Di seguito il comunicato dei Municipi Sociali di Bologna, scritto in risposta alla notifica a 3 compagni dell’applicazione dell’art. 18 del T.U.L.P.S. per la contestazione a Christine Lagarde avvenuta il 5 marzo 2026. Con questo testo intendiamo avviare una campagna di risposta collettiva che faccia pressione sul Prefetto di Bologna e che impedisca che l’applicazione di questa norma anti-costituzionale diventi prassi.
Ci sono momenti in cui un diritto smette di essere tale non perché viene abolito, ma perché viene reso impraticabile. È esattamente quello che sta accadendo oggi al diritto di manifestare.
Nel nostro caso, parliamo di tre distinti provvedimenti amministrativi notificati dalla Questura di Bologna ad attivist* di diverse articolazioni dei Municipi Sociali. Ciascuno prevede una sanzione tra i 1.000 e i 10.000 euro, per la violazione dell’art. 18 T.U.L.P.S., come modificato dopo l’approvazione del più recente decreto sicurezza. Ci stanno infliggendo una sanzione, che potrebbe arrivare fino a 30.000 euro, perché il 5 marzo 2026 abbiamo deciso di contestare Christine Lagarde, senza preavviso. Oggi alla Questura basta letteralmente un annuncio sui social per individuare i responsabili. In un tempo in cui tutto accade alla velocità di un post, di una storia, di una chiamata collettiva improvvisa, veniamo minacciati e ricattati con sanzioni pesanti se proviamo a scendere in piazza con urgenza e rapidamente, senza passare dai canali concordati con la forza dello Stato.
Questo può valere per presidi organizzati nel giro di poche ore, per scioperi che nascono da una decisione immediata, per manifestazioni che emergono da un’urgenza reale, da un rifiuto concreto dell’esistente precario. Insomma, per tutte quelle forme di azione collettiva che oggi si diffondono sempre di più, perché il mondo è cambiato: è più veloce, più instabile, più attraversato da crisi simultanee. Eppure, le regole e le norme che vengono applicate appartengono a un’altra epoca, a un altro equilibrio tra poteri, a un’altra idea di conflitto.
Art. 18 Tulps: dalla sanzione penale a quella amministrativa
Ricordiamo, per chi non è addentro alla materia, che le norme che regolano la libertà di manifestare e l’obbligo di preavviso risalgono al periodo post-risorgimentale e sono state irrigidite in senso punitivo durante il fascismo. L’attuale articolo 18 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza nasce proprio da quel contesto, dal Codice Rocco approvato nel 1930.
Nell’Italia repubblicana il grande contrappeso a questo impianto è arrivato con la Costituzione della Repubblica Italiana, che sancisce il principio fondamentale della libertà di manifestazione e di espressione del pensiero. La legge prevede sì l’obbligo di preavviso, ma si colloca dentro un preciso equilibrio: quello tra ordine pubblico e diritto al dissenso, diritto ad esprimere pubblicamente il proprio pensiero, il diritto a riunirsi. Nella pratica, il bilanciamento tra questi interessi ha funzionato come spazio di mediazione: l’obbligo di preavviso serviva innanzitutto a organizzare, a negoziare, a evitare scontri, senza poter mai arrivare a fungere da strumento di compressione dei diritti protetti dalla stessa Costituzione. Solo come extrema ratio poteva intervenire la sanzione penale.
Sanzione che, quand’anche interveniva, lo faceva nella cornice disegnata dal codice penale, ovvero un sistema comunque dotato di garanzie, tutele e possibilità di difesa. Prima la prassi, poi – eventualmente – la sanzione. Perché qui stiamo parlando del più fondamentale dei diritti: quello di contestare, di manifestare, di indignarsi, di esprimere liberamente il proprio dissenso e di organizzarsi quando le cose non vanno.
Con il nuovo decreto sicurezza, approvato d’urgenza il 24 febbraio 2026 – un’urgenza che non trova fondamento reale se non in una costruzione politica e mediatica della destra di governo – questo equilibrio viene brutalmente spezzato. Il decreto interviene su più piani: da un lato su questioni che richiederebbero investimenti e politiche strutturali (ancora non messe a bilancio), dall’altro su norme che incidono direttamente e pesantemente sui diritti costituzionali, tra cui, appunto, quello di manifestazione, tra queste nuove misure rientra il noto “fermo preventivo”.
La scelta del governo di intervenire sulla norma di cui all’art. 18 TULPS degradando la violazione a sanzione amministrativa è significativa e non affatto casuale: dietro allo specchietto per le allodole della depenalizzazione, si nasconde una grave compressione delle garanzie. Introducendo un meccanismo amministrativo di irrogazione di una sanzione pecuniaria, si consente alle forze dell’ordine e alle autorità prefettizie di colpire i singoli, ritenuti responsabili, direttamente, privandoli delle garanzie di un processo, con multe elevate e immediate. Si fa dunque uso di uno strumento più rapido, ampiamente discrezionale, estremamente difficile da contestare nel breve periodo. Infatti, una volta comminata la sanzione la sola possibilità concessa alle persone sanzionate è quella di rivolgersi, a spese proprie, al Giudice di Pace, un giudice che, sia per competenza e materia sia per procedura di selezione, è spesso dotato di una cultura giuridica completamente diversa da quella del giudice penale che, paradossalmente, offre molte garanzie in più, sicuramente più adatte a misurarsi con un tema complesso come quello del bilanciamento tra diritti costituzionali e ordine pubblico. Questa modifica, dunque, non rappresenta certo una tutela, un alleggerimento sanzionatorio, ma una leva di pressione.

La sanzione pecuniaria come ricatto. Fino a 30.000 euro per aver contestato Christine Lagarde.
Questo è esattamente quello che è successo a noi. Venuti a conoscenza della presenza della presidente della BCE a Bologna, in un contesto di crisi europea evidente e di crescente distanza tra i luoghi del potere economico e la vita reale delle persone, abbiamo ritenuto necessario contestare immediatamente. La struttura decisionale europea – tra Commissione e Banca Centrale – incide profondamente sulle condizioni materiali di milioni di persone, senza un reale controllo democratico diretto. Sollevare questa contraddizione ci è sembrato non solo legittimo, ma necessario.
La mobilitazione è stata lanciata sui social, in modo trasparente, senza armi e con l’obiettivo chiaro di esprimere dissenso. La risposta è stata duplice: da un lato, la minaccia esplicita da parte delle forze dell’ordine di applicare le nuove sanzioni previste dal decreto sicurezza; dall’altro, un dispiegamento massiccio di uomini e mezzi per impedire fisicamente ogni accesso all’evento.
Non si è trattato solo di impedire una manifestazione, ma di lanciare un messaggio: ogni forma di conflitto non mediato, ogni espressione autonoma e immediata del dissenso può essere adesso colpita, isolata e resa economicamente insostenibile.
Ma è proprio qui che si apre la questione politica.
Se le forme del conflitto cambiano – perché cambiano le condizioni materiali, le tecnologie e i tempi della vita – allora anche i diritti acquisiti devono essere difesi dentro questo cambiamento. Non può esistere una libertà di manifestare che vale solo se lenta, prevedibile, di fatto autorizzata. Non può esistere democrazia senza la possibilità concreta di reagire, anche rapidamente, anche fuori dai canali istituzionali, quando emergono contraddizioni evidenti.
Quello che è in gioco non è solo una multa. È la ridefinizione del confine tra ordine e libertà, tra sicurezza e diritto, tra governo e conflitto, tra potere discrezionale di polizia e organi di governo e diritti delle persone. E se passa l’idea che la manifestazione di dissenso immediato sia illegittimo, allora si restringe lo spazio stesso della politica.
Quanto vale il nuovo Decreto Sicurezza?
Per questo motivo abbiamo deciso di utilizzare l’unico strumento di “tutela” che la nuova legge prevede, con una domanda di accesso agli atti e la trasmissione al Prefetto di nostre memorie difensive. Superati i 30 giorni dalla notifica, il Prefetto di Bologna deciderà la somma che dovremo corrispondere. Ricordiamo che, nel nostro caso, si tratta di tre provvedimenti, ciascuno con sanzioni comprese tra i 1.000 e i 10.000 euro.
Quella del Prefetto ci appare come una decisione arbitraria e discrezionale, che non offre alcuna reale garanzia. Per questo abbiamo deciso di rendere pubblica questa vicenda, affinché al Prefetto di Bologna arrivi tutta la pressione possibile: per portarlo a decidere che infine la sanzione sia pari a 0 €, che il provvedimento venga stralciato, che questa norma non venga mai più applicata e che tutti i casi analoghi in città e altrove vengano trattati allo stesso modo, soprattutto mentre in questi giorni è ancora in corso la discussione in Parlamento per la conversione definitiva in legge del Decreto Sicurezza bis del 24 febbraio 2026.
Ci chiedono fino a 30.000 euro per aver contestato la banchiera più potente d’Europa: un ossimoro, un segno dei tempi perversi che stiamo vivendo.
Allora la risposta può essere solo collettiva. Insieme a tutte e tutti coloro che si sono mobilitati contro i decreti sicurezza, a chi si oppone alla democrazia illiberale sognata da Giorgia Meloni, a chi ogni giorno in questa città organizza mobilitazioni, conflitto, produzione di ricchezza e libertà, e guarda con preoccupazione all’applicazione di queste misure, chiediamo di aiutarci a rilanciare questo messaggio importante, per noi e per tutt*:
0€ signor Prefetto
