di Giulia Sezzi, Maddalena Scotti, Ludovico Intruglio, Christopher Ceresi
Delegazioni del mondo sindacale, sociale e politico: domenica scorsa a Bruxelles oltre diecimila persone da tutta Europa sono scese in piazza per la manifestazione europea “Welfare not Warfare”, promossa dalla piattaforma Stop Rearm Europe. Al centro, la necessità – tanto semplice quanto complicata nella sua soluzione – di destinare risorse alla transizione energetica, all’istruzione, alla sanità, al lavoro e non all’economia di guerra.
Semplice perché in quelle poche parole ci sono tutti gli ingredienti – war, welfare, Europe – complicata perché, ovunque ci si muova in Europa, spetta a noi ricombinarle in ordini differenti e aggiungere, pezzo su pezzo, la nuova grammatica della rivoluzione europea e del sogno del mondo che vogliamo.
Sarebbe a dire che non è tanto importante se mettiamo la guerra come causa di tutto, oppure se al primo posto mettiamo l’attacco al welfare dei kings — aka la ristrutturazione del capitale e la lotta di classe — o se invece riconosciamo il nazionalismo, il patriarcato e l’aggressione coloniale sul diverso come la principale minaccia esistenziale a un progetto politico ampio ed espansivo. Queste cose non contano in una gerarchia ideale, in cui la guerra ha sicuramente il peso maggiore, ma per come si materializzano nei territori, nelle città, nelle fabbriche, nei singoli paesi, nelle linee di confine in preda alle trasformazioni epocali.
Se iniziamo a vedere le cose con questa lente, più che a una nuova gerarchia al cui apice c’è la guerra, ci troviamo di fronte a un framework in cui la dinamica costituente e quella destituente e rivoluzionaria convivono insieme. Dall’Albania all’Irlanda, dalla Serbia all’Italia, dall’Ucraina alla Spagna, le rivolte scoppiano in punti diversi della filiera del modo di produzione capitalistico e dell’algoritmo finanziario — e dunque anche della filiera bellica — e le forme di resistenza alla guerra e all’oppressione sono, a loro modo, diverse in base alla violenza che si fa più o meno acuta. Ma tutte, a un certo punto, incontrano la necessità di contendere l’Europa. Non solo entrare o uscire dall’attuale UE, ma sognare l’Europa che vorrebbero.
Difficile a farsi, dunque, perché le diverse interpretazioni della guerra in giro per l’Europa non sono assolutamente ricomposte in un progetto comune, parallelo e alternativo all’attuale meccanismo di potere della UE. Un tempo si partiva dal motivo “guerra agli oppressori e pace tra gli oppressi”, forse oggi dovremmo capire cosa questo vuol dire nei diversi luoghi dell’Europa e discuterne meticciandoci.
Difficile anche perché, se pensiamo all’alternativa, essa non può chiamarsi semplicemente comunismo, né tantomeno progresso o democrazia liberale: queste cose hanno significati molto diversi ovunque si vada. Difficile anche perché i presagi oscuri dell’essere nell’anticamera di altre guerre ci sono tutti, mentre gli stessi kings sono sempre alla ricerca di un nuovo ordine in cui poter dominare e fare business.
Le sfide sono tante, ma se questo spazio è riuscito a mettere insieme attivisti, reti sociali, sindacali e politiche da tutta Europa attorno a uno dei nodi centrali dell’agenda europea, allora va coltivato. Non come una sigla in più, ma come un campo possibile di coordinamento tra scioperi, mobilitazioni, vertenze territoriali e conflitti che oggi si muovono ancora troppo spesso separati.
Perché molto deve ancora irrompere sulla scena europea: dalle città, dai luoghi di lavoro, dalle frontiere, dalle piattaforme digitali, dalle lotte contro il patriarcato, il razzismo, la guerra e la ristrutturazione del capitale. La grammatica è ancora tutta da costruire, ma domenica a Bruxelles qualcosa si è visto: forse lo spettro che si aggira per l’Europa si chiama proprio Europa.
Prossima tappa, 18 luglio Genova, assemblea italiana No Kings.
