A più di quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina come si sopravvive, cosa si pensa, che prospettive hanno le comunità ucraine? Questo è un esercizio mentale fondamentale per non essere risucchiati nel comodo vortice dei luoghi comuni. “La realtà è complessa, il mondo è cambiato …” ormai lo dicono tutti, a parte chi si ostina a leggere quel che succede in ogni latitudine con l’immobile certezza delle ideologie del secolo scorso. Detto questo bisogna cominciare a frequentare le contraddizioni che abbiamo davanti nel tempo della guerra civile globale che accompagna nell’oltredemocrazia lo sviluppo del capitalismo dell’oltreumano.
Quello che succede in Ucraina che lo vogliamo o no ci riguarda perché siamo europei. Perché, nel vorticoso caotico spostare di scenario in scenario le situazioni di crisi non è che le aggressioni e le devastazioni spariscano, ma restano, trasformano comunità, territori, vite vissute e anche l’Europa non è esente dalle trasformazioni. Perchè quello che si è determinato a partire dalla scelta di praticare il diritto alla resistenza in Ucraina, ai nostri classici confini, ci interroga su cosa siamo come europei, su come immaginiamo un Europa radicalmente altra, spazio di nuovi diritti, di nuove libertà contro i sovranismi retrivi che attraversano il nostro continente.
Ben volentieri approfittiamo per sapere cosa sta succedendo in Ucraina del nostro caro compagno, amico Detjon, che è da poco tornato da quelle latitudini. Approfittiamo del suo racconto, ascoltiamolo ed immaginiamo, situiamoci in Ucraina per guardare in faccia la realtà.
INTERVISTA A DETJON BEGAJ
Cosa ti ha portato in Ucraina?
Come consigliere comunale di Bologna ho partecipato alla ventiquattresima missione di Mediterranea Saving Humans, in collaborazione con Music and Resilience, in questo caso co-finanziata dal Comune di Bologna nell’ambito del progetto Altremete. Si tratta di un progetto che offre l’opportunità a gruppi di giovani neo maggiorenni di fare un’esperienza in luoghi particolari del mondo per prenderne coscienza, candidandosi ad un bando pubblico. Non è la prima volta che andavo in Ucraina, ci sono stato due volte nel 2022 e altre due volte nel 2023.
Partiamo proprio da qui: chi sono gli sfollati? Come vivono?
Siamo stati nell’area di Lviv (Leopoli) e dintorni, che ha subito un bombardamento in centro città che ha ferito diverse persone e danneggiato edifici residenziali proprio tre giorni prima della nostra partenza. Siamo stati in vari luoghi e strutture che ospitano gli sfollati delle zone sotto occupazione russa. Vivono sia in campi profughi fatti di container, che in alcune strutture adibite per loro, per esempio una porzione di uno studentato, o comunque in alloggi ricavati in altri edifici pubblici o nei prefabbricati dedicati all’accoglienza di situazioni specifiche.
Sono soprattutto donne, bambini piccoli e persone che non possono stare al fronte perché sono anziane o sono invalide o per altre ragioni come forti disagi psichiatrici. Sono principamente persone del Donbass, Zaporizhzhia, Kharkiv, Kherson, che non hanno più una casa, perchè distrutta dai bombardamenti o perchè occupata dai russi, ma anche persone che sono scappate perchè non volevano vivere sotto occupazione e al momento non hanno modo di sapere se la propria casa è ancora in piedi. Vivono dunque nei campi profughi o nelle strutture di accoglienza perché non hanno alternative rispetto a coloro che, avendo maggiori possibilità economiche, hanno trovato un’altra sistemazione o si sono potute permettere di emigrare o raggiungere i propri parenti altrove.
Si stima che solo in quella che potremmo definire la provincia di Lviv, che conta un milione di abitanti, siano 150.000 le persone sfollate accolte e 400.000 nell’intero Oblast. Secondo quanto sostenuto dal Sindaco di Lviv, in città dall’inizio dell’invasione su larga scala sono passati 5 milioni di profughi. Ascoltando diverse testimonianze di queste persone, ho avuto la netta sensazione che la maggior parte di loro pensa di non poter ritornare a casa mai più e che non ci sarà alcuna prospettiva futura. Citando una di esse: “non abbiamo più una terra da calpestare”.
Con questa missione sei stato a Leopoli. Come hai trovato la città a differenza di due o tre anni fa?
In città c’è una presenza meno visibile dei militari rispetto a quanto ricordassi e una quasi totale assenza di posti di blocco militari in strada, che in precedenza erano invece molto diffusi. Ciò non significa che i militari non ci siano, il viavai alla stazione ferroviaria è continuo, ma sappiamo anche che coloro che sono deputati a cercare i disertori da mandare al fronte si muovono anche in borghese. Le persone in generale cercano e riescono a vivere normalmente, salvo il coprifuoco dalla mezzanotte alle 5 del mattino e una vita scandita comunque dal suono degli allarmi dei possibili bombardamenti.
Una cosa che si nota è che alle 9 del mattino, quando ogni giorno si tiene il minuto di silenzio nazionale per ricordare i caduti, le persone lo rispettano, si fermano per strada per fare questo gesto collettivo e personale di ricordo dei caduti. C’è un forte rispetto per chi è morto combattendo. Un lutto che si manifesta nel fatto che il cimitero militare è pieno a tal punto che ne hanno dovuto aprire un altro. Al cimitero c’è sempre qualcuno che sta rendendo omaggio alle migliaia e migliaia di tombe. Quasi ogni giorno arrivano nuove salme dal fronte. Abbiamo assistito da lontano all’inizio di un funerale militare, notando che anche le persone per strada o dalle finestre dei palazzi che affacciano sul cimitero si fermavano e in qualche modo vi partecipavano.
Oltre a chi muore, c’è chi torna dal fronte con mutilazioni varie e con problemi psicologici. Ci sono servizi di supporto dedicati a questo, erogati dallo Stato o da realtà di volontari. Tuttavia ci sono segnalazioni di ritardi nel sostegno da parte dello Stato verso chi torna e ha problemi, verso i veterani ed anche malumori per i problemi connessi alla restituzione dei corpi alle famiglie e di conseguenza del “risarcimento” alle famiglie dei caduti. A questo dramma si aggiungono cose molto materiali, come i problemi dei tempi e della quantità del sostegno economico da parte dello Stato, che è stato ridotto nel corso degli anni, anche indirettamente a causa della crescente inflazione. L’aumento dei prezzi, come ad esempio dei generi alimentari, per chi come me mancava da quasi tre anni, si è notata.
Sono cose che segnano la vita di tutti: ognuno ha un affetto, un parente, qualcuno della famiglia che è stato o è al fronte. La dimensione della guerra pervade il quotidiano anche di chi è a casa, nonostante la vita in città, in un giorno senza allarmi, sembra scorrere normalmente. C’è rabbia e dolore, ma anche una grande consapevolezza del prezzo che stanno pagando in questa guerra.
Prima dicevi che i militari cercano le persone per mandarle al fronte. E’ una situazione di cui abbiamo parlato anche nell’ultima intervista che abbiamo fatto a Ivan Grozny che ci raccontava come a differenza dell’inizio in cui c’era una forte spinta personale e collettiva ad andare a combattere oggi, a quattro anni di distanza, ovviamente in molti cercano di non andare al fronte. Tu cosa hai potuto capire cosa è cambiato?
Ci sono giovani che non vogliono andare al fronte e che sono nascosti a casa, letteralmente chiusi in quattro mura da mesi, se non da anni. Sono coloro che hanno ricevuto diverse lettere d’invito ma non si sono presentati. Si dice, ma i numeri sono difficili da verificare, che sono circa due milioni. Sono uomini perché le donne non sono obbligate alla leva ma vanno volontariamente a combattere.
Le prime volte che sono andato in Ucraina i discorsi che sentivo erano principalmente sulla vittoria certa dell’Ucraina. Oggi quello che ho percepito in maniera più forte è un grande dolore e un tempo sospeso, la sensazione che questa guerra non finisca mai, che non ci sia soluzione. Non che la Russia vinca ma come se questa situazione fosse destinata ad essere eterna. Ho sentito dire che “per la Russia la guerra è gratis”, la sensazione che non paghino un prezzo, che avendo Putin un completo disprezzo della vita dei russi hanno un numero infinito di persone da mandare a morire in Ucraina, sicuramente più di loro.
Ho riflettuto sul fatto che la prima volta che sono stato nel principale campo profughi di Lviv, nel 2022, i profughi facevano collette per comprare droni e attrezzature di difesa da mandare al fronte. Oggi il clima è sembrato molto diverso. Nonostante questo, alle domande rivolte a più persone sull’opportunità di cedere dei territori alla Russia la risposta è sempre stata negativa, pur nella consapevolezza che un accordo andrà comunque fatto perchè le guerre finiscono così.
Un ragazzo alle prese con il rinnovo, tanto sperato, dell’esenzione dal fronte ha condiviso i suoi interrogativi su chi avesse il diritto di decidere intorno a questa spinosa questione della ridefinizione dei confini. Diceva che forse dovrebbe essere Zelensky ad assumersi la responsabilità di un accordo, anche se è consapevole che questo potrebbe generare dei problemi interni. Ha aggiunto poi di non pensare che il popolo ucraino, incattivito, provato dalla guerra, possa essere abbastanza lucido per decidere. Sosteneva che il trauma è così forte che ci vorranno generazioni per superarlo e questo potrebbe lasciare spazio ai peggiori nazionalismi e autoritarismi. Era in difficoltà perché si domandava come poteva essere lui a decidere visto che non stava partecipando ai combattimenti al fronte. Questo ci dice molto sulla complessità e i dilemmi che vivono i giovani ucraini e comunque sono temi di cui si discute continuamente.
Certo, visto che peraltro resta aperto anche il tema di tutte le persone ucraine che sono fuori dal paese. C’è chi dice che dovrebbero far parte della decisione e chi dice che, non essendo rimaste, non avendo combattuto, non dovrebbe decidere. Non è certo una discussione semplice e lineare. Visto che hai citato Zelensky, cosa ne pensa la gente oggi? Immaginiamo che il giudizio sia diverso dall’inizio in cui c’era una sorta di sostegno generalizzato?
Ci sono opinioni molto diverse. Ho sentito due signore che parlavano tra loro. Una era russa, aveva deciso di restare in Ucraina perché “Putin è peggio di Hitler”, aveva lavorato tutta la vita in una fabbrica di polvere da sparo nel Donbass, ha i figli in Russia e sosteneva che più di così Zelensky non poteva fare, che comunque era riuscito a ricevere finanziamenti da tutto il mondo e questo era il massimo che poteva fare. Ci ha chiesto di cantare “bella ciao” assieme a lei per onorare coloro che a suo avviso stanno combattendo una lotta partigiana contro l’invasione. L’altra signora invece era fortemente critica nei confronti del Presidente, sosteneva che aveva gestito male le cose, che avesse sottovalutato il pericolo prima dell’invasione su larga scala, che addirittura era riuscito a favorire la Russia nell’invasione dal punto di vista infrastrutturale grazie alla costruzione della nuova autostrada che collega il paese alla Bielorussia. Questo per dire che ci sono opinioni molto diverse. Altre critiche che abbiamo ascoltato sono sui metodi violenti e coattivi del reclutamento.
Per chiudere, cosa pensano dell’Europa? Discutono degli altri paesi cosiddetti dell’Est?
Che ci sia ancora una grande amicizia – parola che ho sentito pronunciare più volte – nei confronti dei popoli europei è una realtà. Loro si sentono europei. Alcuni si sentono un po’ abbandonati dalle istituzioni europee, non sufficientemente sostenuti però considerano ancora l’Europa il loro posto e i popoli europei i loro amici.
L’Ungheria è un argomento molto popolare, anche nei media, e girano molti meme contro Orban, considerato uno dei principali nemici. Non ho dubbi che in Ucraina si sia festeggiata la sua sconfitta alle elezioni e la fine del suo governo.
