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La mia speranza è che la messa a punto dell’intelligenza artificiale porti a una nuova possibilità di
massimizzare la felicità e la salute umana attraverso l’interazione
e la cooperazione tra noi e la macchina.
Sì, spero che questo liberi miliardi di persone dalla spirale lavoro-reddito e liberi le menti dalla
lotta quotidiana per assicurarsi una qualità di vita (molto variabile e molto diseguale).

Francesco Papaleo (artista ed attivista che utilizza la Trasformata di Fourier)

Che cosa sia un giroscopio lo sanno in pochi, ma lo usano tutti. E’ un dispositivo che combina meccanica ed elettronica, progettato da tecnici che conoscono la fisica, il firmware, il software, l’hardware; è embedded negli utensili che estendono le nostre capacità sensoriali ed attuative.
Ad esempio permette ai nostri smartphones di ruotare lo schermo adattandolo a quello che vogliamo fotografare o a come vogliamo vedere lo schermo, idem per la visione tramite visori immersivi.
Immaginiamo ora di possedere un giroscopio politico, che ci permetta di estendere la capacità  visionaria, senza affaticarci troppo, e di leggere con naturalezza artificiale questa nota.

Le parole e le cose, preambolo

Troppe parole diffuse e pochi colpi a segno. Se scriviamo poco non vuol dire che non leggiamo. Leggiamo tutto, scrolliamo smolto. Ri/condividiamo saltuariamente. Non perchè possiamo ritenerci autosufficienti -un municipio ha senso solo se procede alla ricerca di foedus ed anela reti- o perchè abbiamo verità rivelate. Proprio perchè non ne abbiamo, e sappiamo di non averne, ci serve come il pane la ricerca, che si fa tra i più prossimi, ma anche in mondi diversi dai nostri.
Intorno a noi rileviamo limiti ed inadeguatezze, poca predisposizione a rischiare ed una tendenza al conservatorismo, come se vi fosse una pesante inerzia che spinge a rimanere uguali, come custodi di una tradizione che altri prima di noi ci hanno donato. La tradizione di tutte le generazioni passate pesa come un incubo sul cervello dei vivi, scriveva Marx.
Se vi è una tradizione, essa sta nel metodo eretico, nelle armi della critica e nella critica dei dispositivi di conflitto. La storia dell’altro movimento operaio è ricca di eresia, si nutre di azzardi, toglie Lenin dalle statue polverose e lo paracaduta a San Francisco o a Kiev.

Il tempo lungo dell’epoca

Il tema è che ci pare che non vi sia la capacità di assumere fino in fondo la discontinuità di epoca e che questo cambiamento sia talmente impegnativo che noi stessi a volte ci spaventiamo.
Proviamo a tornarci sopra, senza pretese di possedere verità, senza volere insegnare nulla a nessuno, con l’umiltà che è attributo delle compagne e dei compagni dei Municipi sociali di Bologna.
Da circa due anni abbiamo assunto il punto di vista di una cesura decisa che chiamiamo salto d’epoca, siamo in buona sostanza in una nuova epoca storica il cui nome può essere antropocene, se piace, o altro, se piace maggiormente. Questa epoca è geologicamente differente dalle precedenti e la discontinuità si declina in ogni campo, anche del sapere, anche nell’arte della politica; diremmo  che prima dobbiamo intenderci su cosa implichi un salto d’epoca e poi possiamo discutere di sinistra&destra perchè, ad esempio, potrebbe non avere molto più senso questa partizione.
Nella nuova epoca dell’antropocene, viene modificata la relazione uomo- ambiente, uomo- spazio, uomo- genere, uomo- tempo, uomo- materia.
Pensiamo alla materia, fondamento di noi materialisti: essi, noi, da Macchiavelli a Marx, si sono mossi partendo da una materia che da Democrito si sapeva composta di atomi. Per la scienza- oggi- la materia ora ha un rapporto profondo con l’energia, le sue parti si muovono per via non deterministica su livelli quantici, ci sono stati premi Nobel sull’anti-materia dei buchi neri. Se vogliamo rimanere materialisti dobbiamo comprendere, id est studiare, la scienza della materia ed aggiornare i nostri postulati.
Scorriamo le biografie dei grandi rivoluzionari: erano amanti della scienza, fino ad essere accellerazionisti, utilizzavano la scienza contro le supertizioni, evocavano lo sviluppo tecnico e tecnologico per accettare allo scontro frontale con l’ancien regime. Erano fisici contro i metafisici, erano per la rivoluzione contro la religione, erano per il nuovo mondo contro il feudalesimo.
Chiamiamo materialismo immersivo il salto quantico del materialismo storico.
Pensiamo all’uomo ed ai generi, che ripartizione vi è ormai tra uomo e donna? Il divenire è molto più fluido, le linee di demarcazione sfumate, le forme molteplici.
Che rapporto abbiamo noi oggi con l’homo sapiens? Davvero poca roba. Siamo ibridi antropomorfi, c’è stato un salto quantico con la release sapiens, con buon pace della linearità evolutiva.
Dobbiamo guardare avanti, scacciando le sirene che gridano affascinanti l’elegia del ritorno. Indietro ci sono solo i lugubri scheletri che, a volte, compaiono ancora ai cortei: inneggiano alla fabbrica, a Stalin, all’ortodossia. Non abbiamo lasciato Itaca per morire a Scilla.
Chiamiamo oltre umano questa nuova combinazione antropologica dell’essere umano non più analogico. Non siamo arrivati a questo con una catasfrofe o con l’atto creativo di un Dio, vi siamo arrivati con la scienza, la tecnica, il sapere collettivamente prodotto e con una profonda relazione con la lotta di classe o meglio con la lotta spietata tra le classi.
I cicli lunghi dello scontro tra lavoro e capitale non sono basati sulla linearità, ma si muovono anch’essi tra le epoche, con gigantesche appropriazioni ed accumulazioni originarie e resistenze ed insurrezioni, finanche rivoluzioni.
Quanta rapina vi è stata con le colonie, quanta rapina vi è nel metaverso.
Le difficoltà ed i limiti che fronteggiamo un po’ tutti fanno tornare in auge il pensiero catasfrofista, nucleare, ambientale, antropologico.
Invece la storia insegna che la catasfrofe è una minaccia che odora di millenarismo e teologia, che anela il rimpianto per un mondo passato (ci manca davvero?) e che condanna all’inazione o alla moderazione delle ipotesi politiche. E’ evidente che il capitalismo estrattivo ha fossilizzato il pianeta, ma è altrettanto evidente che non viviamo per attuare il suo greenwashing.
Sia detto per inciso e senza malizia: non possiamo ritenerci l’ultima generazione. Di quale specie e di quale mondo stiamo parlando? Chi ha detto che non vi saranno gigantesche innovazioni o mutazioni nelle forme di vita o negli spazi urbani od oltre- urbani? Il materialismo è evoluzionista, ricordiamo l’avventura di Darwin alla Galapagos.
Non crediamo alla favola della fine della storia, non è finita con la caduta del muro di Berlino, non finirà con la nostra generazione. Dobbiamo lottare– e stiamo già lottando- contro il capitalismo estrattivista, ma per piacere evitiamo di intimizzare il pensiero catasfrofista o non vale neppure la pena di continuare a resistere.
La crisi della democrazia rappresentativa e della missione della sinistra socialista ha portato la Meloni a Palazzo Chigi, per alcuni la catasfrofe. Il Governo a traino FdI è una manifestazione orrenda del potere, ma non può spingerci al rimpianto del “partito passato” od a spuntare la  critica senza sconti al sistema della rappresentanza ed a riconoscere l’esaurimento delle forme novecentesche della sinistra. Il governo Meloni va inquadrato all’interno di un ciclo tattico di governi neonazionali  in Europa – guardiamo anche ad est- e va combattuto con forza per ciò che è ora.
In ultimo ma non per ultimo: sforziamoci di non etichettare con post tutte le buone idee e cetagorie del passato remoto e di ributtarle nei discorsi sul futuro anteriore.
Non si spiega la forma del capitale contemporaneo con post-fordismo, non si interpretano le tensioni sulle linee di faglia dei sottosistemi con il post-colonialismo.

La nuova fase nella successione storica delle fasi

Nella nuova epoca vi sono le fasi storiche, che si succedono, anche sovrapponendosi.
La fase contemporanea ha una forma storicamente determinata di capitalismo che ha tre precise caratteristiche: finanziario, globale, algoritmico. Il capitalismo finanziario non ha un di fuori, abbraccia Kabul e San Francisco, Shangai e Teheran, Kiev e Mosca ed è in rapporto profondo con i suoi sottosistemi continentali, forma di oltre stato che nel terzo millenio si è andata consolidando come a rimappare i millenari imperi della Storia, in un nuovo rapporto tra struttura e sovrastruttura, tra kultur e civilization che va studiato a fondo.
Tutti i sottosistemi geopolitici sono capitalistici, tutti sono finanziari, tutti sono in lotta per la definizione di nuovi equilibri in un mondo multipolare: sono e siamo tutti dentro.
I sottosistemi non sono solo terrestri, ma anche spaziali. Nell’ultimo anno abbiamo imparato che vi è molta più geopolitica nello spazio che sul pianeta terra, che le orbite geo-stazionarie sono i nuovi 38simi paralleli, che la nuova accumulazione originaria riguarda (anche) lo spazio.
Avrebbe potuto svilupparsi un ordine mondiale armonico capitalistico e democratico? Kelsen lo immaginò, la Luxembrug scrisse che “il capitale ha una tendenza a diventare forma mondiale che si infrange contro la sua propria incapacità a essere questa forma mondiale della produzione”.
Solo una visione eurocentrica ed economicista poteva pensare che la globalizzazione avrebbe trovato il suo duale nel governo unipolare del mondo.
Democrazia&capitale? Dipende qual è forma storicamente determinata di democrazia e con quale composizione organica di capitale. Nel mondo multipolare non vi è solo Montesquie ma anche Confucio e Saladino.
Il capitalismo ha sempre avuto profondo amore per lo Stato, lo ha forgiato, utilizzato, modificato. É una gigantesca stupidaggine il refrain per il quale il mercato non vuole lo stato, altrochè se lo vuole! Non è mica il mercato che bombarda il palazzo della Moncada o che fa la flat tax o che protegge armi in pugno le rapine che nei secoli hanno costituito le accumulazioni originarie.
Il capitalismo finanziario globale è algoritmico, intendendo con questa aggettivazione la sua capacità di sussunzione reale della scienza e della tecnica; il general intellect è oggettivato in lavoro morto e valorizzato nel comando finanziario per la produzione di denaro a mezzo denaro.
Questo è il Moloch, questo è il Nemico, anche se il suo alfabeto è cirillico o se scrive cominciando da destra invece che da sinistra o è guidato da un partito comunista con qualche decina di milioni di iscritti.

Lotta di classe e pensiero strategico sulla guerra

La fase politica corrente ha un arco temporale di anni e forse di decenni e va analizzata con metodo materialistico e con il principio di contraddizione. Ora la guerra è una –la– forma politica che viene utilizzata dai sottosistemi; in questo lungo anno c’è la guerra di Putin contro l’Ucraina, altre ne verranno.
Siamo per la pace? Certamente. Siamo pacifisti? Non ha senso questa parola quando viene usata per negarci l’uso della forza o per impedire l’analisi reale ed effettuale della politica contemporanea.
Nel perimetro politico le nostre cardinalità sono i Kurdi in Medio Oriente, gli Zapatisti nelle montagne del sud est messicano e chi resiste in Ucraina, rifiutando la libido adsentandi.
Nei limiti delle nostre possibilità stiamo sostenendo la resistenza ucraina, perchè è una giusta resistenza contro l’invasione russa. Valorizziamo la caratteristica di resistenza, non il nazionalismo, esprimiamo complicità con la straordinaria mobilitazione ucraina, senza ignorare le sue contraddizioni interne e le profonde determinazioni delle reti lunghe nei nessi causali della guerra.
La fase politica è lugubre e noi dobbiamo avere un pensiero strategico sulla guerra, non rifiutarla perchè immorale, non è il momento di scrivere “in autunno c’era ancora la guerra ma noi non andavamo più”. Serve una politicizzazione della fase: “trasformare la guerra imperialista in guerra rivoluzionaria” si disse e si vinse un secolo fa, in una guerra tremenda e maledetta non scelta dai comunisti, ma che il partito bolscevico seppe interpretare strategicamente partendo da una posizione di assoluta minoranza.
I Municipi sociali di Bologna definiscono la propria posizione politica come matriottismo europeo: stare nella fase corrente con l’obbiettivo di forzare il processo costituente nello spazio continentale euromediterraneo. La resistenza ucraina, bella o brutta, di certo non partorita discutendo nei circoli emmelle, è un’opportunità per forzare la costituente europea, come lo sono, ceteris paribus, le lotte di classe dispiegate in Germania e Francia. Se vi si fa politica allora le opportunità possono essere colte, magari sbagliando ma agendo; se si commenta si rientra nella tifoseria, ben poco utile se si vogliono spostare equilibri. Insomma, on s’engage et puis on voit!

La militanza

Siamo onesti: abbiamo letto forse troppi testi di scienza politica e pochi di tecnologia, è stata fatta un po’ di metafisica perchè è stata trascurata la nuova fisica.
Panzieri ascoltava la gente alla catena per studiare la fabbrica, non dissertava di alienazione. Gli automomi non avevano bisogno di chimici e tornitori per preparare l’autodifesa dei cortei, la loro composizione esprimeva le avanguardie del sapere operaio.
Negli anni novanta inventammo l’utilizzo ribelle delle reti digitali, negli anni duemila facemmo media autunomi e satellitari. E poi? Ci siamo fermati. Cosicchè ora perdiamo tempo a scrivere post sui social networks quando l’intelligenza artificale li può scrivere al posto nostro, e forse meglio di noi.
Dobbiamo assumere la centralità della scienza, della tecnologia ed oltre ad andare a studiare in Francia e Germania conviene appropriarci dello stato dell’arte dell’intelligenza artificiale, organizzare laboratori di autoformazione, politicizzare il sapere tecnico e scientifico, andando a parlare con chi è interno alla fabbrica neurale che lo produce e riproduce.
Vi è uno scontro gigantesco sull’Intelligenza artificiale ed esistono già delle piste di lavoro “dentro lo stato” che vanno bene da un punto di vista riformista e moderato, ma sono asincrone ed insufficienti, come i tentativi di regolamentare l’output inondante dei molteplici GPTs che popolano le nostre reti.
In una prospettiva rivoluzionaria e “contro lo stato”: bisogna appropriarsi dei mezzi di produzione. E bisogna farlo di corsa. La storia non si ripete, ma ci insegna tante cose.
Open-sourcing del codice vuol dire possibilità di controllo ma anche di hacking. Hacking che può servire a distribuire conoscenza ed a creare nuovi “use cases”, dal basso contro l’alto.
Possiamo imparare molto dall’etica hacker e dalla blockchain, ma dobbiamo far convergere gli esiti su una prospettiva non techne– centrica ma rivouzionaria nella sua complessità.
L’etica hacker è stata recuperata dalla Silicon Valley sotto molti aspetti, probabilmente perché non aveva altro fine condiviso ed esplicito che l’hacking stesso. La blockchain ha vissuto lo stesso destino con il capitalismo finanziario, perché o troppo neutrale dal punto di vista etico-politico o perchè le soggettività rivoluzionarie non sono intervenute  in questo enorme campo di possibilità traformative.
Aprire-condividere-ri-utilizzare-per-sovvertire: sono i plugin che dobbiamo installare nel nostro sistema operativo politico.
Torniamo a pensare strategicamente: quanta potenzialità di liberazione dal lavoro c’è nell’Intelligenza artificale? Quanto odio per il lavoro ed amore per il tempo libero vi è nella lotta per  ridurre il lavoro socialmente necessario?
Possiamo permetterci di ignorare il gigantesco scontro per l’ibernazione di queste tecnologie socialmente prodotte o dobbiamo fare programma politico del loro utilizzo sovversivo?
La contesa è ora: appropriazione, non negazione.
C’è più desiderio comunista nell’appropriazione dell’intelligenza artificiale che nella difesa di qualunque posto di lavoro salariato.

Liberiamo la vita, distruggiamo il lavoro.

Assemblea dei Municipi sociali di Bologna

Aprile 2023