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La primavera a Cracovia non è ancora arrivata. Nel piazzale della stazione degli autobus inizia a cadere una leggera neve. Il bus per L’viv (Leopoli per gli Europei) è in ritardo. Ad un certo punto scompare l’indicazione dalla piattaforma da dove dovrebbe partire. Non sembra che alle altre persone in attesa preoccupi. Chiediamo, la ragazza parla solo ucraino, ride e ci fa capire di non preoccuparci. Il bus della compagnia Ucraina “Bonbus” arriva. Si parte solo con 30/40m di ritardo. Appena usciti da Cracovia la neve aumenta di intensità. La campagna polacca è tutta imbiancata. Il bus è a due piani. Non è pieno. Uno dei due autisti chiama uno a uno tutt* le/i passegger*. Le/i bambin* “urlano” yeah x rimarcare che ci sono. Eccetto noi 3, le/gli altr* sono tutt* ucrain* che rientrano a casa per Pasqua. Per lo più donne con bambin*, ragazze, ma anche una decina di giovani ragazzi.

Davanti a noi una mamma con due bambine di circa 4 e 6 anni. Sono di Dnipro, ma ora vivono in Inghilterra. È la prima volta che rientrano in Ucraina da quando sono fuggite tre giorni dopo l’invasione. Si fermeranno a L’viv 3 gg. Dnipro è vicina al fronte, troppo pericoloso tornarci con le bambine.

Passiamo il confine al valico di Medyka, su entrambi i lati del confine sono incolonnati vari km di camion in entrata e in uscita dall’Ucraina.

In un paio d’ore arriviamo alla stazione di L’viv. È già buio, l’illuminazione scarseggia, ma ci dicono che è normale e non per via della guerra. A dicembre invece sì, c’è stato un importante razionamento della corrente elettrica per diverse ore al giorno. Ora l’elettricità c’è e viene usata quando serve.

Prendiamo un taxi in stazione perché a causa di problemi con la connessione internet non riusciamo ad incontrarci con la persona che ci doveva venire a prendere. Quando, sempre un anno fa, siamo venuti a L’viv il roaming era gratuito. La solidarietà delle compagnie telefoniche del vecchio continente però è scaduta qualche mese dopo.

Il tassista che incontriamo all’inizio diffida di noi. Ma dopo poco si lascia andare a racconti e battute e ci dice che è sposato con una donna che fa import di prodotti dall’Italia e ci mostra dei reels sulle fettuccine mantecate in una forma di parmigiano reggiano. Si burla un po’ di noi, ma quando c’è da aspettare in una zona non illuminata, spegne il taxi e continua le chiacchiere. Ci racconta che Leopoli è il luogo dove ancora molte persone si rifugiano. Noi a un primo sguardo notiamo un miglioramento rispetto ad un anno fa. Lui conferma, e pensando alla sua città dice che se Kiev è il cuore, L’viv è l’anima dell’Ucraina. Chissà cosa voglia dire. Con il tassista ci salutiamo quando arriva un compagno a prenderci. Oleh, questo è il suo nome, ci accompagna al luogo dove dormiremo.

La nostra “casa” a L’viv è un enorme edificio industriale- ci diranno, un’ex fabbrica di carta. Ci ritroviamo in una ampia cucina organizzata per dar da mangiare a tante persone. Nella stanza affianco, una camera da letto in cui è stata costruita una struttura in legno per creare 12 piccoli loculi in cui dormire. Oleh non parla inglese, ma presto arriva un altro ragazzo che invece lo sa abbastanza bene. Provengono dalla regione di Kharkiv, entrambi vivevano in un paesino di pochi abitanti, entrambi hanno le case danneggiate dove non possono tornare e da un anno si “rifugiano” qui. Oleh però si rifiuta di chiamarlo rifugio. Il Soma per lui è un luogo dove si ritrovano persone, sì in fuga dal proprio territorio martoriato, ma soprattutto alla ricerca di uno spazio di condivisione vero, libero e dove sviluppare la creatività. Nel frattempo arriva Kateryna che ha portato la cena. Kateryna l’abbiamo conosciuta in Italia. Domani avremo un incontro più lungo con lei e la sua realtà, Feminist Workshop. Ci racconta che anche lei abitava nella zona di Karkhiv 10 anni prima. Oleh era un suo vecchio amico e solo qualche mese fa ha scoperto che si era trasferito a L’viv nel posto gestito da su* amic* e compagn*.

Il Soma tecnicamente è uno spazio per pratiche artistiche, motorie, musicali, con un’ampia palestra al terzo piano, ma di fatto nell’ultimo anno è diventato un luogo sicuro che ospita, oltre a chi ci vive, tante persone, ucraine e non, che passano da L’viv per andare verso est ad aiutare e a combattere.

Noi non siamo in nessuna di queste due categorie ma l’accoglienza che ci viene riservata è lo stesso calorosa.

Mangiamo un cibo tipico sovietico. Le loro risate al riguardo sono amare. Kateryna ci racconta come si vive ad un anno dalla guerra, come si passano le festività, come ci si comporta con il coprifuoco della mezzanotte. Il coprifuoco che sta per arrivare non la spaventa troppo. Se sei donna in un modo o nell’altro la polizia ti lascia andare tranquillamente. Se sei uomo invece ti vengono fatte molte storie sul perché non sei al fronte a combattere. La Pasqua ortodossa è una settimana dopo quella cattolica, così come il natale è due settimane dopo. Dallo scoppio della guerra gli ucraini si sono posti il problema di non voler festeggiare contemporaneamente con i russi. La cosa è stata risolta anticipando i festeggiamenti. Alla fine, dicono, è solo una scusa per bere due volte.

È tardi e domani abbiamo diversi incontri in programma.

Ci mostrano i letti nel teatro del Soma.

Noi ci crolliamo sopra.