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Sanità pubblica in attesa di smantellamento: il modello Meloni

Un contributo degli ambulatori popolari Officina di Cura (Reggio Emilia), Laboratorio Salute Popolare (Bologna) e Oltrecura (Parma)

In un momento in cui la propaganda del governo Meloni continua a parlare di trasparenza, innovazione e “diritto alle cure”, l’analisi della Fondazione Gimbe del 3 febbraio 2026 restituisce una realtà molto diversa: un Servizio Sanitario Nazionale intrappolato in un gioco di prestigio, dove si moltiplicano annunci e piattaforme digitali mentre i problemi strutturali vengono scientemente rimossi.

Il Decreto Legge sulle liste d’attesa, a distanza di oltre diciotto mesi dalla sua approvazione, resta infatti una scatola semivuota. Mancano ancora decreti attuativi cruciali, primo fra tutti quello che dovrebbe definire il reale fabbisogno di personale sanitario. Non si tratta di una dimenticanza tecnica, ma di una scelta politica precisa: senza numeri certi su medici, infermieri, tecnici e operatori sociosanitari, il problema delle liste d’attesa può continuare a essere raccontato come una questione di “organizzazione” e non come ciò che è davvero: un sottofinanziamento strutturale del servizio pubblico.

La cosiddetta Piattaforma Nazionale per il monitoraggio dei tempi di attesa, che dovrebbe garantire trasparenza e omogeneità, si presenta oggi come un labirinto di dati parziali, indicatori incomprensibili e informazioni non confrontabili tra territori. In questo modo diventa impossibile capire dove il sistema si inceppa davvero, quali Regioni rispettano i LEA e quali no, dove mancano professionisti e dove invece si accumulano prestazioni inutili. Questa non è trasparenza: è opacità amministrata.

Nel frattempo, mentre i cittadini attendono mesi per una visita o un esame, una quota sempre più significativa di prestazioni viene assorbita dall’intramoenia e dal canale privato. Chi può permetterselo accede alle cure pagando, chi non può rinuncia o resta in attesa. Le liste d’attesa smettono così di essere un disservizio e diventano uno strumento di selezione sociale, trasformando un diritto universale in una variabile di reddito. In parallelo cresce rapidamente il ricorso alle assicurazioni sanitarie integrative e ai fondi contrattuali, presentati come soluzione moderna ed efficiente ma di fatto accessibili soprattutto a chi ha un lavoro stabile o un reddito medio-alto. Questo modello, già diffuso in altri Paesi, sta avanzando anche in Italia: non rafforza il sistema pubblico, ma crea un doppio binario, dove una parte della popolazione accede a cure rapide e l’altra resta intrappolata nelle liste d’attesa. Il tema dell’inappropriatezza prescrizionale, spesso stimata attorno al 30% degli esami diagnostici, viene a sua volta utilizzato in modo strumentale. Un problema reale, che però viene raramente affrontato nel merito. Invece di investire in formazione continua, linee guida condivise, lavoro di équipe e tempo clinico, l’inappropriatezza diventa il pretesto per giustificare nuovi tagli lineari, colpendo indistintamente servizi e territori. Governare con la forbice in mano è più semplice che ricostruire un sistema pubblico indebolito da decenni di definanziamento.

Il quadro si fa ancora più inquietante se si osservano le priorità complessive di spesa di questo governo. Mentre la sanità pubblica viene lasciata in uno stato di abbandono statistico e operativo, le risorse sembrano orientarsi sempre più verso il settore della difesa, i grandi gruppi industriali del comparto bellico e una propaganda securitaria che parla di ordine e sicurezza ma ignora il vero tema: non c’è sicurezza senza salute, e non c’è salute senza servizi pubblici accessibili.

Un sistema che non vuole essere misurato è un sistema che si prepara a essere smantellato. E un sistema che smantella la sanità pubblica sta deliberatamente spostando risorse lontano dalla vita quotidiana delle persone. Non possiamo curare ciò che non abbiamo il coraggio di misurare correttamente. Se il sistema attuale nasconde le proprie crepe dietro indicatori incomprensibili e “scatole vuote” legislative, il primo atto di resistenza deve essere l’emersione della verità. Estrarre dati reali, denunciare le liste d’attesa infinite e mappare chirurgicamente le carenze di personale non serve solo a fare statistica: serve a generare quel conflitto necessario senza il quale non può esserci rilancio.

Il silenzio statistico è il complice perfetto del definanziamento. Solo mettendo a nudo il fallimento programmato del sistema possiamo pretendere che le risorse non vengano buttate, ma restino ancorate alla cura delle persone.

Siamo consapevoli che il progetto di attacco al SSN a favore della sanità privata è concepita come inevitabile, talmente normalizzato da creare solo un enorme senso di rassegnazione. Occorre sovvertire questo paradigma, non basta chiedere solo più risorse o fare interventi ad hoc ma serve affermare una visione della sanità come servizio pubblico che metta al centro la prevenzione.

Uscire da questa spirale è possibile, ma richiede scelte politiche nette, non operazioni cosmetiche:

1) Definire subito il fabbisogno reale di personale sanitario, Regione per Regione, finanziando assunzioni stabili e superando la logica dei tetti di spesa.

2) Restituire tempo alla clinica, riducendo carichi burocratici e permettendo ai professionisti di lavorare sull’appropriatezza prescrizionale attraverso percorsi condivisi, non sanzioni.

3) Rendere i dati pubblici, leggibili e confrontabili, affinché cittadini, operatori e amministrazioni locali possano esercitare un controllo reale.

4) Limitare l’intramoenia e il ricorso al privato accreditato, riportando le risorse e le prestazioni dentro il servizio pubblico.

5) Rafforzare la sanità territoriale, i consultori, gli ambulatori pubblici e di prossimità, perché è lì che si intercetta la domanda prima che diventi emergenza.

Sono misure concrete, attuabili, già note, ma senza mobilitazione non ci sarà alcun cambiamento. La storia della sanità pubblica insegna una cosa semplice: nessun diritto è stato conquistato senza conflitto. Per questo, se vogliamo davvero superare il problema delle liste d’attesa, non basta affidarsi a piattaforme digitali o a decreti incompleti. Serve una mobilitazione larga, che tenga insieme professionisti sanitari, cittadinanza, territori, amministrazioni locali. Serve tornare in piazza, sotto i palazzi del potere, a rivendicare che la salute non è una voce di bilancio comprimibile, ma un diritto costituzionale. Serve confederare le lotte per riuscire a rompere l’isolamento degli operatori sanitari e dare voce a chi oggi rinuncia alle cure in silenzio.

Operatori sanitari e cittadini insieme. Together! Il 28 marzo deve diventare un momento di rottura, non una semplice data simbolica: una giornata di mobilitazione, di piazza e di conflitto. Perché la sanità pubblica non si salva con gli annunci, con le piattaforme digitali o con le assicurazioni private, ma con l’organizzazione collettiva, la lotta e la pressione sociale su chi governa.

Officina di Cura (Reggio Emilia), LSP (Bologna) e Oltrecura (Parma)