Decostruire, riorganizzare e ripartire dal territorio: riflessione sull’attualità delle politiche sanitarie in Emilia-Romagna

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Come Laboratorio di Salute Popolare ci siamo ritrovatə a ragionare sin dall’inizio della sindemia da Covid-19 sul definanziamento della sanità pubblica, sul depotenziamento delle cure territoriali e di prossimità e sulle rovinose ricadute che tutto ciò avrebbe avuto (e stava già avendo nel 2020!) sulla cura tutta, su tutto ciò che per noi rappresenta salute, dagli aspetti emergenziali a quelli essenzialmente preventivi.

Da mesi partecipiamo a tavoli istituiti da Ausl Bologna e altre istituzioni locali, e ad incontri più informali, in cui convergono altri ambulatori popolari da tutta Italia, per provare a capire insieme se ci sono e quali sono le possibilità di mettersi al riparo dalla crisi sanitaria in atto, di provare a valorizzare gli elementi dell’esistente che vanno in direzione di una migliore configurazione del rapporto tra ospedale e territorio, di un concetto di salute più attento ai determinanti sociali e alla partecipazione, di un governo pubblico e più efficace del servizio sanitario.

Oggi il servizio sanitario è caratterizzato da una frammentata e debole capacità di garantire accessibilità e programmazione, anche se al suo interno si rilevano dei piccoli interstizi in cui emergono le potenzialità dei piani organizzativi istituzionali. In particolare alcune realtà regionali si contraddistinguono per ammirevoli tentativi di promuovere ed espandere il campo di applicabilità di buone pratiche rendendole più vicine, più prossime alle persone, nella consapevolezza di un necessario ritorno alla personalizzazione della cura. Tuttavia queste esperienze, per quanto positive, non riescono a porre un’alternativa complessiva ai processi sempre più spinti di aziendalizzazione, regionalizzazione, dismissione del ruolo pubblico, e in questi processi rischiano, al contrario, di essere mortificate.

Le forze di autorganizzazione della comunità, invece, si muovono e costruiscono salute in direzione dei bisogni emergenti in quanto pongono naturalmente al centro la persona e non la malattia, ampliando insieme i significati dei bisogni di salute, costruendo relazioni di cura basate sull’ascolto reciproco, tentando così di mettere in condivisione gli strumenti necessari al processo di cura, al fine di riavvicinare tra di loro professionistə e persone che ne prendono parte.

Queste considerazioni sono nate dalle attività pratiche e di studio portate avanti come attivistə della salute. Siamo convintə sempre più che la sponda politica non potrà nascere dall’alto o dalle prediche di qualche tecnico illuminato – isolato – ma solo a partire da una rete di supporto e collegamento che unisca tutte le forze dal basso e che possa, in qualche modo, tentare di ridurre il danno e attutire il colpo, da un lato, e fornire una prospettiva efficace di rinascita delle cure primarie, dall’altro.

Che la coperta fosse troppo corta – come emerge ultimamente da diversi articoli della stampa – stiamo provando a dirlo già da un po’, ma rimaniamo perplessə leggendo l’ennesimo stralcio di giornale che grida al pericolo imminente e al crollo imprevedibile del sistema sanitario nazionale ospedaliero a causa di un aumento del numero degli accessi giornalieri in Pronto Soccorso o dell’arrivo di una influenza stagionale.

Non è difficile scorgere negli attuali allarmismi il fatto che si vada profilando una battaglia politica locale tra chi crede nelle cure primarie, nella capacità di governo e di lettura dei bisogni dei distretti, nella possibilità di una programmazione sociosanitaria integrata e chi invece non vuole perdere il privilegio di prestazioni specialistiche e posti letto rimborsati da ogni Regione d’Italia (si sa, il SSN in alcune città gode di un certo “turismo sanitario” a suo vantaggio negli ospedali) e oggi sente di poter perdere il terreno di un servizio pubblico connivente da sotto i piedi.

Sappiamo che limitandoci a denunciare dall’esterno la strisciante privatizzazione degli ultimi trent’anni, l’inaccettabile blocco delle assunzioni, le condizioni deleterie di lavoro dei servizi appaltati al privato e al privato sociale, non riusciremo ad entrare nel merito di questa battaglia che si sta giocando in Emilia Romagna come nel resto delle regioni d’Italia, ognuna con le proprie caratterizzazioni locali. E’ questa una sfida che necessita di alleanze ibride, di nuove forme di dibattito pubblico, di coinvolgimento attivo delle cittadinə e delle lavoratorə.

Tuttavia, continuiamo a chiederci come sia possibile, ogni qual volta si parli di finanziamenti pubblici insufficienti alla sanità, non riuscire a fornire una lettura più critica e consapevole di quanto accade da più di 30 anni in Italia. I soldi male investiti o insufficientemente investiti oggi sono figli non solo dei tagli sempre più cospicui e numerosi effettuati dalla fine degli anni ’90 in favore dell’entrata prepotente dei privati all’interno del sistema pubblico, ma anche delle scelte scellerate che hanno ridotto il servizio pubblico a un sistema di erogazione di prestazioni e che si manifestano in maniera sempre crescente nel totale abbandono di ogni serio approccio preventivo alla salute, sul piano ambientale, relazionale, politico.

Inoltre, si continua a rivolgere lo sguardo sempre e solo alla dinamica ospedaliera, la quale rappresenta un osservatorio molto parziale dell’andamento più o meno positivo di un sistema di cure nazionale. Infatti, il primo vero osservatorio nasce a livello del territorio, delle singole comunità locali e la tragedia portata dalla pandemia da Covid-19 questo ce lo ha mostrato in tutta la sua brutalità.

Quante altre giornate “nere” nel Pronto Soccorso con più accessi in Italia – Ospedale Maggiore di Bologna – dovremo assistere prima di capire che c’è bisogno senz’altro di più risorse economiche, ma soprattutto di programmarle e distribuirle adeguatamente per la costruzione di una vera rete di cure primarie, territoriali e di prossimità?

Una rete fatta di più presidi di salute, capaci di capillarizzare la cura in ogni singolo angolo della città, dotati ognuno di adeguate risorse e strumenti, alla portata delle esigenze di tuttə, per far sì che l’ospedale ritorni ad essere quel luogo in grado di curare solo quelle condizioni che non è possibile gestire sul territorio.

Quanti altri medici e mediche di base dovranno scontrarsi con la frustrazione personale e dei propri pazienti ogni volta che si ritrovano impossibilitatə nel prenotare una visita o un esame importante nei tempi adeguati, perché le liste di attesa sono lunghissime, quando non addirittura “chiuse” fino a data da destinarsi? E tutto ciò accade in Sicilia, in Calabria, come anche in Emilia Romagna…

È ora di smetterla di guardare le cose dall’alto e di cercare le soluzioni ancora più in alto. Le risposte sono più vicine di quanto immaginiamo e manca solo la volontà politica di prenderne atto e metterle in pratica.

Basti pensare a quanta letteratura è stata prodotta in merito a possibili gestioni più efficienti (e meno dispendiose!) di un sistema sanitario nazionale, ai virtuosi esempi di paesi come il Brasile o il Portogallo, alla ventata di innovazione, di contenuti teorici e pratici portata avanti dalla campagna PHC (Primary Health Care) in Italia, promossa da mediche e medici di base, infermieri e infermiere di comunità, psicologi, psicologhe e tanti altri professionisti della salute i quali hanno partecipato e continuano a partecipare alla stesura del Libro Azzurro, un documento illuminante sulla riforma delle cure primarie in Italia, redatto proprio sulla base dei principi enunciati dal “Livro Azul” portoghese (compendio analogo prodotto in Portogallo alla fine degli anni ‘90 e su cui si è basata la riforma sanitaria portoghese del 2005).

Tutto questo ci dimostra quanto sarebbe semplice e immediato passare dalle parole ai fatti, dal redigere dei PNRR sulla carta ad aprire delle vere case della salute, servendosi di dati tangibili e proposte che incoraggiano il reale funzionamento a lungo termine dei sistemi di prevenzione contro quelli meramente prestazionali.

Crediamo fortemente che con tali preziose risorse a disposizione, prodotte dalla più recente letteratura europea, risulti insufficiente cambiare solo denominazione (facciata) a dei contenitori che di fatto continuano a promuovere la privatizzazione come unica via d’uscita dalla crisi sociale, economica e sanitaria in cui siamo immersi. E nel dire ciò ci riferiamo soprattutto al Decreto Ministeriale 77 (DM 77/2022) in cui ci si rivolge alle Case della Salute come nuove Case della Comunità. Non basta parlare di comunità per evitare che, anche all’interno di quello che dovrebbe essere un progetto virtuoso, si insinuino ancora una volta cooperative e aziende private come Medipass, ad esempio, in grado di fornire prestazioni innovative, rapide, ma chiaramente a pagamento.

Inoltre, il prodotto di queste ultimissime legislazioni in materia sanitaria è del tutto vago sulla effettiva integrazione della psicologia di base, dell’odontoiatria di base e dei servizi sociali con la medicina territoriale. Non è più possibile immaginare nuovi programmi di cura che siano innovativi, trasformativi, prossimi ai bisogni di una collettività e di singoli individui, dai quali vengano costantemente escluse le braccia e le gambe della cura stessa, ovvero i suoi determinanti sociali.

Nel panorama attuale diventa perciò assolutamente necessario cambiare il paradigma, riempire davvero di un nuovo significato teorico, pratico e quindi politico le riforme sanitarie future.

Come negli anni ‘70 i medici si avvicinarono ai consigli di fabbrica e si inventò la medicina del lavoro, così gli ambulatori autogestiti nella pandemia possono essere un esempio per de-verticalizzare la sanità e focalizzare la cura come processo centrato sulla persona e non sulla prestazione.

Laboratorio di Salute Popolare

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