A Bologna è stata superata una linea rossa. Le forze dell’ordine non possono ammazzare un cittadino della nostra città. Non in quel modo. Non nel silenzio di tutti.
Per questo motivo lunedì sera c’è stata una risposta della città, una piazza amplissima e un tumulto: a farlo non erano marziani ma il proletariato urbano, quello che lavora e produce il tessuto sociale ed economico di Bologna. Studenti, operatori della cura sociale, operai della logistica, lavoratori e lavoratrici qualificate e tante altre che nell’autunno scorso hanno scioperato contro il genocidio e in questi anni si sono mobilitate contro i decreti repressivi del Governo.
Dopo ore di fronteggiamento con la polizia la città non ne è uscita devastata, e in ogni caso niente di ciò che è stato rotto vale più della vita di una persona ammazzata in quel modo. Dunque si riparte da qui, dalla verità.
L’omicidio di Abderrahim Fakir per mano delle forze dell’ordine e la ricerca della giustizia non erano e non sono una vicenda chiusa. È tutto appena iniziato, non c’è stato nemmeno il tempo di fare l’autopsia, seppellire il corpo e piangere il lutto. Tutto è iniziato prima ancora della sua morte: con il coraggio di chi ha filmato.
Nelle prime ore del 19 luglio la polizia già pensava di avere il potere assoluto, sui medici, sui presenti, e di insabbiare la vicenda dicendo che l’uomo era stato trovato morto al loro arrivo. Oggi, a soli quattro giorni dai fatti, la destra fa sfoggio di un nuovo potere assoluto, lo scudo penale offerto dalle recenti norme del Governo, e lo fa a reti unificate, con tutta Italia che ne parla. L’omicidio di Fakir ha già travalicato la mera giustizia: è diventato un caso nazionale, e sta superando i confini del paese aprendo questioni fondamentali che concernono tutte le persone che vogliono essere libere.
Fin dal primo momento il caso è diventato politico perché in Italia, quando una persona razializzata è coinvolta in “fatti di cronaca”, va sempre in questo modo. Il partito della remigrazione soffia sul fuoco, la destra, di strada e di governo, usa ogni vicenda per la sua propaganda, i social si inondano di commenti e pare che nessuno abbia il potere di fermare la valanga.
In questi anni ci siamo chieste come agire concretamente di fronte a tutto ciò. Lo abbiamo fatto in tantə sia in città, che in regione, in Italia ed anche in Europa. Lo abbiamo fatto di nuovo a Genova sabato 18 luglio, un giorno prima che Fakir venisse ucciso, all’assemblea nazionale No Kings. Oggi la città indica il diritto alla vita contro il potere assoluto, questa è la strada che vorremmo seguire insieme a Bologna, con chi costruisce reti nei quartieri, azioni di supporto legale, presenza quotidiana e solidarietà, ma anche insieme a tuttə quellə che, fuori dalla nostra città, vedono quella linea rossa superata ogni giorno.
Il tumulto di Bologna dunque non chiude spazi ma ci spinge a costruire una risposta davvero all’altezza di questa situazione: per dare un nuovo colpo al Governo, per attivare tutta la cittadinanza democratica e dare battaglia insieme affinché la giustizia per Fakir e per tutta la famiglia corra rapidamente e senza intoppi; per impedire che la polizia si senta impunita, e per far tornare le strade della città sicure grazie allo spirito di chi si ribella, di chi lavora ostinatamente per la giustizia dei più deboli, e di chi tesse pazientemente fili per il cambiamento, rendendola ogni giorno un posto migliore, ognuno secondo le sue possibilità e tuttə insieme.
Mentre c’è chi rimane inerme, assuefatto alle leggi e alle tecniche operative, ignavo di fronte alle richieste d’aiuto, intimorito dal potere che si rappresenta come assoluto ed intoccabile, c’è chi non china la testa. Nel DNA della nostra città c’è la Libertas nata nel medioevo proprio contro l’arroganza del potere. Quello che lunedì sera ha fatto il popolo di Bologna è stato giusto e la direzione che indica è sana, vitale, per una città in cui tuttə abbiano lo stesso diritto alla vita e alla libertà. Abderrahim Fakir era un cittadino bolognese, anche se le leggi razziste e le politiche del governo vorrebbero affermare il contrario. Nessuno aveva il diritto di farlo morire con la faccia sull’asfalto, le ginocchia sulla schiena, con le manette ai polsi e le caviglie legate.
Lottiamo per questo, facciamolo insieme, ognuno mettendoci ciò che può.
Municipi Sociali Bologna
