Pubblichiamo l’intervista di Perrin Poupin a Taras Kobzar, volontario della difesa territoriale di Kiev, dal sito mouvements.info – link articolo originale. Nell’intervista ritroviamo alcune delle linee di tendenza per descrivere la guerra in atto che abbiamo potuto ascoltare direttamente da militanti antifascisti e anti-autoritari ucraini durante nostra visita a Leopoli. La pubblicazione di questo articolo si inserisce nel percorso di ricerca politica avviato con la scrittura del testo Per un matriottismo europeo, percorso che non si accontenta dei facili schieramenti proposti dai media main-stream.

Traduzione a cura di Municipio Zero:

Il 24 febbraio scorso, la Russia ha invaso l’Ucraina. Dopo molte settimane, la guerra infuria sul territorio ucraino, l’esercito russo intensifica la sua offensiva, molte città sono sotto assedio, la situazione umanitaria si aggrava. A Kiev la morsa si sta stringendo. Per proteggere la città, migliaia di cittadini si sono offerti come volontari per la difesa territoriale.

Taras Kobzar, uno di questi volontari, racconta la sua esperienza in questa guerra e del contesto politico in Ucraina. Taras Kobzar, è un militante anarco-sindacalista, organizzatore di numerose iniziative sociali a Donetsk dal 1989, città che ha dovuto lasciare nel 2014, a causa dell’occupazione del Donbass da parte delle forze separatiste. Da allora vive a Kiev e combatte nella difesa territoriale (unità di civili addestrati a proteggere la zona che sottostà agli ordini dell’esercito nazionale)

P.P: Come hai vissuto lo scoppio della guerra, il 24 febbraio?

T.K: Anche se fino all’ultimo si parlava di una possibile guerra, non ci avevo mai voluto credere. La maggior parte degli Ucraini sono stati colti di sorpresa dall’attacco delle truppe russe. Come altre persone, sono stato svegliato la mattina presto dal rumore delle esplosioni che riecheggiavano in cielo. Attorno alle 5, alcuni aerei russi (ho appreso solo dopo che si trattava di droni) hanno attaccato l’aeroporto di Boryspil (il più grande aeroporto civile dell’Ucraina), ai margini della città di Kiev. Sono uscito sul balcone e ho sentito uno scambio di colpi tra la difesa aerea dell’esercito ucraino e l’aviazione russa. Inizialmente volevo credere che si trattasse di una provocazione militare per fare pressione sull’Ucraina. E che si sarebbe conclusa così. Nessuno voleva credere ad una guerra totale e prolungata. Nonostante gli avvertimenti dei servizi d’informazione occidentali, in particolare statunitensi e britannici, e molti altri segnali, nessuno ci voleva credere. Non si poteva credere che Putin si sarebbe lanciato in una tale avventura. La guerra è stato uno choc per tutta la popolazione. Provo un sentimento di irrealtà. Ho vissuto un’esperienza simile a Donetsk nel 2014.

P.P: Per quale ragione, secondo te, la Russia ha attaccato ora l’Ucraina?

T.K: Questa guerra segna il ritorno delle ambizioni imperiali del Cremlino e di Putin, il quale ritiene che la sua missione storica sia ristabilire i confini dell’Impero Russo o dell’Unione Sovietica. La sua aspirazione è rendere nuovamente la Russia un impero influente nel mondo, come durante l’epoca sovietica, “recuperando” le “terre russe” diventate Stati indipendenti più di trent’anni fa, con il crollo dell’Unione Sovietica. Putin è stato incoraggiato dalla reazione della società russa all’annessione della Crimea. Penso anche che abbia interpretato l’assenza di una reazione decisa dell’Occidente come una prova di debolezza e come un segno che questo non rappresenti un ostacolo ai suoi piani.

Un’altra ragione per questa guerra è che Putin ha deciso, in vista delle prossime elezioni presidenziali russe del 2024 (di cui si conoscono già i risultati), di offrire alla maggioranza sciovinista del paese un’altra spettacolare vittoria, che provi la grandezza della Russia, personificata da un grande presidente. È un modo di assicurarsi che la sua popolarità aumenti presso l’elettorato. Putin vuole entrare nella storia come il padre della nazione, un po’ come Stalin. L’Ucraina è un ostacolo ai suoi progetti, per la sua posizione autonoma, pro-Occidente e anti- russa.

P.P: Molti analisti vedono dei punti in comune con la guerra in Siria. Tu cosa ne pensi?

T.K: Molte città ucraine si distinguono già a malapena da Aleppo: sono totalmente o in parte distrutte. I soldati russi sparano senza scrupoli sui civili e sui quartieri residenziali. Non perdoneremo e non ci dimenticheremo mai di ciò. La famosa macchina militare della Russia si è scontrata, in Ucraina, con un popolo che combatterà fino alla fine. L’esperienza acquisita dai Russi durante le guerre condotte negli ultimi anni, che fosse in Siria o altrove, non gli basterà per vincerci. La macchina militare russa, malgrado la sua terribile reputazione, si rivela essere di cartapesta, proprio come l’impero russo nel suo insieme. Proprio come l’Irlanda, di cui si diceva che fosse l’uccello che divora il fegato dell’Impero Britannico, l’Ucraina è oggi un piccolo ma temibile paese, che provocherà la caduta dell’ultimo impero fascista di questo mondo.

P.P: Com’è evoluto il panorama politico in Ucraina dalla rivoluzione di Piazza Maidan? Quali sono le differenti forze politiche in gioco? E il peso dei movimenti di estrema destra?

T.K: All’inizio ero scettico a riguardo del movimento di Piazza Maidan. Nel corso delle prime settimane avevo l’impressione che non si trattasse che di una farsa politica finalizzata a preparare le elezioni in Ucraina. Ma con il tempo, questa insurrezione è chiaramente emersa come un’autentica rivoluzione nazionale, come una profonda rifondazione della comunità sociale e politica ucraina, a partire da una reale autorganizzazione della società civile.
Le opposizioni tra destra e sinistra ormai si annullano davanti alla necessità imperante di affrontare un problema comune: difendere la vita della popolazione, l’integrità territoriale del paese e il futuro della nostra giovane democrazia. Oggi, valori come la libertà politica, l’autorganizzazione dal basso, le riforme sociali, la possibilità di armarsi per il popolo, l’alternanza al potere basata su un processo elettorale, la coscienza di sé del popolo sono al cuore della lotta portata avanti da tutto il paese. Questi principi differenziano radicalmente la società ucraina, unita da un destino storico comune, dall’aggressore autoritario, sciovinista e razzista contro il quale combattiamo.

Tre caratteristiche di tradizioni storiche proprie, nate dalla rivoluzione e dalla guerra civile di un secolo fa (1917-1922), si trovano oggi organicamente legate in Ucraina: la Makhnovschina, la Petlyurovschina e la Hetmanschina. La Makhnovschina affonda le sue radici nella tradizione anarchica del popolo ucraino, la quale si manifesta nell’autorganizzazione popolare, in particolare attraverso il movimento di volontari e la difesa territoriale; la Petlyurovschina è l’esercito delle associazioni nazionali repubblicane; la Hetmanschtchina è il potere dello Stato e del mondo degli affari. Tutte queste tendenze si ritrovano unite dal medesimo desiderio di difendere il paese, dal fine comune di vedere il paese svilupparsi in maniera libera e indipendente. Solo dopo la guerra si potrà vedere cosa succederà veramente, ma oggi viviamo una situazione unica: ci danno tutti del tu. Questo mi ricorda la Spagna repubblicana del 1936. Il presidente Zelensky ricorda inoltre il presidente Manuel Azaña. Quindi, attualmente, non si può parlare in alcun modo di concorrenza o opposizione tra le diverse correnti politiche.

Presto servizio in un’unità creata dai nazionalisti, composta da autorità municipali e volontari e finanziata da imprese private. Teniamo dei corsi sull’anarchia ai combattenti e organizziamo comitati di soldati che vegliano sul benessere dei combattenti e sul rispetto dei loro diritti, senza che ciò rappresenti un problema. Si può trovare, arma in mano e nella stessa trincea, un anarchico, un nazionalista, un euro-ottimista, un semplice cittadino, un operaio o un informatico senza un’opinione politica precisa. Tutti sono uniti dallo stesso desiderio di proteggere il proprio popolo, la libertà e l’indipendenza dell’Ucraina. Siamo tutti fratelli e sorelle, siamo il popolo! È lo slogan universalmente condiviso e la sola ideologia che regna oggi. La Rivoluzione Francese del 1789 ha creato una nazione francese, la rivoluzione ucraina tra 2013 e 2014, e soprattutto questa guerra, stanno creando una nuova nazione, una nazione ucraina. Il popolo si è svegliato. I 600 anni di lutto e sofferenza del popolo ucraino sono giunti al termine.

P.P: Quali sono le persone che si arruolano? Perché e per quale scopo? Che cosa si può dire del nazionalismo, che appassiona commentatori e commentatrici in Francia?

T.K: È difficile dire ora cosa succederà dopo questa guerra. Qualunque sia l’esito, l’Ucraina ha già vinto. Ha vinto moralmente, spiritualmente, politicamente e socialmente. Può essere che ci aspettino anni di maturazione, di nuove battaglie sociali e di lotta di classe in seno alla società. Delle lotte per la trasformazione sociale, una serie di nuove rivoluzioni. Ma tutto questo lo renderà possibile la guerra di oggi, questa guerra che è sia guerra di liberazione che guerra sociale. Una guerra tra una repubblica e un impero, una guerra tra la legge e il disprezzo per essa, tra la vita e la morte, tra libertà e schiavitù.

In questo contesto, il nazionalismo ucraino è imparentato con quello degli irlandesi in lotta contro l’impero britannico. È un nazionalismo di liberazione e creativo. È una lotta di liberazione nazionale condotta dal popolo. L’influenza dei gruppi radicali non è così forte come potrebbe sembrare dall’esterno. Questa guerra fa pesare sul popolo ucraino una minaccia di genocidio. Difronte alla minaccia rappresentata da questo annientamento, l’unità s’impone come necessaria, anche se svanirà nel tempo. Ma è l’essenza del movimento che conta, l’impulso di liberazione che percorre l’Ucraina, contro il razzismo sociale russo che ci rifiuta il diritto di esistere. Le parole, le

bandiere e gli indicatori d’identificazione storica non rientrano che nell’estetica o nel simbolo. Hanno smesso da tanto tempo di avere i significati che gli si prova ad attribuire. La bandiera rossa e la parola “antifascismo” hanno oggi un senso completamente diverso rispetto a un secolo fa. Nonostante le autorità russe stiano riducendo in rovina le città ucraine (si può parlare di Guernica del 21esimo secolo), stanno organizzando un “congresso internazionale antifascista”. È ironia? È una presa in giro? O la realizzazione della brillante profezia di George Orwell? Putin è l’Hitler di oggi. Non c’è altro da dire.

P.P: Chi è il presidente Zelensky? Come ha raggiunto il potere?

T.K: Zelensky era un comico e uomo di spettacolo molto popolare in Ucraina. La sua elezione a presidente riflette il desiderio del popolo di veder emergere personalità che non siano legate al vecchio establishment politico del dopoguerra, un desiderio di rinnovamento della classe politica. Lo slogan della campagna di Zelensky era “la pace”. Molti ucraini avevano posto le loro speranze in lui perché stremati dalla guerra in corso dal 2014. Zelensky aveva promesso di trovare una soluzione all’attuale situazione in Donbass e di risolvere il conflitto. Inoltre l’entourage di Zelensky si era impegnato a condurre delle riforme economiche e politiche a beneficio della popolazione. Ma queste aspettative sono state deluse e il governo, e lo stesso Zelensky, sono stati duramente criticati da diversi segmenti della società. È tradizione in Ucraina criticare, costantemente e pubblicamente, ogni autorità, piuttosto che sacralizzarla.

Inizialmente il partito di Zelensky era dunque percepito come partito della pace. Ma gli accordi di Minsk imposti dalla Russia si sono rivelati impossibili da applicare, in quanto avrebbero significato un eterno ricatto alla guerra da parte del Cremlino e una dipendenza totale dalla volontà di Putin. Questi accordi prevedevano infatti la riconoscenza forzata da parte dell’Ucraina

delle repubbliche separatiste, le quali sarebbero state interamente dipendenti dalle decisioni del Cremlino. L’invasione dell’Ucraina nel febbraio scorso ha messo fine a questa situazione ambigua e ha mostrato come la guerra non fosse un’opzione considerabile per gli ucraini. La Russia non vuole per niente collaborare con un paese-partner indipendente, vuole uno Stato-vassallo, un protettorato, un territorio totalmente dipendente. L’invasione ha rivelato una volta per tutte e alla luce del sole le reali intenzioni di Putin nei confronti dell’Ucraina, intenzioni che risalgono a ben prima del 2014. Mentre il presidente Zelensky era stato un uomo politico dall’autorità contestata, ostaggio delle circostanze, dall’invasione si è trasformato nell’uomo forte al comando, che si avvale del sostegno della quasi totalità dei cittadini.

P.P: Qual è la situazione in Donbass? Come la analizza, lei che è originario della regione?

T.K: Tutto quello che sta succedendo in Donbass dal 2014 è un’operazione ben pianificata dal Cremlino. Lo sviluppo di sentimenti separatisti tra la popolazione di queste regioni, che ha preceduto la creazione di repubbliche autoproclamatesi tali, è stato orchestrato in ogni minimo dettaglio dai servizi speciali russi. Mi ricordo del modo in cui tutto è cominciato: ho assistito con i miei occhi alla messa in scena teatrale del “referendum popolare” sull’indipendenza del Donbass e sono stato testimone del numero reale di persone che vi ha partecipato. I sentimenti pro-russi in Donbass nel 2014 erano fortemente limitati. La situazione è cambiata molto nel corso del tempo. Secondo la propaganda russa, il numero di partigiani dalla Russia è notevolmente aumentato, ma ciò è avvenuto progressivamente, per tappe. Nella primavera del 2014, nelle grandi città come Donetsk, i pro-russi erano infatti cittadini russi giunti in autobus (in particolare da Rostov, in Russia) per sostenere le azioni pro-Russia, facendosi passare per gente del posto. Allo stesso tempo si tenevano raduni pro-Ucraina a Donetsk, i quali hanno riunito un gran numero di reali abitanti, come dimostrano numerose foto e video, e di cui son stato testimone. Scontri di piazza tra pro-russi e pro-ucraini sono scoppiati durante la primavera e hanno provocato feriti nello schieramento ucraino. I partigiani dalla Russia erano costantemente riforniti di armi da basi speciali situate a Rostov. Donetsk è stata sommersa da agenti dei servizi di sicurezza russi agli ordini del Cremlino, controllati in particolare da, Sergey Glazyev, esponente politico di primo piano. È da allora che gli assassini di attivisti civili e la persecuzione degli ucraini hanno avuto inizio.

In seguito la situazione è cambiata radicalmente quando dei gruppi militanti russi sono arrivati a Donetsk e hanno fatto pressione per creare una milizia separatista diretta dal FSB (Servizio federale per la sicurezza della Federazione russa, ndr). In estate la situazione è degenerata, con attacchi diretti a delle unità dell’esercito ucraino e con l’utilizzo di artiglieria e aviazione. I servizi di sicurezza pro-Russia hanno effettuato lanci di mortaio nei quartieri residenziali, accusando

l’esercito ucraino di esserne responsabile. Queste provocazioni hanno permesso di suscitare quel clima desiderato dagli occupanti.
La terza tappa della creazione di un sentimento pro-Russia è stata la costituzione della “Repubblica popolare di Donetsk”, il cui territorio è stato isolato dal resto dell’Ucraina. In questo regime di isolamento, con l’aiuto dei media pro-Russia, l’opinione pubblica è stata consegnata alla propaganda del Cremlino. Nelle istituzioni, nelle università e negli istituti scolastici ha cominciato a regnare un’atmosfera da “1937” (quando le purghe staliniane hanno causato l’esecuzione e la deportazione verso i campi di lavoro sovietici di milioni di ucraini).

Oggi, in base alle informazioni che ho, una parte importante della popolazione delle enclavi separatiste è favorevole nei confronti dell’Ucraina e non accetta lo stato di cose nelle “Repubbliche”. Nel 2014 Donetsk era una regione ricca e sviluppata, dove il tenore di vita era molto più alto rispetto a tante altre regioni ucraine, come quelle attorno alle città di Zaporizhzhia o Dnipro. Il partito comunista (CPU) aveva poca influenza nella regione di Donetsk. Per esempio, durante le manifestazioni del 1 Maggio i suoi sostenitori non erano molto più numerosi rispetto agli anarchici. È quindi strano parlare di una qualsivoglia nostalgia per l’Unione Sovietica. Tutti questi sentimenti sono stati costruiti artificialmente, all’interno del progetto “Primavera russa”.

P.P: Com’è evoluto l’esercito ucraino dal 2014, epoca in qui era pressoché inesistente?

T.K: Nel 2014, quando la Russia ha annesso la Crimea e innescato il conflitto in Donbass, l’esercito ucraino era in effetti molto debole e mobilizzato in modo non adeguato. Nel corso di trent’anni di indipendenza dell’Ucraina, il governo ucraino ha fallito nei tentativi di riformare l’esercito, di riarmarlo, di creare un’elevata coscienza civica ai militari e di garantirgli una vera preparazione alla guerra moderna. Ricordo che del vecchio esercito “sovietico”, l’esercito ucraino era più un elemento decorativo che una reale forza armata. Lo stesso vale per la marina. Inoltre la Russia non è mai stata considerata come una minaccia militare e non c’era alcun piano per un eventuale conflitto. La direzione militare dell’esercito ucraino era sostanzialmente composta da gente con attitudini più burocratiche che militari, pro-Russia e con una “tradizione militare sovietica” che dividevano con i loro colleghi russi. Di conseguenza, erano molte poche le unità dell’esercito ucraino capaci di resistere all’invasione russa nel 2014. Pochi ucraini erano psicologicamente pronti a sparare sui Russi. Di conseguenza, durante il primo anno di guerra, lo sforzo difensivo è stato preso in carica da formazioni di volontari ucraini, cittadini dallo spirito patriottico e da unità di partigiani, mal equipaggiati e impreparati al conflitto. Gli otto anni di guerra (2014-2022) hanno visto cambiare radicalmente questa situazione. Si è formato un esercito efficiente e ben equipaggiato, molto motivato e con una reale esperienza nel combattimento. Una forza di difesa territoriale capace di venir dispiegata in caso di guerra generale è stata creata, con dei centri di formazione comunitari organizzati da volontari, dove i civili possono ricevere una formazione militare di base. Tutto questo ha permesso di opporre un’efficace resistenza alle truppe russe al momento dell’invasione di febbraio. L’esercito, il popolo in armi e i volontari civili ora funzionano in modo coordinato in tutto il paese, ciò che ha permesso di contrastare il tentativo di guerra lampo del Cremlino, il quale sperava di impadronirsi rapidamente dei centri nevralgici dell’Ucraina. Inoltre, la popolazione ucraina è molto più organizzata e unita rispetto al 2014. L’esercito russo non è stato accolto favorevolmente da nessuno e non c’è alcun tentativo, da parte della popolazione civile, di formare nuove enclavi pro-Russia.

P.P: Questa guerra sta suscitando molte discussioni e tensioni nel mondo dell’antagonismo occidentale. Come vi posizionate in merito al dibattito NATO vs. Russia?

T.K: Per chi sostiene un’Ucraina democratica e repubblicana, non sono mai stati messi in dubbio né il desiderio di integrarsi con l’Europa, né l’adesione ai valori della democrazia occidentale. Se bisogna scegliere tra il regime totalitario dell’impero di Putin e la democrazia occidentale (senza però dimenticare i suoi errori), la scelta in Ucraina è chiaramente e irrevocabilmente a favore dell’Occidente. Davanti alla prospettiva di venir schiacciati dalle ambizioni imperialiste del Cremlino (la Russia non riconosce nemmeno l’esistenza degli ucraini come popolo indipendente), l’idea di diventare alleati della NATO, dell’UE e degli Stati Uniti non sembra essere una scelta così terribile. Il problema dell’espansione della NATO verso est (anche se è un dato di fatto e non uno spauracchio o una chimera come durante la guerra fredda) non è un problema per l’Ucraina, ma per la Russia. Non si può accettare che la Russia risolva i suoi problemi geopolitici con il genocidio del popolo ucraino. Queste questioni si sarebbero potute risolvere con dei negoziati internazionali. Ma ora Putin ha perso questa possibilità e non c’è altra soluzione che la distruzione

del regime aggressore russo. È evidente per tutti che la macchina militarista russa non si fermerà in Ucraina. Dopo l’Ucraina la guerra si estenderà ai Paesi Baltici e, più lontano ancora, all’Europa dell’est, attraverso la Polonia. Il Cremlino parla di un’area d’influenza che va dall’Oceano Pacifico all’Oceano Atlantico, dunque non ci si deve illudere su quello che succederà dopo. È un ripetersi della storia di Hitler e del grande Reich. Il desiderio dell’Ucraina di allearsi alle democrazie occidentali è quindi giustificato, è una cosa ovvia. La guerra in Ucraina è questione di sopravvivenza non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa. Se l’odierna Russia si crede autorizzata a reagire in questo modo per evitare di avere la NATO sui suoi confini (presupponendo per un momento che questa retorica sia accettabile), allora che questa Russia vada al diavolo! Una questione distinta per la sinistra e per gli/le anarchicx è capire quale strategia, che sia coerente con i propri principi ideologici, utilizzare. Per me, la soluzione è semplice. Fino a quando Hitler esiste (personalmente o collettivamente), la sinistra vi si deve opporre e combatterlo, e i nemici di Hitler sono nostri alleati. In seguito alla sconfitta di Hitler si aprirà una nuova epoca, in cui le politiche di classe, locali e internazionali, avranno il loro posto. È stato il caso della Seconda Guerra mondiale, dovrà essere lo stesso oggi.

Secondo me, dopo la rivoluzione di Maidan la vita pubblica in Ucraina è attraversata da tendenze che considero piuttosto libertarie. Forme, colori, nomi differiscono da quelli delle forze anarchiche tradizionali, ma nella loro essenza, queste dinamiche rientrano nei principi dell’anarchismo: eleggibilità e alternanza al potere, democrazia diretta, autorganizzazione e sviluppo di legami orizzontali, armamento universale del popolo, spontaneità e spirito d’iniziativa, capacità dei gruppi civici di base di controllare il governo, informazione libera e trasparente all’interno della società civile e tra cittadini e governo. Certo, molte cose sono ancora a uno stato embrionale e coesistono con le istituzioni borghesi e la corruzione, ma è tutto in evoluzione ed è in nostro potere proseguire quanto abbiamo cominciato con Maidan. Nella Russia di Putin non c’è niente di tutto questo, si tratta di uno Stato di polizia nel quale regna il culto di dittatori sanguinari e dove militarismo, sciovinismo e razzismo sono elevati al rango di religione di Stato, che impregna tutti gli strati della società. Da questo punto di vista, non esiste alcuna comparazione possibile con la presenza o l’influenza di gruppi radicali dell’ultra-destra in Ucraina: questi restano estremamente minoritari nel paese. Ovviamente preferirei che la nostra guerra sia sotto la bandiera di Nestor Makhno (fondatore dell’Esercito rivoluzionario insurrezionalista ucraino, il quale, dopo la Rivoluzione d’Ottobre e fino al 1921, ha combattuto l’esercito zarista contro-rivoluzionario prima e l’Armata Rossa poi) e non di Stepan Bandera (politico e ideologo nazionalista Ucraino, che ha collaborato con la Germania nazista), anche perché la figura di Makhno è ancora molto popolare qui! Desidererei certamente di combattere in nome dell’anarchia e non della nazione, ma non si tratta che di simboli e parole che non cambiano niente della natura reale del movimento che sta attraversando l’Ucraina. In ogni caso, attualmente, a scegliere tra “Viva il re” e “Viva la nazione”, scelgo senza esitare la nazione!

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