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La musica dal vivo non si uccide da sola

Pubblichiamo questo articolo di Flavia Tommasini, compagna del TPO, che contribuisce alla discussione sull’accessibilità alla cultura.

Hellwatt è il sintomo, non l’eccezione. Il live si concentra, si finanziarizza, si trasforma in infrastruttura urbana. E la politica culturale deve scegliere se limitarsi ad accompagnare questa corsa o costruire spazi, competenze, relazioni e nuove cittadinanze.


Hellwatt doveva essere il Coachella italiano”, o almeno così era stato raccontato: grandi nomi, scala internazionale, immaginario globale, RCF Arena di Reggio Emilia come piattaforma per portare l’Italia dentro il circuito dei mega-eventi musicali. Poi qualcosa si è rotto, anzi molte cose si sono rotte insieme: l’intero festival — nel frattempo ribattezzato Pulse of Gaia — è stato cancellato dopo lo stop ai concerti di Kanye West e Travis Scott disposto dalla Prefettura per ragioni di ordine pubblico e sicurezza.

Restano i biglietti da rimborsare, una stagione saltata, un’arena costruita anche con risorse pubbliche — 1,7 milioni di euro su un investimento complessivo di 11,5 — e una gestione che oggi è oggetto di interrogazioni regionali. Hellwatt non è diventato un caso nonostante la sua ambizione da grande evento: è diventato un caso proprio perché quella promessa di grandezza si è scontrata con la realtà materiale dell’organizzazione, dei costi, dei permessi, della sicurezza e della sostenibilità politica di un’infrastruttura pensata per stare dentro il mercato dei grandi live.

A questo proposito L’articolo di Andrea Cegna pubblicato da Rockit ha avuto il merito di nominare il problema: la musica dal vivo, soprattutto nella sua dimensione più grande e spettacolare, sta scivolando da spazio culturale ad asset finanziario, dentro un sistema fatto di grandi operatori, piattaforme di ticketing, arene, sponsor, prevendite e filiere integrate, dove il live viene costruito sempre più come infrastruttura economica, logistica e reputazionale.

La concentrazione del mercato è solo una parte della questione. Nessun mercato si organizza nel vuoto, nessuna arena cade dal cielo, nessun grande evento occupa una città senza autorizzazioni, relazioni, facilitazioni, narrazioni pubbliche, sostegni diretti o indiretti. Mentre il mercato pianifica benissimo i propri interessi, spesso le amministrazioni sembrano limitarsi ad accompagnare, autorizzare, comunicare, intestarsi un pezzo di ritorno simbolico.

Da qui si apre la domanda politica: chi sta governando la musica dal vivo?

Grande per chi?

Su Soundwall, Damir Ivic ha scritto cose importanti. Ha criticato duramente il caso Reggio Emilia e ha ricordato che in Italia i grandi festival si possono fare bene. Nameless , Kappa FuturFestival, Jazz is Dead per esempio, sono eventi cresciuti nel tempo, capaci di costruire competenze, cura produttiva, immaginario e attenzione all’esperienza del pubblico.

Questa distinzione evita la scorciatoia romantica del piccolo contro il grande, perché esistono grandi eventi costruiti con visione, competenza e radicamento, così come esistono piccoli eventi che replicano in scala ridotta le stesse logiche di mercato. La questione riguarda il modello di crescita: una crescita che lascia competenze, relazioni, economie, scene e pubblici, oppure una crescita estrattiva, fondata sulla promessa, sulla comunicazione e sul posizionamento competitivo.

L’industria del food, del resto, ci ha già mostrato come funziona: lo stesso avocado toast da Lisbona a Bologna, la stessa bowl proteica da Milano a Berlino, lo stesso pulled pork “artigianale” in ogni mercato urbano rigenerato d’Europa. Tutto diverso, tutto locale, tutto autentico, eppure tutto stranamente con lo stesso sapore.

Il rischio per la musica dal vivo è simile: molte città, molti festival, molte promesse di unicità, ma line-up, immaginari e forme di consumo sempre più intercambiabili. La varietà viene messa in scena, mentre la differenza reale si restringe.

Emilia-Romagna, laboratorio affollato

L’Emilia-Romagna è un osservatorio perfetto per ragionare su questo nodo, perché nel raggio di pochi chilometri convivono Campovolo ( la RCF Arena a Reggio Emilia), l’Autodromo di Imola, lo Stadio Dall’Ara e l’Unipol Arena nell’area bolognese, Sequoie Music Park, i grandi eventi a Ferrara, oltre a una costellazione di festival, stagioni estive, rassegne, club, spazi culturali, centri sociali, teatri e arene temporanee. Se allarghiamo appena lo sguardo, a poca distanza ci sono anche le piazze fortissime di Milano e Firenze.

È un territorio ricco, denso, attraversato da una lunga storia di produzione culturale e da una notevole concentrazione di infrastrutture; proprio per questo la somma degli eventi non può bastare. Un grande concerto, un’arena, una stagione estiva, un festival, una concessione, un patrocinio, un cartellone: tutto questo produce calendario, produce comunicazione, produce indotto, ma non produce automaticamente una politica culturale.

Un grande evento può portare persone, alberghi pieni, ristoranti che lavorano, ritorno mediatico. È un valore reale, e negarlo sarebbe sciocco. Ma la domanda che una pubblica amministrazione dovrebbe porsi arriva subito dopo: cosa accade intorno e cosa resta quando il palco viene smontato? Un’arena piena produce sviluppo economico, immagine, consenso; per diventare ecosistema culturale, però, deve generare anche competenze, relazioni, continuità, accesso, possibilità per chi lavora e produce cultura sul territorio.

Il valore culturale di un evento non sta solo nei flussi che genera, ma nelle condizioni che lascia: spazi, competenze, relazioni, possibilità.

La città come immagine

Il caso del dj set gratuito di Charlotte de Witte in piazza Matteotti a Genova è utile proprio perché va letto politicamente, senza moralismi e senza ingenuità. È stato un evento riuscito, partecipato, potente nella sua immagine pubblica: una grande artista internazionale, una piazza piena, una sindaca sul palco, una città che per una sera si racconta giovane, viva, attraversata dalla musica.

La sua riuscita è parte dell’interesse del caso. Una piazza storica riempita di corpi, suono e desiderio collettivo è bellissima; proprio quella bellezza, però, chiama la politica alla responsabilità della domanda successiva. Se restano spazi più accessibili per la musica, politiche per la notte, sostegno ai club, percorsi per chi produce cultura, risorse per le scene locali, allora quell’evento è parte di una politica culturale. Se invece resta soprattutto un’immagine virale, utile a dire che la città è viva, giovane, attrattiva, allora non siamo davanti a una svista, ma a una scelta: usare la cultura come operazione di immagine, efficace e anche potente, ma diversa da una politica culturale capace di costruire ecosistemi.

E la differenza non è piccola, perché la cultura può essere infrastruttura democratica oppure scenografia del consenso. Può aprire possibilità o limitarsi a produrre una rappresentazione desiderabile della città. Può generare continuità o bruciare tutto nell’intensità di una sera.

La scarsità produce conformismo

Il paradosso è che anche il cosiddetto indipendente, dentro questo scenario, finisce spesso per muoversi secondo logiche simili, solo con meno soldi: festival più piccoli, economie fragili, stesse agenzie di booking, line-up che si assomigliano, poca possibilità di rischio.

La scarsità produce conformismo, perché se hai poco margine programmi ciò che è già validato, e se tutti programmano ciò che è già validato le scene si assottigliano.

Qui il lavoro di Alberto “Bebo” Guidetti ne Il capitale musicale. Guida all’ascolto della governance algoritmica aiuta ad allargare il campo senza cambiare discorso. Guidetti ragiona sulla musica come laboratorio della governance algoritmica: artisti trasformati in creator, ascolti trasformati in dati, creatività piegata all’engagement, novità culturale penalizzata perché meno prevedibile.

Questa logica attraversa anche il live, il booking, la programmazione e il modo in cui gli eventi vengono pensati e valutati: si replica ciò che funziona, si ottimizza ciò che è già riconoscibile, si riduce il rischio e, insieme al rischio, si riduce anche la possibilità di produrre differenza. È qui che la scarsità economica e la predittività culturale si incontrano: entrambe spingono verso il già noto, il già vendibile, il già comunicabile.

Chi decide cosa resta?

Una politica culturale pubblica dovrebbe servire esattamente a questo: sottrarre al mercato il monopolio delle decisioni su cosa merita spazio, attenzione e continuità.

Alle amministrazioni si può chiedere di esercitare una funzione di governo culturale, guardando agli eventi come parti di un ecosistema e costruendo relazioni tra grandi arene e piccoli club, tra festival internazionali e produzioni locali, tra attrattività turistica e accesso culturale, tra infrastrutture e comunità. Mettere eventi in fila riempie un calendario; decidere quale sistema culturale si vuole far crescere è un’altra cosa.

Quando la politica rinuncia a pianificare o si concentra sulla pianificazione di immagine, il vuoto viene occupato da altri: dal mercato, dai grandi operatori, dagli sponsor, dalle piattaforme, dalle infrastrutture, dalle logiche di rendita. E quando questo accade, la cultura diventa un linguaggio buono per tutte le stagioni: serve a vendere città, attrarre flussi, produrre consenso, riempire calendari, ma perde progressivamente la capacità di trasformare davvero i territori.

La musica dal vivo è intrattenimento, turismo, economia della notte, ma è anche uno spazio in cui si producono appartenenze, linguaggi, corpi collettivi e forme di cittadinanza. Consegnarla interamente alle logiche dell’estrazione, della predittività e della concentrazione significa perdere diversità musicale e capacità culturale.

Forse allora la domanda da fare è molto meno seducente del prossimo “Coachella italiano” e molto più urgente: che cosa vogliamo che la musica dal vivo faccia ai nostri territori?

E chi se ne assume la responsabilità politica?