Now they say they’re here to uphold the law / But they trample on our rights. Streets of Minneapolis – Bruce Springsteen
English version here!
Negli ultimi mesi sta prendendo forma un attacco sempre più esplicito alle esperienze sociali, culturali e politiche dal basso. Gli sgomberi e le minacce che colpiscono realtà storiche come Leoncavallo e Askatasuna, così come le pressioni e le minacce esercitate su spazi come Spin Time, Officina 99, Labàs e tanti altri, non possono essere letti come episodi isolati o come semplici questioni di ordine pubblico. Sono segnali convergenti di una linea politica che considera problematica, se non apertamente incompatibile, la produzione autonoma di socialità.
I centri sociali, in Italia, non sono mai stati solo luoghi “alternativi”. Da oltre trent’anni rappresentano spazi di sperimentazione politica e culturale, di mutualismo, cooperazione sociale, produzione artistica e musicale. Hanno spesso anticipato risposte a bisogni reali – abitativi, culturali, sociali – proprio nei momenti in cui le istituzioni pubbliche arretravano, si ritiravano o delegavano al mercato. È questa capacità di tenere insieme vita quotidiana, cultura e conflitto che li rende oggi difficilmente governabili.
Colpire questi spazi significa colpire forme di organizzazione collettiva che producono senso, legami e pratiche fuori dai dispositivi istituzionali tradizionali. La repressione, in questo quadro, non è solo un atto di forza, ma una strategia di normalizzazione: ridurre l’agibilità di ciò che eccede, che non rientra, che non si lascia addomesticare.
Sicurezza, controlli, selezione
A questo attacco diretto si affianca una fase più ampia e pervasiva, che possiamo definire senza ambiguità punitiva. Una fase che investe non solo i centri sociali, ma l’intero ecosistema della socialità: circoli culturali, spazi di musica dal vivo, associazioni, realtà del terzo settore, esperienze di cooperazione sociale.
Dopo la tragedia di Crans-Montana, il tema della sicurezza è diventato il grimaldello per introdurre controlli sempre più stringenti su autorizzazioni, normative sul lavoro, responsabilità amministrative e penali. Una stretta presentata come tecnica, neutra, inevitabile. Ma che nella pratica opera una selezione molto chiara.
Non vengono messi in discussione i grandi soggetti dell’intrattenimento, dotati di capitali, strutture, uffici legali e consulenze permanenti. Vengono invece schiacciate le realtà che vivono di prossimità, di lavoro culturale precario, di volontariato, di economie fragili. In altre parole, viene colpito tutto ciò che produce socialità quotidiana nei territori.
La sicurezza, in questo contesto, smette di essere una tutela e diventa un dispositivo di governo. Non vieta apertamente, ma rende impraticabile. Non chiude tutti, ma spinge fuori chi non regge il peso burocratico ed economico. È una forma di controllo che non agisce solo sull’illegalità, ma su ciò che è considerato eccedente, non conforme, politicamente scomodo.
Grandi eventi, mercato vs comunità vive
Questo processo appare ancora più evidente se lo si guarda in controluce rispetto all’espansione dei grandi eventi. Mentre circoli e spazi indipendenti vengono sottoposti a controlli sempre più serrati, i grandi format dell’intrattenimento e della musica dal vivo continuano a crescere senza ostacoli: biglietti sempre più costosi, pubblico sempre più numeroso, sponsor e fondi privati sempre più centrali.
Una crescita che raramente rafforza i territori o le scene culturali locali. Al contrario, funziona come un modello estrattivo: arriva, consuma attenzione e risorse, se ne va. I grandi eventi occupano spazio simbolico, tempo sociale, spesso anche risorse pubbliche, senza costruire continuità né infrastrutture culturali durature.
Negli ultimi anni, anche alcuni dei principali festival europei hanno iniziato a mostrare le crepe di questo sistema. Il caso del Sónar, nel 2025, ha reso visibili i meccanismi di finanziarizzazione che governano molti grandi eventi: proprietà opache, fondi di investimento, assetti di governance sempre più lontani dalle comunità artistiche e dai contesti urbani attraversati. Un modello che riduce la cultura a prodotto, il pubblico a target, l’esperienza a consumo.
A essere svuotato non è solo un certo modo di fare cultura, ma un certo tempo sociale: quello quotidiano, continuativo, fatto di relazioni, pratiche, attraversamenti. Un tempo che non produce picchi di profitto, ma costruisce legami. Ed è proprio questo tempo che oggi viene sistematicamente eroso.
Prendere posizione costa. Organizzarsi è la risposta
In questo scenario, anche i conflitti politici che attraversano gli spazi culturali producono effetti materiali. Quanto accaduto al TPO con l’annullamento del live degli Earth non è stato un atto repressivo imposto dall’esterno, ma l’emersione di una frattura politica. La band ha scelto di non suonare in presenza della bandiera palestinese sul palco; per il TPO quella bandiera non è un elemento negoziabile, perché parte della sua storia e del suo agire. La decisione di annullare il concerto ha avuto un costo economico ma anche relazionale. Non per censura, ma perché prendere posizione oggi ha sempre un prezzo.
Ed è qui che si misura la differenza tra spazi e contenitori. La risposta non è stata il silenzio o il ripiegamento. In meno di ventiquattro ore, il crowdfunding attivato per sostenere lo spazio ha raccolto quasi 3.000 euro. Non un gesto caritatevole, ma una presa di responsabilità collettiva. La dimostrazione che questi luoghi esistono perché esistono comunità che li attraversano e li difendono.
Non è un caso che proprio il TPO abbia ospitato, il 24 e 25 gennaio, l’Assemblea nazionale “O Re o Libertà”. Oltre duemila persone presenti e più di tremila collegate online, per 160 interventi in due giorni. Numeri che raccontano un bisogno diffuso di confronto e autorganizzazione, e che indicano una possibile risposta politica a questo scenario: convergenza, presenza, costruzione dal basso.
Perché è di questo che stiamo parlando: non solo di sgomberi, licenze o concerti. Ma del diritto di esistere di interi pezzi di vita sociale.
Il 28 marzo a Roma, con la mobilitazione nazionale Together in contemporanea con Londra contro i Re, le loro guerre e i loro dispositivi di controllo, è uno dei momenti in cui questa domanda proverà a farsi pratica collettiva.
Non come testimonianza. Ma come scelta politica di campo ora più che mai necessaria.
