Per un movimento popolare e di massa, cantare in coro di essere ogni giorno in più di quello precedente, può sembrare solamente uno slogan efficace, teso a non mollare. Soprattutto se questo avviene per 15 giorni di fila, alla stessa ora e nello stesso luogo: il viale che ospita la sede del Primo Ministro. Eppure Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri, il movimento più importante e partecipato della storia albanese dalla caduta del regime comunista di Enver Hoxha, ci racconta una realtà diversa: il movimento cresce davvero ogni giorno, dentro e fuori i confini albanesi.
Non è solo un fattore culturale millenario della tradizione illirica e albanese, la besa, ovvero il considerare la promessa come qualcosa di sacro per mantenere la parola data – in questo caso, quella di essere ogni giorno di più di quello precedente. La Rivoluzione dei Fenicotteri cresce perché diventa ogni giorno di più un movimento generalizzato che parte dalla tutela delle aree naturali protette ma arriva ad essere un movimento contro l’intero sistema di potere albanese, contro la corruzione, contro il dominio degli oligarchi, contro il colonialismo di capitali e potenze estere.

Shqiperia e re – una nuova Albania, Rama n’burg, Berisha n’burg – Rama in galera, Berisha in galera, Rama jepe dorëheqjen – Rama dimettiti (diventato una specie di inno che anche passeggiando si sente uscire dai telefoni dei passanti), Revolucion – Rivoluzione”, Anuloni ligjin, annullate la legge (del 2024) sono i cori principali della piazza.
Una piazza che il Governo fa fatica ad interpretare e a contenere, nonostante i tentativi messi in campo. Mercoledì scorso, il 10 giugno, nella città di Fier, nel corso di uno dei comizi legati al tour per i festeggiamenti del trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama aveva annunciato che entro venerdì 12 giugno sarebbe finita la discussione sulle richieste del movimento, ovvero le sue dimissioni e il ritiro della legge del 2024 sulle aree protette, oggetto dell’inchiesta della Spak (Procura Speciale Anticorruzione e Contro il Crimine Organizzato) assieme alla transazione, al momento congelata, di una transazione da 200 milioni di dollari della società con sede nel Qatar controllata da Jared Kushner. Sembrava una minaccia.
Proprio nella stessa giornata, il 12 giugno, Edi Rama avrebbe festeggiato, per la seconda volta dopo l’iniziativa al Centro Congressi e dunque fuori dal programma originario, il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista a Tirana. Questa volta a Sheshi Italia, Piazza Italia: un tentativo di mettere in campo una prova di forza di piazza nel cuore della protesta nazionale, che è stata accompagnata nei social dalla circolazione degli screenshot dei messaggi che invitavano i dipendenti della pubblica amministrazione ad una presenza obbligatoria.
Il movimento ha risposto riconvocandosi come ogni pomeriggio a Sheshi Skenderbej, Piazza Skanderberg, per poi raggiungere e riempire tutto il Bulevardi Dëshmorët e Kombit, il Viale dei Martiri della Patria, e partire al calare del sole in un immenso corteo che ha invaso proprio Sheshi Italia, riappropriandosene, qualche ora dopo il comizio di Edi Rama.
Il movimento ripete da 16 giorni consecutivi ogni sera lo stesso schema per darsi appuntamento alle 18 ma cambia ogni sera il percorso del corteo serale in modo imprevedibile per poi tornare nella Piazza più importante e centrale della città, dedicata all’eroe nazionale che la domina attraverso la statua gigantesca che lo riproduce con il suo inconfondibile elmo, la spada e il cavallo: Gjergj Kastrioti Skënderbeu, Giorgio Castriota Skanderberg.

Nel Boulevard progettato da architetti italiani negli anni ‘20, intitolato inizialmente a Re Zog, ridefinito “Viale dell’Impero” sotto l’occupazione fascista e Bulevardi Stalin dal regime comunista di Enver Hoxha, il movimento ogni sera allestisce una sorta di palco, una scala dove le persone salgono e intervengono al microfono gestito con ordine, tra gli altri, da Edison Likaj e Sidorela Vatnikaj, attivisti del Qendra Drejtësi Sociale, Centro per la Giustizia Sociale, tra i protagonisti di innumerevoli lotte negli ultimi anni e con il collettivo Mesdhe anche della lotta contro i CPR italiani nel Network Against Migrant Detention. Battaglia sulla quale sono ancora fondamentali i lavori di inchiesta di Kristina Millona e del collettivo Europe Other.
Quella scaletta e quel microfono davanti alla sede del Primo Ministro rendono lo spazio pubblico una vera e propria agorà popolare, dove si alterano interventi di persone di ogni generazione e provenienza, persino dei turisti che supportano il movimento (al contrario dello spauracchio agitato da Edi Rama), incrociando la memoria degli anziani alla volontà dei giovani albanesi, della Gen z, i veri protagonisti della Rivoluzione, di costruire un futuro diverso. “Una nuova Albania, Shqiperia e Re”, appunto, come recita uno dei cori più gettonati ma anche uno dei tre grandi e alti striscioni, portati con le aste, che ogni sera occupano il boulevard, assieme a quello che recita Albania is not for sale tenuto dai militanti del partito Levizja Bashke, “Movimento insieme”, e “Rama dorëheqje, Rama dimissioni”. La consigliera comunale di Tirana Mirela Ruko, il segretario del partito Arlind Qori, il parlamentare Redi Muci sono tra coloro sempre presenti.

Lunedì 15 giugno ne è apparso un altro che recita Europe, can you hear us?.
Alla Commissione Europea il grido della rivoluzione in effetti è arrivato, ma al momento la Commissaria all’Allargamento Marta Kos si è limitata a spiegare in modo deludente e facendo indignare il movimento che stanno seguendo attentamente le proteste e la vicenda in particolare di Poro-Narta, progetto sul quale ha garantito che l’Albania dovrà rispettare pedissequamente gli standard ambientali UE e il Chapter 27.
L’accessibilità alla protesta è garantita a tutti, attraverso un grande spazio safe per i bambini e le bambine che a terra possono giocare ed esprimere la propria creatività, grazie anche all’instancabile lavoro e presenza di Fioralba Duma di Mesdhe e Palestinaelire, attorno al quale le persone sono incordonate per proteggerlo, ma anche la possibilità per le persone con disabilità di essere accompagnate a parlare al microfono. Nei pressi dello spazio bimbi, è inconfondibile la presenza delle sorelle Natasha, Elsa e Fatma Paja che con Trivet_art documentano ogni istante delle proteste ovunque esse si svolgono e lavorano sulle grafiche del movimento.
Nella stessa area del Boulevard, durante le proteste è sempre presente anche il Kolektivi Feminist, il Collettivo Femminista che si contraddistingue con il logo di due fenicotteri che si guardano, rapresentando l’isola di Sazan e la laguna di Narta, quasi baciandosi, e si fondono in un unico corpo.
Tra la folla è impossibile non notare anche le aste che sorreggono dei fenicotteri rosa fatti in legno e che sfilano a rullo di tamburi al grido di Narta është e jona!, “Narta è nostra!” con tra le altre, Denisa Kasa di PPNEA, Protecting and Preservation of Natural Enviroment of Albania, la ONG che dal 1991 si occupa della tutela degli ecosistemi albanesi e che è stata decisiva in questi anni nel denunciare quello che stava accadendo, non solo a Zvernec, Narta e sul delta del fiume Vjosa ma anche nell’impatto ambientale della costruzione del nuovo aeroporto internazionale di Vlorë.

Ed è proprio Vlorë, al di là del canale d’Otranto, da cui la Rivoluzione è scoppiata il 30 maggio quando gli abitanti del posto hanno abbattuto le recinzioni cantiere del resort di Kushner e una giovane ragazza del posto, Brunela Mërtiri, in un video diventato virale, ha urlato loro che quella terra non è nostra e di nessun altro. Lì è attivo tra gli altri anche Baki Goxhaj, attivista albanese di Palestinaelire che ha partecipato alla Global Sumud Flotilla e tra coloro che ha subito il rapimento dell’esercito israeliano in acque internazionali.
Dal microfono del boulevard più importante di Tirana non escono solo punti di vista o gli aggiornamenti quotidiani sulle novità che possono interessare il movimento e sul dibattito politico, come nel caso di ieri l’uscita dal partito di Marjana Koçeku, la più giovane deputata del Partito Socialista, ma anche le azioni concrete.
Da quel microfono infatti venerdì sera è stato promesso che la mattina seguente, sabato 13 giugno, nella spiaggia di Rrjoll, pochi km a nord di Shengjin e dell’hotspot italiano, sarebbero state abbattute le reti e il filo spinato che come nella laguna di Zvërnec, delimitavano l’area dove dovrebbe sorgere un resort di lusso. Questa volta non della coppia Ivanka Trump-Jared Kushner e delle società a loro collegate ma di un oligarca albanese, storicamente vicino a Sali Berisha ma in ottimi rapporti anche con il Governo attuale: Bashkim Ulaj. Le reti sono andate giù, sotto i colpi dei residenti del posto e sotto gli occhi di una Polizia che ha cercato di intervenire inizialmente ma senza riuscire a contenere la rabbia e la determinazione dei manifestanti.
La stessa cosa è accaduta la mattina seguente, domenica 14 giugno, quando nel villaggio di Dardhë, nella provincia di Librazhd, situato al centro dell’Albania, gli abitanti del luogo hanno abbattuto le recinzioni attorno alla centrale idroelettrica privata della società Lucente, che da mesi ha sottratto loro l’acqua potabile.
Non sono solo i fenicotteri di Narta, disegnati, pitturati nelle magliette, negli striscioni, nei cartelli, nei visi e nelle braccia delle persone, il simbolo di questo movimento: giorno dopo giorno, il filo spinato e le recinzioni che sottraggono spazi di vita e diritti, abbattuti dalle persone che quei luoghi li abitano, sono una pratica replicata e replicabile.
Nella spiaggia di Zvërnec i bulldozer e il filo spinato sono stati rimossi, a Rrjoll giacciono ancora a terra, a Librazhd l’acqua potabile per gli abitanti del villaggio sembra essere stata ripristinata in queste ore.
Sabato sera, il 13 di giugno, dopo l’azione diretta del mattino, si è tenuta la manifestazione di protesta più grande mai vista nel paese delle aquile: i bar erano vuoti, i media hanno trasmesso la diretta del corteo fino alla mezzanotte con sotto la didascalia “centinaia di migliaia di persone chiedono le dimissioni di Edi Rama”. Inquantificabili. In un paese che conta 2,7 milioni di abitanti, sono numeri e stime incredibili, paragonabili a milioni di persone se scendessero in piazza in Italia.
Domenica sera, nonostante fosse razionalmente difficile replicare, al quindicesimo giorno consecutivo, i numeri della sera prima, il corteo è stato nuovamente oceanico e ha bloccato per ore l’autostrada Tiranë – Durrës, generando una coda di 25 km, fino alle 3 di notte quando migliaia di persone hanno abbandonato la strada nella quale si erano sedute dopo essere state fermate dai mezzi antisommossa della Polizia. In queste ore, la Polizia ha annunciato che per almeno venti persone scatteranno le denunce.
Il tema del conflitto di piazza non può essere letto con gli stessi schemi europei e italiani. Il movimento è radicale, è rivoluzionario, pratica l’azione diretta. Ma è molto attento a non cadere nelle provocazioni che possono renderlo etichettabile e riconducibile alle memorie dalla cosiddetta “anarchia nel 1997” e della guerra civile, o alle modalità che Sali Berisha e il Partito Democratico utilizza nelle proprie manifestazioni. Le molotov contro i palazzi del potere che abbiamo visto nei mesi scorsi sono una ritualità organizzata da Sali Berisha, per trasmettere ai media internazionali un’immagine di un paese in rivolta e quindi inaffidabile per i partner occidentali. Ma il paese nei fatti non si è rivoltato per e con Sali Berisha. Anzi, lo ha considerato l’altra faccia del sistema.
Un esempio lampante è stato quando al terzo giorno delle proteste di massa, nel Bulevard dei Martiri della Patria, si sono schierati i mezzi antisommossa della Polizia, sono state installate barriere e gli idranti hanno provato a disperdere la piazza. Eppure, la determinazione e la resistenza dei manifestanti hanno avuto la meglio. Nei giorni successivi, quel tipo di gestione dell’ordine pubblico non si è più vista.
Ma l’onda della Rivoluzione dei Fenicotteri non sta investendo solo la patria: la diaspora albanese, ovvero le milioni di persone di origine albanesi presenti in tutto il mondo, più degli stessi abitanti in Albania, è scesa in piazza a migliaia e migliaia a livello globale. Non solo nelle grandi città come New York, Milano, Atene, Berlino, Parigi, Monaco, Sydney, Ginevra, Bologna, Firenze, Genova, Torino, Padova, ma anche in città più piccole. Tutto in modo spontaneo, auto-organizzato, senza bandiere di partito, esattamente come accade a Tirana.
Una diaspora che si è presentata in massa a Tirana sabato, viaggiando da tutti gli angoli del Pianeta per prendere parola al microfono del palco della Rivoluzione, esprimendo al pari di chi a Tirana ci vive la stessa complessità che porta con sé l’essenza popolare del movimento albanese: progressismo, patriottismo, elementi innovativi, nostalgici e nazionalisti si incontrano nella necessità, quasi esistenziale, di abbattere il sistema di potere incarnato da Edi Rama in primis ma anche da Sali Berisha.
Una diaspora che soprattutto nelle sue componenti più giovanili, coloro che sono emigrati da piccolissimi o che sono nati all’estero, vede sempre più la costruzione di collettivi o comunque dinamiche di auto-organizzazione politica e sociale in tutto il mondo, alla ricerca dell’elaborazione della propria identità e cura della comunità, condividendo lotte e battaglie antirazziste e anticoloniali in movimenti più ampi come in Italia fa Zane Kolektiv.
La popolarità e l’auto-organizzazione del movimento sono proprio gli elementi che mettono in difficoltà il Governo, incapace di affrontare un fenomeno nuovo, anti-sistema ma non caotico nel suo modo di esprimere la democrazia diretta di una “nuova Albania”.
Edi Rama ha paragonato il movimento alle squadracce fasciste e naziste, accusandole di voler imporre un pensiero unico e una superiorità morale, di arrogarsi il diritto di definire cos’è patriottico e cosa non lo è. Eppure, il Governo non fa altro che raccogliere la sua stessa arroganza, la violenza verbale e della sottrazione di risorse, di spazi di vita e anche dei sogni di chi ogni anno scappa del paese.
Una volgarità e una violenza che la Gen z, i giovani cresciuti sotto a regime comunista già caduto, molti dei quali hanno vissuto la delusione della sconfitta del grande movimento studentesco e universitario del 2016 o dell’abbattimento del Teatro Nazionale di Tirana nel 2020, oggetto di un’occupazione e di una resistenza eroica di artisti e attivisti. Oggi questa generazione ha ribaltato in una creatività straordinaria, usando i fenicotteri come arma, “memetizzando” i fenicotteri, Ivanka Trump, ogni dichiarazione di Edi Rama, Sali Berisha, gli oligarchi, ma anche Giorgia Meloni, i mondiali di calcio che il Governo sperava potessero abbassare il livello di partecipazione al movimento.

Una creatività supportata da un uso massiccio dell’intelligenza artificiale nella creazione dei cartelli. Ma anche dei droni, che sorvolano costantemente le manifestazioni nella costante ricerca della ripresa più bella che diventerà virale sui social e sarà vista in tutto il Mondo, oltre al dimostrare l’assurda oltre che improvida affermazione di Edi Rama di aver conteggiato che i partecipanti sono solo duemila. Un esercizio che tra gli altri fa ogni sera Citizen.al, portale di informazione indipendente che attraverso le sue collaboratrici e attiviste come Entenela Ndrevataj svolgono un ruolo fondamentale.
Una generazione che si sente europea ma riconosce le contraddizioni dell’Unione Europea, che non è più il mito dei loro genitori come negli anni ‘90, ma rimane comunque lo spazio privilegiato attraverso il quale costruire la propria democrazia, un paese non corrotto, una giustizia non politicizzata, una tutela dell’ambiente e degli ecosistemi che la stessa Unione Europea oggi non riesce a difendere. In questo senso è potente la consapevolezza di essere per una volta esempio per gli altri, il richiamo all’Europa a fare quello che fanno loro, non il contrario. Per una volta, non imparare, non essere subalterni, ma insegnare qualcosa e dare una lezione al resto del Mondo.
Tra le strade di Tirana si respira aria di rivoluzione e gli attivisti e le attiviste ci credono. Abbiamo chiesto a molte persone, attivisti sociali, ambientalisti, compagne e compagni di strada che abbiamo intrecciato in altre lotte, se pensano di poter raggiungere l’obiettivo di far cadere il Governo, ricevendo risposte affermative, ma mai ingenue.
Quello che il futuro del movimento ci riserverà non lo sappiamo, quel che è certo è che la Rivoluzione intende continuare ogni giorno a scendere in piazza alla stessa ora e a partire dallo stesso luogo. Sappiamo anche che l’Albania non potrà più essere la stessa e già non è più la stessa, perchè Rivolucioni e Flamingove, la Rivoluzione dei Fenicotteri ha già segnato indelebilmente le vite di centinaia di migliaia di persone che non smetteranno di sognare e lottare per una Shqiperia e re, un’Albania nuova.
