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Intervento di LSP al quinto meeting delle Social Clinics. “Per il diritto universale alla salute in Europa”

Pubblichiamo l’intervento del Laboratorio di Salute Popolare al quinto meeting di INOSC: International Network Of Social Clinics di Amburgo. Questo contributo si muove intorno allo sviluppo della Tesi sull’Europa ed è un materiale propedeutico alla costruzione del Gathering europeo del 14 e 15 Novembre.


Vorremmo partire da una considerazione. Spesso pensiamo alla deumanizzazione come a qualcosa di eccezionale: i genocidi, le guerre, la violenza aperta. Ma la deumanizzazione oggi in Europa è innanzitutto un processo amministrativo. Avviene quando una persona smette di essere vista come un soggetto portatore di diritti e diventa una categoria da gestire. Migrante. Irregolare. Persona senza dimora. Tossicodipendente. Richiedente asilo. Paziente non aderente.

Come ricordano i compagni e le compagne della KIA di Salonicco, la deumanizzazione inizia sempre con la costruzione di un confine tra “noi” e “loro”. Nel nostro lavoro al Laboratorio Salute Popolare lo vediamo continuamente. Non incontriamo persone escluse dalla salute perché hanno fatto scelte sbagliate. Incontriamo persone escluse perché il sistema produce esclusione.

Per questo abbiamo costruito il nostro Triage Sociale. Ci interessava spostare la domanda. Non più: “Che malattia hai?” Ma: “Quali condizioni sociali stanno producendo questa malattia?”
Casa. Reddito. Permesso di soggiorno. Lingua. Rete sociale. Quello che emerge è che la sofferenza non è quasi mai soltanto individuale. È politica.

Ed è proprio qui che la deumanizzazione diventa un dispositivo di governo. Se il problema viene raccontato come una responsabilità individuale, allora scompare la responsabilità collettiva. Il povero diventa colpevole della propria povertà. Il migrante della propria marginalità. Chi soffre della propria fragilità. La salute smette così di essere un diritto universale e diventa uno strumento attraverso cui classificare chi può stare dentro e chi deve restare fuori. Questo processo oggi si radicalizza dentro la crisi climatica, le politiche migratorie e il paradigma della sicurezza. La vulnerabilità viene reinterpretata come rischio. Le persone non vengono prese in carico. Vengono contenute. Non vengono curate. Vengono amministrate.

Da alcuni anni, insieme ai compagni e alle compagne dei Municipi Sociali di Bologna, stiamo riflettendo molto su queste trasformazioni dell’Europa. Il problema non è semplicemente la durezza di alcune politiche. Il problema è che l’Europa sta progressivamente sostituendo l’universalismo dei diritti con una gestione differenziale delle popolazioni. Una parte viene protetta. Una parte amministrata. Un’altra respinta.

Ed è proprio qui che, secondo noi, la deumanizzazione incontra la militarizzazione. Negli ultimi anni la salute è entrata sempre più dentro le logiche della sicurezza: Pandemia. Migrazioni. Crisi climatica. Guerre.
Ogni emergenza viene interpretata attraverso lo stesso paradigma: la sicurezza. Di conseguenza la sanità smette progressivamente di essere un bene comune e diventa una componente della preparedness, della sicurezza nazionale e della capacità strategica degli Stati.

Lo vediamo chiaramente anche nel documento dei Democratic Doctors Tedeschi hanno preparato per indire questo meeting. Ospedali preparati alla guerra. Pianificazione del triage militare. Cooperazione civile-militare. Investimenti sanitari giustificati non dai bisogni delle persone ma dalla capacità di sostenere uno scenario bellico.

Il punto, però, non è soltanto prepararsi alla guerra. Il punto è che la guerra rischia di diventare il modello attraverso cui si organizza l’intera società. La crisi climatica viene affrontata come problema di ordine pubblico. Le migrazioni come minaccia alla sicurezza. La povertà come questione di controllo. La salute come dispositivo di stabilizzazione.

Nelle riflessioni elaborate insieme ai Municipi Sociali abbiamo definito questo scenario una forma di governo della crisi permanente. Non si cerca più di risolvere le crisi. Si costruiscono apparati capaci di amministrarle indefinitamente. E la sanità rischia di diventare parte di questi apparati. Per questo crediamo che il compito delle social clinics non possa limitarsi a offrire servizi che il sistema pubblico non riesce più a garantire. Se facessimo soltanto questo saremmo una toppa. Noi crediamo invece che gli ambulatori popolari debbano diventare istituzioni popolari della salute.

I Poliklinik tedeschi parlano di Real Utopias e a noi ci piace. Per noi significa costruire spazi capaci di produrre cura, ma anche organizzazione sociale, conoscenza dei territori, mutualismo conflittuale, capacità di incidere sulle politiche pubbliche, produzione di riconoscimento e ricostruzione di soggettività politica. Perché dietro ogni cartella clinica c’è sempre una persona, una storia e quasi sempre anche un conflitto sociale.

Ma proprio perché la crisi è ormai europea, anche le risposte devono tornare ad avere una dimensione europea.
Per anni ci è stato detto che un welfare europeo era impossibile. Eppure la stessa Europa è riuscita a costruire un mercato comune, un sistema bancario europeo, regole fiscali comuni, strumenti di controllo delle frontiere e oggi discute apertamente di difesa comune e di esercito europeo.

Se tutto questo è possibile, perché dovrebbe essere impossibile costruire un Servizio Sanitario Europeo? Perché non possiamo immaginare standard europei vincolanti sul diritto alla cura? Perché non possiamo pretendere investimenti comuni nella medicina territoriale, nella salute mentale, nella prevenzione e nella sanità di prossimità? Perché chiunque viva sul territorio europeo, indipendentemente dal passaporto posseduto, non dovrebbe poter accedere agli stessi diritti sanitari fondamentali?

Pensiamo che questa debba tornare a essere una grande battaglia politica continentale.

La vera alternativa oggi non è tra più Europa e meno Europa. È tra un’Europa costruita attorno agli Stati nazionali, sempre più orientata alla sicurezza, al riarmo e all’economia di guerra, e un’Europa fondata sulla riproduzione sociale, sui diritti universali e sul confederalismo urbano.

Per questo crediamo che la rete INOSC possa rappresentare qualcosa di più di una rete di cliniche sociali. Può diventare uno spazio di convergenza politica europea. Un laboratorio di una nuova cittadinanza europea.
Nelle nostre riflessioni abbiamo parlato della necessità di costruire una nuova alleanza tra democratici e ribelli. Da soli i democratici rischiano di limitarsi a difendere ciò che resta. Da soli i ribelli rischiano di costruire esperienze generose ma incapaci di modificare i rapporti di forza. Insieme, forse, possono aprire una prospettiva diversa.
Perché la risposta alla militarizzazione non può limitarsi a dire no alla guerra. Deve essere la costruzione di una forza sociale capace di imporre un’altra idea di Europa. Un’Europa nella quale la salute non sia considerata una questione di sicurezza, ma il fondamento stesso della democrazia.
Un’Europa definita non dalle frontiere, dagli eserciti e dai dispositivi di esclusione, ma dalla capacità collettiva di costruire nuove istituzioni comuni basate sulla redistribuizione del potere, dei diritti e delle risorse.

È questa, crediamo, la sfida che oggi riguarda tutti e tutte noi.