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Tesi sull’Europa

Il tema dell’Europa è oggi un nodo centrale della prospettiva politica che abbiamo di fronte. I passaggi storici che stiamo attraversando investono l’Europa con una rottura profonda. La tesi che sosteniamo è questa: siamo dentro una fase costituente per l’Europa.

Premessa

Liberare le parole

È una fase di rottura e di rivoluzione. Lo diciamo liberando le parole dal peso del Novecento. Se prendiamo i termini costituente e rivoluzione e li leghiamo all’uso che ne è stato fatto nel Novecento, la prima domanda che viene da porre è: “ma cosa state dicendo?”.

Nel Novecento abbiamo associato la rivoluzione alla rivoluzione comunista, e la fase costituente alla fase successiva a una rottura rivoluzionaria. Ma liberiamo questi termini dal peso del Novecento e riportiamoli più vicino al loro significato originario, classico e scientifico, e al materialismo vero, cioè quello quantistico. Nessun processo storico infatti si sviluppa in forma pura, ordinata e lineare. Costituente e rivoluzione, nel loro significato classico, sono concetti ibridi, contraddittori, caotici. Hanno a che fare con l’instabilità, con la probabilità, con la non linearità dei processi. Così facendo possiamo tornare a dire cose utili.

Una fase di tipo costituente

Dire che siamo in una fase di tipo costituente dell’Europa significa che, nei tempi medi e brevi, non è possibile né una reazione di destra fondata sulla conservazione dell’Europa così com’è, né una risposta di sinistra costruita attorno a quel concetto di resistenza che, per esempio, nel largo campo della sinistra italiana è stato utilizzato per difendere la Costituzione del ‘48. Noi non dobbiamo difendere questa Europa. Non abbiamo niente da difendere. In una fase veramente costituente per l’Europa sia la conservazione sia la resistenza, se assunte come risposte principali, sono per noi strumenti inutili.

Trovarsi dentro una fase costituente dell’Europa significa stare dentro un vero campo di scontro, dentro una forma classica di lotta di classe. Agire in una fase di rottura e di rivoluzione vuol dire riconoscere una cosa semplice: ciò che c’era prima non tornerà.

Costituzione materiale e costituzione formale

Quando parliamo di fase costituente dobbiamo parlare anche di una nuova costituzione europea. Le fasi costituenti servono a disegnare una nuova costituzione. La costituzione, dal punto di vista classico, è sempre sia materiale che formale. Le dinamiche costituzionali sono prima di tutto materiali, cioè sono il frutto delle lotte, e nascono dai processi di potere e di contropotere, dai rapporti di forza, che solo dopo vengono formalizzati in una carta costituzionale. È sempre stato così.

Anche su questa dinamica dobbiamo compiere un’operazione di novità. Nel Novecento siamo stati abituati a vedere questi processi in forma lineare e binaria: prima si esaurisce la fase della costituzione materiale e poi, quando si sono definiti i rapporti di forza e di potere, attorno a essi si scrive formalmente la carta costituzionale.

Oggi non funziona più così. Anche qui bisogna essere quantici: non lineari, caotici, ibridi, non binari. Nell’affrontare la costituzione, nella sua forma materiale e formale, dobbiamo ragionare con tempi molto più brevi, perché una cosa può forzare l’altra. Il piano materiale può accelerare quello formale, ma anche una proposta formale può produrre effetti materiali, aprire campi, orientare conflitti, anticipare rapporti di forza.Cercheremo di dire più avanti cosa significa. Intanto queste sono le premesse fondamentali per aprire un ragionamento sull’Europa.

Ora bisogna capire perché siamo arrivati a una fase costituente e perché, in realtà, non siamo mai stati in una situazione simile. Per farlo, bisogna tornare a quando il termine Europa è entrato nel nostro orizzonte politico e capire in quali forme lo abbiamo attraversato.

Dopoguerra: fordismo

Ventotene

Nel dopoguerra l’Europa si è rappresentata in termini ideali con il Manifesto di Ventotene. Ma per i movimenti reali di quel tempo, per le forze sociali vive, quella dinamica non era centrale. Era una dinamica di élites: persone confinate a Ventotene durante la guerra, radicali e utopiche, che ragionavano sulle sorti del dopoguerra.

Dentro le sorti del dopoguerra definiscono il fatto che l’Europa deve darsi una forma unitaria per evitare altre guerre tra europei. Da lì nasce quello che è passato alla storia come il Manifesto di Ventotene. Ma nel dopoguerra, ai movimenti sociali del Manifesto di Ventotene importava poco o nulla. Non perché fosse irrilevante in assoluto, ma perché non parlava direttamente ai rapporti di classe reali di quel momento; riguardava un’élite cosiddetta “borghese”.

Eppure, sul piano concreto quella scrittura, quella forma ideale che in quel momento sembrava non avere una base materiale immediata, è arrivata fino a oggi come punto di orientamento. Ancora oggi, quando si parla in termini ideali e di come dovrebbe essere l’Europa politica, molti dicono: “torniamo ai padri costituenti, torniamo al Manifesto di Ventotene”.

Questo dimostra una cosa importante: anche gli elementi formali, anche i manifesti, anche le parole scritte quando sembrano lontane dai rapporti di classe reali, possono avere un significato di medio e lungo periodo. Possono sedimentare, produrre immaginario, diventare riferimento. 

Fordismo

Il vero elemento del dopoguerra è un altro: l’Europa viene vista come Europa delle nazioni. Il processo materiale che si muove davvero sotto il nome di Europa è la costruzione del mercato unico europeo. Si comincia cioè a porre il problema di costruire un mercato unico. In questo scenario – lo ricordiamo, così da capire quando e perché successivamente l’Europa entrerà nei nostri radar – l’Europa non è una categoria gestita dai movimenti. Interessa soprattutto il capitalismo del dopoguerra, e ha come ricaduta il mantenimento degli Stati-nazione. Per il capitalismo è importante definire un mercato unico – non per aderire agli ideali di Ventotene, ma per fare business.

Nel dopoguerra bisognava determinare un nuovo spazio di business che facesse parte e fosse funzionale al nuovo ordine globale centrato sull’egemonia degli Stati Uniti. Dentro questa dinamica si sono dispiegate la forzatura del Patto Atlantico, il ruolo degli Stati Uniti e tutto ciò che ne è conseguito. L’Europa era un dispositivo funzionale al nuovo assetto che si andava configurando e tangente ai riferimenti di classe principali, ma non ancora determinante. 

È uno scenario dominato dagli Stati nazionali, ancora pensati come il contenitore fondamentale della sovranità politica, economica e militare. Il capitalismo è quello fordista: la grande fabbrica non è soltanto un luogo di produzione, ma il centro dell’organizzazione sociale e del conflitto. Attorno ad essa si costruiscono quartieri, sindacati, partiti, culture politiche e forme di vita. La figura dell’operaio massa è il riferimento centrale della lotta di classe.
Il mondo è attraversato dagli imperialismi. Quello statunitense è il più forte e dominante, ma si iniziano a vedere anche quelli che emergeranno più tardi, cioè l’imperialismo sovietico e altre forme di espansione geopolitica che faranno un certo tipo di uso della forza per la soggezione ideologica o religiosa dei territori e delle risorse. Nello scenario del dopoguerra ci sono ancora le rivoluzioni comuniste, quelle realizzate e quelle da realizzare, come punti di riferimento per la lotta di classe. E c’è la guerra fredda. Il termine Europa orbitava su questo tipo di elementi. Per i movimenti l’Europa non contava, perché l’orizzonte era un altro: era l’internazionalismo proletario e comunista. Era l’idea che i popoli e i proletari del mondo dovessero unirsi contro il capitalismo, non dentro una forma europea.

Inizio della globalizzazione: postfordismo

Successivamente si apre un nuovo meccanismo. Inizia la globalizzazione. I mercati, che avevano trovato nell’Europa e nel mercato unico uno spazio funzionale di espansione, cominciano a porsi il problema di globalizzarsi davvero.

Finiscono i socialismi di vario tipo. Si apre la fase di contro-rivoluzione del capitalismo per sconfiggere le lotte operaie che avevano segnato il ciclo precedente. È il passaggio che venne chiamato postfordismo: un modo di produzione capitalistico che andava oltre la grande fabbrica, decentrava la produzione, metteva a valore la vita, il sapere, la comunicazione, il lavoro cognitivo.

In questa fase l’egemonia statunitense è un’egemonia piena, che porterà qualcuno poi a parlare di fine della storia. Gli Stati Uniti si affermano come unico imperialismo dopo la sconfitta degli altri poli. L’Europa, in questo contesto, resta ancora sotto traccia. Non è altro, in gran parte, che un’espansione verso est dello spazio aperto dalla crisi del socialismo: un nuovo mercato possibile e un allargamento del capitalismo a guida americana. 

Per questo resta ancora un termine secondario, non ancora un vero campo politico per i movimenti.

Piena globalizzazione: affermazione del capitale finanziario

Arriviamo alla terza fase: la piena globalizzazione, in cui si afferma l’egemonia del capitale finanziario. Denaro che scambia denaro. Valore che si muove apparentemente senza passare più dalla mediazione classica della merce.

L’egemonia americana prova a stare dentro la globalizzazione come meccanismo complessivo di governance globale. Con alcuni compagni e compagne abbiamo definito tutto questo Impero.

C’è stato un tentativo di dare una forma compiuta a questa fase: non più soltanto egemonia di uno Stato sugli altri, ma costruzione di una governance globale attorno all’egemonia americana. ONU, NATO, Fondo Monetario Internazionale, istituzioni economiche e militari globali: tutto concorreva a plasmare la complessità del comando mondiale. 

Dentro a questo si sviluppa il movimento no global, e un modo di stare dentro al movimento che contesta la globalizzazione finanziaria e di comando, ma che allo stesso tempo guarda a un’altra globalizzazione possibile. Un altro mondo è possibile significava proprio questo: un’altra globalizzazione, fondata sui diritti e sulla condivisione delle risorse, è possibile.

In questa fase il termine Europa comincia a entrare anche dentro i movimenti, non solo come dinamica geopolitica ma come possibile prospettiva e necessità. Questo perché la globalizzazione apre contro-spinte reazionarie e nazionali. La Lega, il “padroni a casa nostra”, il ritorno dello Stato-nazione come rifugio identitario, ne sono alcuni esempi.

Per molti di noi si pone un problema preciso: come stare dentro questo passaggio? Non potevamo stare con chi rivendicava il mantenimento degli Stati nazionali.  Questo avrebbe significato allearsi e stare dentro una dinamica reazionaria e conservatrice. Ma non potevamo nemmeno aderire in modo passivo alla globalizzazione, appiattendoci dentro una dimensione solo di movimento e senza istituti di controtendenza.

Serviva una nuova forma. Serviva un modo per stare dentro la globalizzazione senza consegnarsi né al capitale globale né al ritorno sovranista. Da qui è nato il ragionamento per definire gli spazi politici in termini di spazi urbani, cioè il concetto di municipalismo.

Il municipalismo diventa una bussola per capire come stare dentro la globalizzazione: sì alla dimensione globale, no agli Stati nazionali; sì a una nuova articolazione politica, no al sovranismo. Dunque, sì a un nuovo ridisegno costituzionale, materiale e formale, partendo da questa cosa decentrata che abbiamo chiamato municipalismo. Non eravamo soli: in tutto il mondo si aprivano esperienze simili, da Porto Alegre al Chiapas, con gli zapatisti. Alcuni mettevano al centro le comunità; per noi il riferimento principale erano le città. Da lì si è declinato il federalismo municipale: una forma di stare insieme non statale, non sovranista, più orizzontale, più federativa.

È qui che l’Europa entra per la prima volta in campo come contesa.

Dentro la globalizzazione c’è chi costruisce un’Europa della finanza, delle banche, dei mercati: è in questo momento che si afferma il ruolo della Banca Centrale Europea, dell’Europa come macchina finanziaria. Poi c’è chi dice “no all’Europa” per mantenere gli Stati nazionali. Noi, invece, affermiamo il concetto municipalista e lo cominciamo a declinare sul piano globale ma anche sul piano di uno spazio che iniziamo a definire Europa. L’Europa come nuovo spazio municipalista da definire.

L’Europa entra in campo con il movimento no global e nella dinamica di massima globalizzazione dei processi di finanziarizzazione. L’Europa entra in campo come termine politico che comincia a riguardarci come elemento di contesa e discussione.

Crisi della globalizzazione a guida statunitense, capitalismo dell’oltreumano, ricerca del nuovo comando

C’è poi la fase che stiamo ancora attraversando, investita dalla crisi della globalizzazione a guida americana, dall’emersione dei sottosistemi di potere nel capitalismo finanziario globale, e infine dal capitalismo dell’oltreumano. 

Fine dell’unico Impero

L’abbozzo di Impero americano, che sembrava poter organizzare il mondo dopo la fine della guerra fredda, inizia e si consuma in poco tempo. Entra in crisi perché non è in grado di contenere e organizzare le nuove contraddizioni. L’islam politico, le Torri Gemelle, Bin Laden e la guerra infinita che ne deriva mostrano subito che l’ordine americano non è capace di pacificare ciò che pretendeva di governare. L’apertura del mercato a est non produce soltanto nuovi spazi di accumulazione, ma anche nuove forme di sovranità, nuovi nazionalismi, nuovi poteri capaci di usare il capitalismo contro lo stesso ordine globale che li aveva inclusi. La Russia di Putin nasce dentro questa contraddizione. Ma il passaggio decisivo è soprattutto il nuovo ruolo della Cina.

La Cina, nella fase della globalizzazione, non si pone fuori dal capitalismo. Fa il contrario: sceglie di attraversarlo, di assorbirlo, di usarlo. Per una lunga fase prende tutto ciò che il capitalismo le offre: conoscenze, tecnologie, infrastrutture, capacità produttive, metodi organizzativi, accesso ai mercati. Dal suo punto di vista si tratta di usare il capitalismo come leva per compiere un salto storico.

In questa dinamica, all’inizio, la Cina sembra subire forme definite altrove. Entra nel mercato mondiale dentro una globalizzazione guidata dagli Stati Uniti e dalle sue istituzioni. Ma, una volta assorbito ciò che le serve, una volta costruito un proprio percorso di accumulazione e una propria capacità di organizzare la nuova fase del capitalismo, smette di essere soltanto un soggetto incluso nel gioco. Comincia a diventarne protagonista.

La Cina diventa protagonista dentro la forma generale che il capitalismo si era dato in quella fase: il comando della finanza. Un comando che non riguarda soltanto le banche in senso stretto, ma un modo di produzione in cui il capitale finanziario è egemonico per la sua capacità di produrre denaro da denaro, ricchezza da aspettative, comando da imponenti reti fisiche di dati, capacità predittiva, flussi, debito, credito, investimenti – e farlo in modo quasi automatizzato e accettato da tutti.

Egemonia del capitale finanziario, comando algoritmico

Se da un lato l’egemonia americana come progetto imperiale entra in crisi, dall’altro lato il capitalismo globale e finanziario non si indebolisce: si estende, si automatizza, diventa sempre più algoritmico. La guida politica americana non è in grado di contenere tutto, ma la grammatica finanziaria del mondo resta in piedi e anzi si rafforza.

Questa grammatica diventa una garanzia generale, quasi automatica, per soggetti diversissimi tra loro. Funziona per l’islam politico, per chi sta a Manhattan, per la Cina. Dimensioni locali, culture politiche diverse, ideologie diverse, forme statuali, religioni: tutti stanno dentro questa forma di misurazione, valorizzazione e accumulazione della ricchezza.

Il capitalismo finanziario globale diventa così il terreno comune. Non elimina le differenze, non pacifica davvero il mondo, ma impone a tutti una stessa lingua. La lingua dei mercati, delle borse, degli investimenti, dei rating, degli algoritmi che non si limitano più a registrare gli eventi, ma li anticipano. La finanza non osserva soltanto il reale: lo precede, lo orienta, lo obbliga ad adattarsi alle sue previsioni. E’ questa capacità della finanza di non essere più semplicemente una funzione del capitalismo, ma di contenere tutti gli attori, che rende la finanza comando.

Il passaggio è importante perché da forma particolare dello sviluppo capitalistico la finanza con i suoi meccanismi diventa egemonica in tutto il mondo. Prima il denaro serviva a scambiare merci, poi diventa il centro dell’accumulazione, poi diventa finanza e infine la finanza diventa una forma di comando a cui tutti devono sottostare. Non comanda perché sostituisce gli Stati o cancella la politica, ma perché stabilisce il campo dentro cui Stati, imprese, società, territori e soggetti devono muoversi.

Abbiamo sottolineato la funzione algoritmica perché è l’automatismo della finanza l’elemento principale e più avanzato che fornisce al capitalismo la capacità di imporsi come grammatica generale, come criterio comune di decisione, come ambiente obbligato in cui tutti devono stare.

Capitalismo dell’oltreumano

Ma proprio mentre questa forma sembra generalizzarsi, comincia a emergere un nuovo livello.

Dopo il postfordismo, dopo la valorizzazione della vita e del lavoro cognitivo, inizia ad emergere una nuova forma di accumulazione che costruisce valore su un rapporto spazio-tempo che non è più semplicemente umano, reale, materiale nel senso classico. Va oltre. Arriva all’intelligenza artificiale, ai dati, allo spazio, all’automazione, alla possibilità di produrre mondi e decisioni senza passare interamente dall’umano. Non perché l’umano sparisca, ma perché viene attraversato, esteso, ibridato, incorporato in sistemi che funzionano oltre la misura umana tradizionale.

È questo che abbiamo chiamato capitalismo dell’oltreumano.

All’inizio questa dimensione sembra soltanto funzionale al comando finanziario globale. Silicon Valley, social network, Apple, piattaforme digitali, infrastrutture cloud e algoritmi appaiono come strumenti di una fase ancora dominata dalla finanza. In effetti, senza questi strumenti, la finanza non avrebbe potuto compiere fino in fondo il proprio salto algoritmico: non avrebbe potuto catturare dati, anticipare comportamenti, misurare desideri, profilare società, trasformare ogni attività in informazione utile all’accumulazione e far sì che tutti accettassero il sistema.

Ma da strumento funzionale al comando finanziario globale, questa dimensione comincia a conquistare una propria autonomia. Le piattaforme non sono più soltanto supporti della finanza. I dati non sono più soltanto informazioni da vendere. L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia applicata a processi di valorizzazione e produzione materiale già esistenti. Tutto questo comincia a disegnare nuovi orizzonti di accumulazione, nuovi campi di investimento, nuovi mondi possibili, e dunque a ricercare nuove forme di comando. ( Link: Oltreumano #1 Oltreumano #2 Oltreumano#3 )

Il capitalismo dell’oltreumano nasce dentro il capitalismo finanziario globale, ma non coincide più interamente con esso. Ne è una mutazione, una nuova soglia. E proprio qui comincia il problema politico decisivo: se il capitalismo dell’oltreumano produce valore secondo logiche di accumulazione e valorizzazione nuove, deve però anche organizzare il comando sulla società. Non può limitarsi a far circolare denaro, dati, merci e investimenti. Deve governare gli umani, i territori, le relazioni, le infrastrutture, le guerre, le forme di vita – in particolare quelle ibridate, complesse e intelligenti del mondo in cui viviamo. Deve porsi il problema del comando in modo nuovo, e non di ripartire semplicemente da dove ci eravamo lasciati, con il tentativo egemonico americano di abbozzo di Impero, ma da una situazione di contesa ben diversa.

Nascita dei sottosistemi e guerre, ricerca del comando

Abbiamo detto che quando la globalizzazione a guida americana entra in crisi, la finanza continua a tenere insieme i flussi, a essere un terreno comune, a imporre la propria grammatica. Ma, pur essendo una forma di comando sempre più strutturata nelle reti globali, non riesce a garantire un ordine politico complessivo. Non basta l’algoritmo finanziario a dire come si governa davvero il mondo, si organizza la società, decidono le gerarchie, stabilizzano i conflitti; non basta a dire chi impone una direzione e soprattutto chi stabilisce con quale forma – democratica, autoritaria, religiosa, oltre-democratica o oltre-comunista – sia legittimo comandare quando tutto è più ibrido e quando il salto al capitalismo dell’oltreumano è in corso.

Ma una volta che gli Stati Uniti non sono più l’attore egemonico, tutti gli altri fanno il loro passo avanti, dalla Russia passando per l’Iran fino ad arrivare alla ripresa quanto mai brutale e genocidaria del colonialismo Israeliano, fino appunto alla Cina, all’India, ai Brics, e anche ad attori non statali.

Dalla crisi della globalizzazione a guida americana emergono i sottosistemi di potere, cioè non solo le vecchie e nuove potenze statali, gli imperi, i regni, ma anche l’economia criminale, l’Islam politico, i fondi di investimento, i tecno-oligarchi Musk e Bezos, etc. I sottosistemi di potere emergono prima come attori che si contendono un ruolo nel comando finanziario algoritmico, ora come attori che lottano per ritagliarsi spazi di potere nelle nuove forme di comando dell’oltreumano. 

Non si tratta soltanto di una contesa geopolitica classica, anche se assume inevitabilmente forme geopolitiche. Non si tratta soltanto di Stati contro Stati, potenze contro potenze, poli contro poli. Si tratta di capire quale forma di comando sarà capace di organizzare il capitalismo dell’oltreumano, e in che modo entrerà in tensione con la struttura della vecchia forma di comando delle reti algoritmiche. 

I sottosistemi dunque si mettono in proprio. E quando i sottosistemi si mettono in proprio e lottano per ritagliarsi spazi di potere, non possono che produrre guerre. Si combattono tra loro alla ricerca di forme di organizzazione del capitalismo dell’oltreumano, inceppando alcuni punti delle reti complesse del comando finanziario e, anche in questo caso, producendo le guerre che stiamo vedendo e attraversando. 

In questo contesto entra in crisi la democrazia liberale – incapace ormai di nominare davvero ciò che accade – e con essa tutto ciò che le serviva per rappresentarsi come unico sistema di potere legittimo, cioè i diritti umani, il diritto internazionale, le istituzioni globali a guida americana e, in qualche modo, anche l’Europa. 

Una cosa è certa: se anche le forme della democrazia liberale sono in crisi, se le forme dell’autoritarismo sono legittimate per gestire il capitalismo attuale, e se quello che cerchiamo noi è una forma reale di democrazia, allora non possiamo rimanere incastrati tra il crollo di un vecchio mondo e la nascita del nuovo, bensì entrare nella contesa per immaginare la nostra democrazia nell’epoca dell’oltreumano – la nostra oltre-democrazia – e confrontarci con l’esercizio di un possibile nuovo assetto politico e sociale: qualcosa, cioè, di più radicale del rapporto tra municipalismo e globalizzazione pensato nei primi anni Duemila.

Torniamo all’Europa

Siamo partiti dagli idealisti di Ventotene che avevano immaginato l’Europa come risposta storica alla ricaduta nella guerra tra potenze. E siamo passati per la ricerca della “pace” imperiale attraverso la globalizzazione della finanza. Ma progressivamente, come per tutte le cose, la materia e la lotta di classe determinano una dimensione che non si riesce a pacificare.

Se la realtà è tornata a essere un campo di battaglia, questo campo di battaglia ha caratteristiche del tutto diverse dal passato. Ciò che vediamo dalla Palestina al Kurdistan, dall’Ucraina fino alle ultime mosse di Trump, va letto dentro questa ridefinizione generale: chi comanda? Chi riesce a essere, almeno per una fase, il primo della classe nel capitalismo dell’oltreumano? Quale combinazione di sottosistemi riuscirà a organizzarlo?

La contesa per il comando nel capitalismo dell’oltreumano vede molti attori. All’inizio sembrava che la combinazione Trump-Musk potesse essere la forma vincente. Ma quella combinazione è già entrata in crisi. La forma politica che sembra vincere è quella cinese? Forse. Ma in realtà siamo dentro una ricerca continua, che produce caos, guerra, guerra civile permanente.

Questo sarà lo scenario, a prescindere dal fatto che Trump ci sia o non ci sia. Cambieranno le forme, saranno più forti o più deboli, più esplicite o più mascherate. Ma lo scenario resterà questo finché non si definirà una forma di comando dell’oltreumano capace di imporsi su tutti e di funzionare per tutti. Per ora quella forma non c’è.

In questo scenario globale è trascinata anche l’Europa. Quale Europa? L’Europa che è stata prima quella dei mercati, poi quella delle banche, poi quella che dentro la globalizzazione si giocava il ruolo di non essere né globalizzazione né solo stati nazionali. L’Europa come una dinamica che funzionava per drenare soldi e per produrre il funzionamento di mercato e di economia. L’Europa disegnata come un sistema che non doveva decidere niente perché era dentro le decisioni che già funzionavano attraverso meccanismi come la Nato, il Patto atlantico, il G7, il G8. L’Europa politica solo come un contenitore di business economico che doveva sorreggere la complessità del funzionamento generale a cui aderiva.

Ma, come abbiamo visto, oggi tutto questo viene messo in discussione e non ha posto nella nuova fase – cioè, nella contesa dei sottosistemi per trovare il proprio posto nel capitalismo dell’oltreumano. Allora, alla crisi subentra questa fase che chiamiamo costituente; costituente per un insieme di motivi che non sono rivoluzionari in senso classico o determinati da insorgenze sociali. Il meccanismo generale che abbiamo descritto ha rotto l’Europa per come si è evoluta dal dopoguerra a oggi. 

Si apre inevitabilmente per tutti, allora, una discussione sull’Europa. 

Perché, prima o dopo, emerge inevitabilmente la domanda: se saltano i presupposti su cui si reggeva questa particolare Unione di Stati fondata sul business, quale altra Europa emergerà? Su quali presupposti verrà contesa e costituita? E dentro quali rapporti si collocherà rispetto al resto del mondo? E’ evidente che l’Europa ha un peso nelle filiere globali, ma è allo stesso modo evidente che la strada che ha seguito finora non regge più. 

Se le mosse e le reazioni dei paesi europei andranno in ordine sparso, se non faranno i conti con la costituzione materiale europea fatta di meticciato, diritti, libertà; se continueranno a eludere le dipendenze imposte e subite in anni di neoliberalismo e di controllo selettivo delle frontiere; se gli Stati-Nazione europei continueranno ad essere gli attori principali, è evidente che ci saranno delle conseguenze – per noi in primis – e che nessuno a quel punto potrà scongiurare che anche tra gli stessi stati europei si combattano nuove guerre. Allo stesso modo è evidente che nella contesa con le forze reazionarie e fasciste sul futuro dell’Europa gli esiti sono tutt’altro che determinati e cambierà molto se noi ci saremo oppure no.

Se non colleghiamo la discussione sull’Europa con la necessità di comprendere la sua fase costituente, non capiamo la fase che stiamo attraversando. Continuiamo a ragionare con categorie vecchie, dentro un mondo che non esiste più. L’Europa costituente, infatti, è il banco di contesa su cui dobbiamo ricollocare la lotta di classe. 

In uno scenario globale in cui tutte le forme precedenti sono in discussione, in cui ogni attore gioca la propria partita, noi dobbiamo trovare la nostra casa. Se non è la casa globale, se non è la casa dello Stato-nazione, se non è la casa del vecchio internazionalismo novecentesco, allora deve esserci uno spazio in cui contendere qualcosa, in cui contare e incidere, dalle città e dai territori fino al confronto di classe immediato con il capitalismo dell’oltreumano.

Agire la fase costituente dell’Europa: alleanza tra ribelli e democratici

Se questo è vero, dobbiamo capire cosa significa in termini di azione.

Da soli non siamo in grado di determinare il processo costituente. Se non si produce qualcosa di più largo, se non si ridefinisce un campo più ampio, non ce la facciamo. Possiamo però essere una parte di questa fase costituente: una parte capace di leggerla, attraversarla, forzarla, orientarla. In questo senso possiamo riutilizzare una definizione che avevamo iniziato a usare anni fa e che recentemente ha risuonato ancora: alleanza tra ribelli e democratici.

Essere ribelli oggi non può significare tornare agli Stati-nazione, rifugiarsi nel sogno di un modello di comunismo che non c’è più, in posture rossobrune o scambiare ogni nemico dell’Occidente per un alleato. Questo non significa essere ribelli, ma reazionari e conservatori. Essere ribelli vuol dire essere contro qualcosa e per qualcosa che abbia significato nel presente. E oggi il terreno di contesa è l’Europa: non l’Europa così com’è, ma l’Europa come spazio di rottura, di nuova costituzione materiale e formale. 

C’è una grande differenza tra i ribelli che pongono il problema della forza e dei rapporti di forza dentro spazi larghi di costruzione del processo costituente, e quelli che pensano che tutto si esaurisca nel fare la cosa “dura e pura”, spesso solo a parole, fregandosene del resto o, peggio, attaccandolo. Ma se tutto resta legato solo ai ribelli, se si pensa che la verità della propria prospettiva radicale non possa ibridarsi con altri soggetti, altre storie, altre forme di vita, persino altre specie, allora la ribellione si riduce a solipsismo. Diventa linguaggio per chi è già convinto, non intacca la contesa sul livello del capitalismo dell’oltreumano, e di conseguenza non è adeguata allo scontro di classe in atto

Se riconosciamo che siamo dentro una rottura dell’Europa, allora i ribelli devono muoversi dentro un campo più largo. Perché la crisi dell’Europa non parla solo a noi. Parla a milioni di persone che sentono che lo Stato-nazione non basta più, che questa Unione Europea non regge, che il mondo globale è ormai consegnato al conflitto per un nuovo modo di comandare il capitalismo dell’oltreumano, oltre la democrazia liberale.

Democratici, d’altro canto, non significa moderati. Non significa liberali in senso stretto. Significa un campo di selezione che escluda fascisti, razzisti, sessisti, autoritari, oscurantisti, ma che non pretenda di ridurre tutto alla nostra identità. Dentro questo campo si gioca la possibilità che molte persone vedano nell’Europa non solo una macchina distante, ma un orizzonte necessario di trasformazione costituente e rivoluzionario.

Se non siamo aperti a questo non si capirebbe nemmeno perché in alcuni passaggi decidiamo di stare dentro battaglie più ampie, come il voto ai referendum. Quando votiamo No al referendum non lo facciamo perché vogliamo difendere la democrazia esistente. Lo facciamo perché dentro quella battaglia si apre un terreno più ampio, in cui milioni di persone possono riconoscere un problema comune: chi decide, dove si decide, con quali strumenti, con quale rapporto tra istituzioni e società. In qualche modo si vede una spinta comune con il voto Ungheria e con tante spinte dal basso che non trovano un riscontro politico immediato, ma che possono alludere a un cambiamento radicale della costituzione materiale e formale europea.

Lo stesso vale per le città. Quando ragioniamo sul rapporto tra autogoverno e governo, non stiamo semplicemente amministrando l’esistente e non stiamo nemmeno costruendo una piccola isola separata dal mondo. Stiamo cercando il punto in cui le pratiche dal basso, i territori, il welfare radicale, la redistribuzione, gli spazi civici e le forme di democrazia reale possano entrare in una contesa più generale.

Dentro questo percorso dobbiamo capire come fare la nostra parte e tenere aperti spazi più larghi. Fare conflitto con-senso di progetto: non conflitto come pura testimonianza, ma conflitto capace di produrre direzione, consenso, accumulo, possibilità.

Per questo usiamo la parola alleanza e non la parola ricomposizione. Ricomposizione è una parola più adatta ai movimenti, soggetti sociali, pezzi di classe che si riconoscono e provano a rimettersi insieme. Alleanza indica un’operazione politica. Significa costruire un rapporto tra soggetti diversi, produrre orientamento, influenzare il senso comune, aprire una prospettiva che non appartiene solo a chi l’ha formulata per primo.

L’alleanza tra ribelli e democratici, in questa fase costituente europea, è fondamentale. Capirla e agirla non significa mediare al ribasso il nostro punto di vista. Non significa rinunciare a imporre temi come il welfare radicale, la redistribuzione, l’autogoverno, la libertà di movimento. Significa però comprendere che il tema Europa obbliga a stare dentro una complessità più grande, anche con chi ha orizzonti diversi dai nostri: per esempio con chi oggi parla di difesa comune, di sovranità europea, di autonomia energetica. Ognuno di questi aspetti intercetta la crisi dell’ordine precedente. Dunque, la questione non può ridursi a piantare bandierine, ma deve costruire spazi ampi che anche intorno a questi nodi siano in grado di indicare prospettive di un radicale cambiamento dell’Europa: una costituzione nuova accompagnata da una nuova capacità di mobilitazione ampia. Il percorso No Kings in Italia ne è un esempio.

Infine, per noi ribelli, il punto decisivo rimane definire il rapporto tra città, territori ed Europa. Negli anni della globalizzazione il municipalismo ci ha permesso di non scegliere tra capitale globale e Stato-nazione. Oggi quel ragionamento va portato su un livello nuovo. Le città e i territori restano il luogo in cui si producono pratiche, conflitti, welfare, mutualismo, autogoverno. Come si articolano oggi il municipalismo, il comunalismo, l’azione radicata nel territorio – insomma il campo decisivo dell’azione di molti compagni e compagne – con tutto il resto? Non possiamo rispondere a questa domanda da soli, ma sicuramente non vogliamo farlo dentro i perimetri dello Stato-nazione.

Agire l’alleanza tra ribelli e democratici significa allora riarticolare questo rapporto: città ed Europa, autogoverno e governo, conflitto e istituzione, costituzione materiale e costituzione formale.

Non per difendere l’Europa che c’è, ma per contendere quella che viene. Non da soli, nell’isola europea chiusa a tutto il resto, ma nelle spinte di trasformazione che soprattutto in questo momento storico dobbiamo rintracciare nei sommovimenti globali e nelle reti globali di compagni e compagne, a partire dal progetto confederale curdo.

Oltredemocrazia europea

Tutto quello che abbiamo descritto ha prodotto, sul piano del comando, ciò che abbiamo chiamato ricerca dell’oltredemocrazia, che investe in maniera irreversibile le democrazie liberali. Per ragionare su queste dinamiche abbiamo cercato di adottare lenti nuove, forgiate dalle osservazioni tra le più eretiche del mondo dell’oltrecomunismo – da Abdullah Öcalan a Donna Haraway, dal pensiero autonomo al municipalismo radicale, dalle reti di attivismo cyborg e tecnologico alla moltitudine contro l’Impero – e abbiamo cercato di applicarle al nostro contesto. E nello spazio costituente, ne siamo convinti, altre lenti ancora verranno combinate per liberarci dal passato ed entrare nei problemi della transizione in maniera ancora più adatta a cambiare i rapporti di forza.

La ricerca sulla categoria di oltredemocrazia ci sembra la strada corretta da intraprendere perché la democrazia, per come l’abbiamo conosciuta, non può semplicemente essere mantenuta. 

Se in Italia, in questo periodo in particolare, possiamo ancora usare lo scudo della resistenza partigiana e la difesa della Costituzione contro il tentativo di cambiarla, sull’Europa dobbiamo sì immaginarci come mettere insieme chi risponde in maniera determinata ai fascisti, cioè gli Antifa, ma anche come liberarci dai vincoli retorici della resistenza per immaginare l’oltre. Proprio perché non esiste una costituzione europea pienamente compiuta da difendere, dobbiamo porre il problema di quello che verrà, e non solo di resistere.

È sull’Europa che si può avanzare la nostra oltredemocrazia e cominciare a declinarla. E, forse, su alcune questioni possiamo già iniziare a farlo.  

Pensiamo ad esempio a cosa voglia dire dire oggi No alla Nato, Basta americani. Il senso che questo ha oggi è ben diverso dal passato. Sono questioni che possono essere spinte dai ribelli, con convinzione e conflitto, sapendo che sono molto più concrete del passato e possiedono una forza intrinseca molto più alta. Sono appunto lotte da agire con radicalità ma costituenti in uno spazio ampio europeo.

Oppure, pensiamo a quanto sia importante oggi rompere con l’Occidente, liberandoci dall’atlantismo, dalle complicità dei nostri governi con gli altri sottosistemi, dagli approcci coloniali, dall’uso del potere per il mantenimento delle dipendenze: bisogna rompere con l’Occidente per costruire l’Europa.

Questo ci porterebbe anche a trovare termini reali nuovi per definire e contrastare efficacemente i colonialismi e gli imperialismi per quello che sono: dalle forme israeliane a quelle russe passando per le forme statunitensi e cinesi, smettendo così di riferirsi a un generico colonialismo occidentale ma individuando nel dettaglio le responsabilità dei singoli paesi europei e delle istituzioni dell’UE nel loro complesso.

Dovremmo infine ricercare continuamente come le reti europee, quelle industriali e tecnologiche innervate dai nuovi servizi digitali e dal sapere scientifico vivo, si muovono in questi scossoni, e come si svilupperà la lotta di classe.

Dall’Europa alla Cina

La Cina va indagata. Non la stiamo ancora capendo davvero. Eppure è una realtà che è ben riuscita ad attraversare tutte le fasi che abbiamo descritto.

Abbiamo detto che le guerre nascono da un cambiamento di paradigma e dalla ricerca di chi comanda in forma egemonica. Siamo in una fase in cui l’oltredemocrazia si lega al capitalismo dell’oltreumano. Dove troviamo una forma già strutturata di questo rapporto? Non negli Stati Uniti, non in Italia, non nelle democrazie liberali in crisi. Lo intravediamo soprattutto in Cina, dove non c’è il problema di andare oltre la democrazia liberale perché la Cina è già dentro una forma di oltredemocrazia.

Quella che abbiamo di fronte negli ultimi anni è dunque una crisi che procede per strappi, ritorni, accelerazioni, tentativi di ricomposizione e nuove rotture, ma che muove forze inarrestabili, e non si tratta di rinunciare di punto in bianco a tutte le forme del passato e far finta che non permangano anche per lungo tempo forme diverse. Ma quando ci sono forze poderose in moto si tratta di tentare di saperle controllare e appropriarsene al loro punto più avanzato per cambiarle di segno, eventualmente sapere programmare meglio o anche, per quanto riguarda l’insieme del comparto bellico automatizzato, sapere anche quando e come bloccare drasticamente lo sviluppo di tecnologie di morte automatica. Ma questo non può avvenire ai ritmi europei attuali e tantomeno senza una Europa politica. 

Come Marx, per capire il capitalismo del suo tempo, guardava alle fabbriche di Londra e non alle campagne remote, così oggi dovremmo guardare alla Cina per capire qualcosa dello sviluppo del capitalismo dell’oltreumano nel tempo dell’oltredemocrazia.

Dobbiamo guardare all’approccio cinese alle tecnologie, al modo in cui vengono usate socialmente, non solo in termini di controllo ma anche come sperimentazione generale. Basti pensare alle immagini di robot e umani che corrono insieme una maratona oppure alle fabbriche al buio, ai chip impiantati e collegati ad AI: sono episodi che indicano una direzione del modo di produrre automatizzato.

Proprio nel contesto cinese sarebbe decisivo capire cosa succede in termini di conflittualità e di contropoteri. Se lì si sviluppano conflitti, nuove lotte, nuove forme di liberazione dal lavoro, allora abbiamo materiali fondamentali per leggere il futuro. Se invece non succede nulla di questo, il problema è enorme: potrebbe voler dire che il sistema che combina capitalismo dell’oltreumano e oltredemocrazia, anche nelle sue forme totalitarie, può funzionare. E questo sarebbe un problema per tutti. Ci dobbiamo arrovellare intorno a questi nodi in maniera esplicita. Per questo indagare la Cina, avere materiali da lì, capire le sue contraddizioni, è fondamentale. Dobbiamo capire se il cosiddetto capitale umano può agire forme iniziali di liberazione dal lavoro proprio dentro il punto più avanzato della nuova forma capitalistica. 

Explicit

Scriviamo questa tesi perché siamo in un passaggio epocale e vorremmo discuterla con molti compagni e compagne, democratici e ribelli d’Europa e non solo, per non diventare semplicemente un sottosistema del capitalismo che compete con la guerra e l’espropriazione, che sia una nazione, un clan, una setta religiosa, un Impero autoproclamato millenario, un’azienda guidata da nazisti. Serve un salto di sguardo, di organizzazione e di progetto all’altezza del nuovo modo di produrre, accumulare e comandare. È questo che ci porta oggi, in modo ancora più netto, a cercare l’Europa: un’Europa libera dagli USA e non più Occidente, non una somma di Stati-nazione e nemmeno una riedizione del comunismo novecentesco, ma un progetto di liberazione nuovo capace di stare dentro l’oltreumano e di starci in maniera differente.

16/05/2026

Municipi sociali Bologna

Spazi sociali Reggio Emilia


Utopia

Un’alleanza tra l’Europa di cui abbiamo parlato e una Cina liberata può sembrare un’assurdità, ma è una assurdità che possiamo sognare confrontando costantemente il sogno con la materia che cambia e con ciò che faremo per trasformare l’oltredemocrazia in qualcosa di meraviglioso. Questa è l’utopia.