Dopo la vittoria di AfD in Sassonia Anhalt, Berlino chiamava. Così, preparato lo zaino e messo in fila le idee del nostro europeismo mediterraneo e confederale tra città, abbiamo raggiunto la capitale tedesca. In queste poche righe raccontiamo ciò che abbiamo visto, letto e scambiato nei ferventi giorni pre-elettorali.
Ah you loved me as a loser, but now you’re worried that I just might win.
You know the way to stop me, but you don’t have the discipline.
How many nights I prayed for this, to let my work begin.
First we take Manhattan, then we take Berlin
Berlino è in piena campagna elettorale, travolta fino all’ultimo minuto dal freddo settembrino e dai volantini dei candidati alle elezioni del suo Land. Comizi, banchetti, manifesti e cartelli appesi ai pali della luce riempiono le strade. In alcune zone della città, quelli dell’AfD stanno più in alto degli altri, abbastanza da provare a sfuggire alle mani di chi, durante la notte, li stacca o li imbratta. Si percepisce una partecipazione cittadina che va oltre la distante e noiosa competizione tra partiti. Soprattutto dopo la vittoria di AfD in Sachsen-Anhalt, le elezioni sono diventate il momento di sintesi di uno scontro che non è esclusivamente elettorale: un momento in cui esprimere in quale tipo di società si vuole vivere. Gli alti numeri dell’affluenza lo hanno dimostrato: il 73% della popolazione questo weekend si è recato alle urne nella capitale tedesca.



- Afd: La migrazione ha bisogno di confini
- Die Linke: Fare di nuovo paura ai Nazi
- AfD: Rendi. Berlino. Forte.
Questo scontro, vivo e su più fronti, lo ritroviamo anche nel nostro breve viaggio a Berlino negli ultimi giorni di campagna elettorale. Venerdì, appena arrivate, veniamo trascinate alla contestazione del comizio finale di Sarah Wagenknecht in Alexanderplatz, pieno di bandiere della pace e parole contro la militarizzazione e a sostegno di Putin. La leader rosso-bruna è fuoriuscita dalla Linke nel 2023, fondando un partito di sinistra etnopopulista e nazionalista che ora, almeno dopo il voto in Sachsen-Anhalt, starebbe valutando di allearsi con AfD per andare al governo dello stato federale.


1. BSW: Senza pace è tutto vano; Striscione contestazione: “How it started: RDSA”
2.Striscione contestazione: “How it is going: Hindenburg”
Sabato mattina, invece, l’incontro annuale dei pro-vita sostenuto dalla CDU è stato accompagnato da un sit-in transfemminista organizzato da Top B3rlin e altre realtà di movimento. A un raduno che celebra il diritto dei feti e usa la vita di bambini con disabilità per limitare la libertà delle donne di scegliere sul proprio corpo, si oppone la necessità di una legge che legalizzi l’aborto in Germania, un diritto mai raggiunto pienamente nel paese. Altre due immagini di mondo che, in questo campo di contesa, si scontrano.



1. Il diritto alla vita è un diritto umano
3. Striscione: “Aborto legale”
La vittoria di Elif
Domenica 20 settembre, la candidata sindaca della Linke ha registrato una vittoria schiacciante. Con il 25,7% dei voti ha superato tutti gli altri candidati.
Nella capitale, la Linke non si pone come alternativa solo all’estrema destra, che ha ottenuto il 16,3% a Berlino, mentre in Meclemburgo-Pomerania è il primo partito, continuando ad accumulare vittorie, ma anche alle riforme ultraliberiste della CDU, che a Berlino si è fermata sotto il 20% e nella regione di Meclemburgo-Pomerania ha incassato una sconfitta storica.
Negli ultimi mesi il partito ha fatto una campagna elettorale furiosa, bussando alle porte di decine di migliaia di persone e distribuendo pasti popolari nelle mense di quartiere.
Nella sua campagna, Elif Eralp, nata in Germania da genitori turchi e sindacalisti emigrati per motivi politici, ha puntato sul miglioramento delle condizioni di vita materiali delle persone che vivono e lavorano nella metropoli. La prima sfida è aggredire la questione abitativa, in una città devastata dai grandi fondi immobiliari e in cui le persone non riescono più a permettersi di pagare l’affitto. Dopo anni di lotta e una campagna politica che nel 2021 ha portato la città a esprimersi sulla confisca degli appartamenti ai colossi dell’immobiliare, la politica non ha mai tradotto in legge questa decisione. Il partito di Eralp ha quindi il compito di ridare valore legale a uno strumento di espressione democratica, imponendo un tetto agli affitti e applicando l’esproprio e la nazionalizzazione delle case sfitte di proprietà dei grandi fondi immobiliari.
L’equilibrio delle coalizioni deciderà nelle prossime settimane se nascerà un governo Linke-Verdi-SPD o se SPD e Verdi sceglieranno di governare con la CDU. L’ago della bilancia è la SPD, che già due anni fa si era sottratta alla responsabilità di trasformare in legge il risultato del referendum, nonostante avesse partecipato alla campagna referendaria.
Gli altri temi della campagna della Linke si concentrano sulla lotta di classe urbana: contro il carovita, per i trasporti pubblici e per una diversa gestione dei rifiuti. Concentrandosi su temi materiali che mirano a una concreta trasformazione della città per tutti, e non solo per chi la città se la può permettere, Eralp ha posto un argine all’estrema destra, senza inneggiare a nessun “muro di fuoco”, ma cercando di convincere la classe precaria urbana, a destra e a sinistra, a est e a ovest.
Questo approccio pragmatico è quello che ha spinto migliaia di nuovi iscritti a prendere parte alla campagna elettorale. Come ci hanno raccontato alcuni compagni che da un paio d’anni sono entrati nel partito, moltissimi giovani negli ultimi mesi si sono uniti alle unità di quartiere per incontrare le persone porta a porta, dividendosi i turni e coprendo ampie zone della città. L’app Aktivista ha permesso di democratizzare questo processo, mappando le azioni in corso e permettendo a chiunque la scaricasse di partecipare. Ogni partecipante è diventato un connettore di questo network, andando a parlare con le persone di casa in casa, facendo inchiesta urbana e mappando i bisogni nei quartieri.
Ma il punto non è solo il modo in cui la Linke ha fatto campagna. È anche capire chi ha riempito quello spazio politico e come una nuova composizione sociale stia usando il partito come strumento di organizzazione.

Una nuova base che usa il partito
La rivitalizzazione della base della Linke è un fenomeno che si è sviluppato negli ultimi tre anni, per una serie di fattori. Uno di questi è certamente la fuoriuscita dell’ala etno-nazionalista di SarahWagenknecht, che ha lasciato la Linke come un involucro vuoto. Le alternative erano due: o scomparire o essere abitata da una nuova composizione, lontana dalla dirigenza del partito. La seconda ha evidentemente avuto la meglio.
Come ci hanno raccontato Nicola Carella (amico e compagno che da anni vive a Berlino) e alcuni compagni della Linke, negli ultimi due anni vari collettivi, comitati e gruppi di sinistra, anche molto diversi tra loro, hanno trovato nel partito un grosso ombrello sotto cui stare per fare pressione politica e vivere in maniera più compatta lo scontro in atto nella società tedesca, almeno durante gli appuntamenti elettorali.
Nella lunga serata di festeggiamenti, domenica siamo andati a trovare il Bloque Latinoamericano, un gruppo politico anticapitalista che sostiene le persone ispanofone a Berlino, sia a livello sociale sia nelle proprie vertenze sindacali, in particolare nel settore sanitario. Il Bloque, pur non essendo parte della Linke, ha visto in queste elezioni un’opportunità. Ha quindi sostenuto la campagna elettorale, spingendo perché la comunità ispanofona, meno rappresentata rispetto ad altre, potesse essere ascoltata e prendere spazio. La relazione tra movimento e partito sembra essere chiara: “Durante le elezioni abbiamo dato il nostro supporto. Adesso bisogna vedere quali saranno le coalizioni e se la Linke sarà al governo o all’opposizione. Il nostro ruolo comunque sarà quello di fare pressione per le strade perché i punti del programma vengano messi in pratica”.
Una cittadinanza ibrida
La Linke è stata appropriata da moltissime giovani, principalmente donne, con più o meno esperienza militante e spesso un background migratorio. Non stupisce quindi che il cuore pulsante del successo della Linke in queste elezioni sia un quartiere come Neukölln: un quartiere popolare, dove vivono molti giovani e studenti, e casa della comunità turca, curda, palestinese e di molte altre comunità non tedesche.
Alla festa nella sede del partito di via Kottbusser Damm di domenica pomeriggio, dopo la proiezione dei risultati, il candidato del distretto ha scandito dal palco: “Per screditarci, ci avete dato degli antisemiti e degli jihadisti. Ma nonostante le vostre menzogne, abbiamo comunque vinto!”. Il fenomeno “die Linke Neukölln” ha infatti sollevato polemiche sia a destra sia a sinistra, con alcuni esponenti della SPD che hanno messo in dubbio la possibilità di formare una coalizione nel caso fossero stati eletti candidati da questo quartiere. Una cosa praticamente inevitabile, dato che il partito nel distretto ha preso il 50% delle preferenze, dando una spinta decisiva alla vittoria schiacciante.


2. Per buoni asili, scuole e centri giovani; Chi fa politica con AfD, la porta al potere; Merz, leccami le “uova”; La casa è un diritto dell’uomo; Libertà per la Palestina; Servizio militare obbligatorio? Ribellatevi!
Nella sala della festa per lo spoglio, domenica pomeriggio, praticamente chiunque aveva una kefiah. Cosa strana per uno spazio politico tedesco, dove la Palestina è stata molto spesso un tabù innominabile. Quello che ci raccontano i militanti della Linke è che il genocidio e le proteste per Gaza sono stati un motore che ha travolto le categorie politiche nel paese. Pur essendo la Palestina uno dei temi più divisivi, di gran lunga più dell’Ucraina, la Linke è riuscita a ricostruire una sua immagine a partire da questa frattura, riaprendo uno spazio in cui accogliere tutta quella generazione, indipendentemente se tedesca o meticcia, sicuramente berlinese, che non sopporta di sottostare al silenzio imposto da un senso di colpa che sente non appartenerle. Più che una questione identitaria o una battaglia morale, l’opposizione al genocidio in questa città sembra avere la funzione di cesura tra il vecchio mondo e quello nuovo, che supera fratture e polarizzazioni per ricercare nuove forme di convivenza. Questo secondo aspetto ha sicuramente dato un nuovo impulso al partito per reimmaginare se stesso.
Quello che è evidente, girando per Neukölln, è che a Berlino, la capitale europea per antonomasia, c’è una cittadinanza ibrida, meticcia, che un tempo si sarebbe potuta definire migrante, ma che oggi è radicata, in maniera più o meno storica, nella società metropolitana e vuole poter decidere del proprio futuro. Per la destra questa è la parte di Europa da reimmigrare. La Linke, invece, ha capito come connettere e ottenere la fiducia di questa parte di città più precaria, ibrida e meticcia, senza farne una questione identitaria, ma piuttosto di classe. Puntando sul miglioramento della vita di tutti, comprese le classi metropolitane meno abbiente, la Linke si è guadagnata la fiducia anche di quartieri come Pankow o Köpenick, inoltrandosi nell’est della città e sottraendo voti alla destra.


Da Berlino all’Europa
Il 2027 sarà anno di voto nel vecchio continente, un ciclo di elezioni che rischia di ridisegnare a destra la geopolitica europea. La domanda che in molti si fanno ora è: sarà possibile avere il cosiddetto effetto Mamdani, o quello di Linke, posto che siano la stessa cosa, anche in altri paesi? Quello che è evidente è che le elezioni si stanno trasformando in un terreno di scontro non solo della rappresentanza, ma di immagini opposte di società. E assumono un nuovo significato se viste in prospettiva continentale.
Sicuramente, lo sgretolarsi del centro e lo scivolamento a destra della sinistra istituzionale in alcuni paesi, ma soprattutto in alcune città, sta creando lo spazio per un’alternativa di sinistra più radicale. Una sinistra che vince con proposte pragmatiche e di classe, senza rinnegare i diritti civili, ma facendoli propri anche attraverso la rappresentanza delle minoranze tra le sue candidate e dirigenti, puntando a opporre resistenza al fascismo e al nuovo comando finanziario, e a riguadagnare spazio di vita per tutti.
Difficile prevedere se si daranno le stesse condizioni ovunque. Ad ogni modo, non possiamo essere così miopi da non vedere le elezioni che ci saranno in Francia, Spagna, Italia come uno degli spazi in cui agire questo scontro, in maniera ibrida e non necessariamente lineare. Le manifestazioni plurali contro AfD che hanno attraversato Erfurt o Halle costituiscono l’altra faccia della stessa medaglia.
La domanda da porsi, allora, è forse un’altra: come possiamo attraversare questi appuntamenti elettorali, oltre gli steccati nazionali, e attraversarli con un’ondata sociale composta da quel precariato urbano, meticcio, transetnico, queer, multireligioso, che già costituisce le capitali europee e forse, più in generale, la nostra nuova Europa?
Il punto non è scegliere se puntare sul movimento o sull’opzione elettorale. È far crescere l’uno dentro l’altra, a seconda del momento e delle opportunità, con l’obiettivo di costruire una nuova soggettività europea oltre le divisioni identitarie, capace di portare avanti una lotta di classe e di rovesciare i rapporti di forza.
