vengono ridimensionate dalle prassi e/o dalle questioni di legittimità costituzionale. Ma prima di arrivare alla Corte Costituzionale (sempre che ci si arrivi) si spende tempo, attività, fatica, e sofferenza inutile per chi si trova impigliato nelle procedure. E vogliamo parlare della normativa in materia di stupefacenti, che da decenni riempie le carceri senza alcuna speranza che il mercato criminale che se ne alimenta cessi un solo momento di distribuire morte e disagio?

Vogliamo parlare di chi i reati li subisce? Pensiamo ai processi per i reati “Codice Rosso”, che vengono celebrati a distanza di anni, quando le donne interessate, se sono fortunate, hanno già risolto i problemi allontanandosi dalle relazioni violente, o, se non ne hanno i mezzi, sono tornate a viverle a testa bassa e magari ritirando pure le querele? Perché questa è la realtà: l’aumento delle pene, anche per questi reati odiosi, non è la soluzione e non fa cessare la violenza sistemica maschile.

Bisognerebbe rendere effettiva la difesa e la tutela. E questo non si fa a costo zero: servono mezzi, servono risorse, servono interpreti, servono professionalità, servono misure di protezione, servono strutture funzionanti, serve personale preparato, servono misure alternative alla detenzione anche per chi non ha casa, per chi sta male, per chi non ha mezzi per farcela da solo.

Sul piano procedurale servono modifiche che rendano effettiva e non solo formale la parità processuale delle parti: perché finchè chi è sottoposto ad un processo è costretto a scegliere il male minore (riti alternativi, risparmiando in pena ed in parcelle) se non ha i mezzi per difendersi, finchè la strumentazione a disposizione di accusa e difesa non è paritaria, finchè la parola del pubblico ufficiale detta legge ed è indiscutibile, non c’è molta strada per la tutela reale dei diritti delle persone.

In che maniera la riforma che è sottoposta a referendum si collega con la deriva autoritaria a cui abbiamo assistito a partire dall’anno scorso con il primo Decreto Sicurezza?

La riforma è in realtà del tutto interna al ricorso da parte del governo Meloni all’imposizione dell’autoritarismo, alla legittimazione tout court dell’azione violenta e perentoria delle forze dell’ordine, alla previsione di norme che limitano e cercano di impedire ogni forma di dissenso, persino la resistenza non violenta. Si tratta di norme che sono ad altissimo rischio di incostituzionalità e che solo l’obbedienza cieca all’esecutivo da parte della magistratura possono “salvare” e “eseguire”. Ed è questo che infatti chiedono a gran voce i partiti di governo: che i magistrati non scarcerino (vedi i manifestanti torinesi), che i magistrati non blocchino le grandi opere e quelle contro i migranti (vedi Ponte sullo Stretto, vedi CPR in Albania). Per un regime autoritario è indispensabile svuotare l’arsenale dei diritti e la loro possibilità di tutela. Lo fanno tramite l’attacco all’indipendenza della magistratura, ma anche eliminandone la possibilità/necessità del controllo: è quello che hanno fatto ad esempio limitando le competenze della Corte dei Conti, ma è anche quello che hanno fatto con i decreti sicurezza, con gli sfratti di polizia, prima solo per le prime case ed ora allargando il raggio di azione a tutte le occupazioni; è quello che vogliono fare, nel settore civile, per gli sfratti per morosità, per cui non occorrerebbe più una preventiva chiamata in giudizio, è quello che promettono ai professionisti per il recupero dei loro crediti senza passare per il giudice. La giustizia fai da te, senza previa tutela giudiziale.

Tu lavori come avvocata da molti anni. Come ti sembra sia oggi il dibattito sulla giustizia/le pene/il carcere sia tra gli esperti che in generale?

Io credo che ci sia una grandissima consapevolezza nell’area “tecnica” dell’insostenibilità della situazione, soprattutto in materia penale e detentiva. Questo governo non fa che aumentare il numero dei reati e dei detenuti, persino nell’area minorile, come rilevato dall’ultimo rapporto Antigone. C’è però grande difficoltà nell’indicare vie di uscita, a fronte di una impennata davvero forsennata di giustizialismo populista, e forse anche poca chiarezza sulla direzione del dibattito, costretto troppo spesso in difensiva.

Dall’altra parte, però, c’è anche una ripresa di lavoro collettivo da parte di molti giuristi e legali, di confronto e di riconoscimento tra situazioni anche molto diverse; la speranza è che si riesca a lavorare in maniera plurale anche su questo terreno, sulla scia di quanto è avvenuto con il movimento no ddl sicurezza ed ora con l’esperienza No Kings. Certo, tra avvocati e avvocate è diverso e non immediatamente replicabile, ma guardare fuori dalle aule di tribunale ha sempre fatto bene. E devo dire che anche l’effervescenza che registriamo in questo momento sulla questione referendum, che sta riattivando molti operatori del settore giustizia, mi pare un buon segno.

Il tuo impegno nelle questioni di genere ti porta a confrontarti ogni giorno con problematiche giuridiche riferite in particolare alla violenza sulle donne. In questi giorni ci sono state numerose proteste contro il “decreto consenso” ovvero il DDL Bongiorno, che mira a modificare l’articolo 609-bis del codice penale in materia di violenza sessuale. Cosa sta succedendo nel campo giuridico riferito a queste vicende?

Ne ho accennato sopra. Sul tema violenza maschile c’è stata un’impennata di pene e misure decisamente forte e per molti aspetti (in punto pena sicuramente) esagerata. Ma sempre a costo zero. Tanta pena, nessun investimento in tutela, prevenzione, risorse per consentire la fuoriuscita dalle situazioni di violenza.

Poi però, quando si tratta di stabilire un principio pacifico e necessario, richiesto dalla normativa internazionale, tra l’altro, ovvero il consenso, ecco che rispunta clamorosamente il “garantismo machista” che pretende che il dissenso della donna sia manifestato, riconoscibile, possibilmente urlato. Come ai tempi di “processo per stupro”, insomma, con la prospettiva certa di una rivittimizzazione nel ripercorrere e giustificare perché percome e perché no di una violenza subita. Una restaurazione vera e propria.

E ancora, quando si tratta di approvare una legge sul congedo paritario, la destra si compatta e blocca. Perché lì ci si deve investire, da un lato, e riconoscere indennità e diritto all’astensione in forma egualitaria; non è roba di destra, non è compatibile.

Come ultima cosa sappiamo che l’Associazione Giuristi Democratici è impegnata nella campagna per il NO, ma tu cosa diresti a una persona non addentro ai temi giuridici, per cercare di convincerla a votare NO?

Direi che votare No oggi è indispensabile per mantenere un minimo di tutela dei diritti nel sistema giustizia, per fermare lo strapotere di una compagine politica che vuole imporre il proprio autoritarismo non solo nelle piazze, nei posti di lavoro, in famiglia, ma anche nei tribunali. Il resto lo stanno già facendo con le leggi ed i decreti e lo faranno, per quanto riguarda la riforma Nordio, con le disposizioni attuative, con leggi ordinarie, decise quindi dalla maggioranza. Vanno fermati, con decisione, subito, prima che riescano a raggiungere l’obiettivo di ridurre la giustizia alla ratifica del diritto duale che producono: quello del nemico (il debole, lo straniero, il contestatore, il non conforme) e quello dell’amico (l’autorità costituita, il potere economico, e la loro polizia).