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In merito alla tesi

A seguito dell’uscita del programma del Meeting di Bologna: Europe beyond the west proponiamo un contributo degli Spazi Sociali di Reggio Emilia pubblicato su Linea Reggiana per proseguire la discussione sulla tesi e affrontare alcuni nodi centrali riguardo l’Europa, la fase che sta attraversando e il nostro agire.


In merito alla tesi. Europa in fase costituente e nuova fase della lotta di classe

La tesi sull’Europa vuole essere una proposta politica rivolta a tuttə coloro che riconoscono nelle cosiddette policrisi della attuale fase storica i prodromi di una transizione, contro tutti quei poteri che lavorano per impedirla. Essa ha come limite il continente europeo, e come ipotesi fondante la considerazione che l’Europa si trovi nella impossibilità di proseguire ad essere quella che è stata dalla fine della guerra fredda ad oggi.  L’Europa svolge un ruolo marginale nell’attuale fase dell’accumulazione capitalista poiché non esiste un capitalismo europeo. I tecnocrati europei provano a determinare le condizioni per la creazione di un capitalismo europeo, con la moneta unica, con gli eurobond, con l’unificazione dell’industria militare. Ma il capitalismo esiste nella persona dei capitalisti, e l’accumulazione è al contempo concentrazione del capitale. Che l’Europa sia un arcipelago di stati nazionali e di capitalismi nazionali ha finora reso inefficaci questi tentativi. 

Ma in Europa vi è un capitalismo diverso sia dal capitalismo statunitense alimentato dalla rendita finanziaria, sia dal capitalismo cinese che si alimenta con la diffusione della capacità produttiva, anche da un’altro punto di vista. Il capitalismo in Europa si caratterizza per la profonda capacità di autorganizzazione delle forze produttive di quella che possiamo chiamare politica economica delle formazioni sociali. La lotta di classe caratterizza il capitalismo europeo perché ne ha sempre determinato l’evoluzione.  La classe operaia, le classi lavoratrici, il proletariato, non hanno solo lottato dentro al capitalismo ma anche contro. Il socialismo, i diritti universali, la redistribuzione del reddito, la difesa dei territori sono caratteri specifici del capitalismo europeo, per come esso è stato determinato dalla lotta di classe.  La sua trasformazione in un capitalismo unitario non può avvenire senza assorbire e in qualche modo sussumere queste sue caratteristiche, e questo vuol dire che non potrà mai avvenire senza una partecipazione attiva dei lavoratori, senza lotta di classe. 

È questa la premessa che rende non solo plausibile ma necessaria dentro a un processo costituente europeo l’alleanza tra ribelli e democratici. 

Con questa proposta politica si vuole superare i limiti emersi negli anni post guerra fredda nei vari momenti di lotta, poiché essi hanno inciso nei processi politici che si sono succeduti in questi anni solo come freno, segnando limiti invalicabili alle varie destre che si sono succedute, e allargando la capacità di autodeterminazione e di autorganizzazione delle forze produttive vive della produzione sociale.  Ora si propone che questa autonomia e la forza produttiva che essa costituisce si assuma il compito di determinare la direzione entro cui costruire il capitalismo europeo. La sua caratteristica non può essere né quella di un capitalismo delle big tech che si alimenta con la rendita finanziaria, né un capitalismo produttivista che espande la produzione ad ogni angolo del mondo. Il capitalismo europeo dovrà sostenersi sulla produzione sociale, lasciandosi alle spalle l’illusione liberalista di poter creare una società di individui adattati a un capitalismo da libero mercato, che alimenta solo false identità nazionali e conflitti fuori dalla storia, per aprire all’autonoma capacità organizzativa e produttiva delle forze della produzione sociale. Da oggi lottiamo per cambiare il capitalismo europeo. Come un secolo fa sì lotto per il socialismo, da oggi lottiamo per una politica economica della produzione sociale. Questa è la proposta politica. 

Per fare ciò è necessario partire da un punto fermo, da ciò che abbiamo descritto nel documento “Tesi sulll’Europa”. L’Europa è oggi in una fase costituente. Che lo si voglia o meno, che sia stato voluto o meno, che molti dei protagonisti di questa stagione politica lo abbiano capito o meno il nostro continente è investito da questo passaggio e ciò è ineludibile. La variabile sta nel come i vari attori si approcciano a questa fase. Comprenderla significa essere capaci di partecipare e di determinare direttamente la direzione che l’Europa, e quindi la lotta di classe, potrà prendere. Dalla comprensione di ciò prendono corpo le due posizioni presenti nel nostro campo, una di avanzamento e una di arretramento, diametralmente opposte tra loro e che vede dall’altro lato della “Tesi sull’Europa” quella che vede, da sinistra, un ritorno all’Europa delle nazioni, all’Europa degli Stati forti: a tutti gli effetti un’approccio di destra alle sfide del presente. È una posizione abbracciata da quel magma ribollente che si rifà ad un malcelato sovranismo di sinistra, corrente che invoca il ritorno prepotente dello Stato Nazione e che idolatra Putin come “baluardo antifascista” o come argine all’unico imperialismo riconosciuto a livello mondiale, quello americano, quella concezione del nemico del mio nemico, concezione ormai superata dalla storia, lettura binaria della politica e della società che non fa capire nulla delle trasformazioni in atto e che, di fatto, esclude dalla propria analisi la possibilità stessa della lotta di classe.

La lotta di classe, per sua storia e per sua natura, non fa riferimento a nessuno Stato, a nessun governante per questo tutto ciò che abbraccia la statualità e la governamentalità ad essa collegata è una posizione politica da combattere. Posizioni deboli e subalterne che sfociano nel conservatorismo più gretto. Quando si stavano costituendo gli Stati nazionali, la lotta di classe si svolgeva all’interno di quel processo costituente: ogni classe operaia nazionale lottava dentro i confini del proprio Stato per ridistribuire ricchezza e potere. Oggi è l’Europa che si potrebbe costituire come nuovo soggetto  e solo dentro questa dinamica, quella della costituzione europea dell’oggi, la lotta di classe può oggi darsi concretamente e avere un nuovo ciclo espansivo. Oggi non c’è perimetro nazionale che basti a leggere la fase politica attuale. Questo non vuole dire che parliamo di aleatorie lotte in europa e che le lotte non si debbano svolgere all’interno del perimetro nazionale in cui si vive e si opera ma vuole dire che sì le lotte sono territoriali ma che attorno ad essere deve essere presente una rete europea concreta che a partire dal presente condivida un obiettivo comune. Senza obiettivo comune non c’è lotta reale e espansiva, non c’è lotta che abbia l’intenzione di andare al cuore del problema: l’Unione Europea neoliberista i suoi burocrati e le sue lobby, finanche all’approccio e alla dimensione pratica, politica e militare nella denominazione storica di Occidente. 

Certamente a molti può sembrare un esercizio sterile parlare in questi termini, ma è proprio in questo periodo in cui le dinamiche storiche non sono favorevoli per un ribaltamento dei rapporti di forza che è necessario porne le basi, proprio perché siamo in pieno in un momento di trasformazione politica e sociale che occorre affrontare questa determinata dinamica perché queste trasformazioni prendano il verso che noi vogliamo, che è decisamente il contrario di rintanarsi nel più confortevole utopico e retrogrado stato nazione sovrano che gioca le sue carte nella geopolitica internazionale grazie anche alla rinnovata epopea militarista in corso. Con ciò non intendiamo sminuire la portata e la centralità che i giochi geopolitici hanno nella fase costituente europea ma vogliamo precisare che tenerne conto e studiarli è necessario ma, essi, non possono assumere la centralità dell’analisi dello schieramento e delle lotte dell’oggi per una nuova centralità della lotta di classe.

La fase di riarmo europeo è centrale per capire il riconoscimento della classe da ogni punto di vista così come della costituzione dell’Europa ne è il motore. Intanto va detto: l’Unione Europea sta lavorando a una propria intelligenza artificiale — non i singoli Stati membri ognuno per sé ma partnership a livello continentale. Naturalmente questa intelligenza artificiale nasce già collegata all’industria bellica e all’industria del controllo. La questione del riarmo europeo ci mette di fronte al classico schema a cui ci ha abituato il capitalismo post 2008, soggetti privati che investono soldi benevolmente devoluti dall’Unione Europea, cioè i soldi delle tasse di ognuno di noi, e producono armi traendo profitto privato e dividendi per gli investitori. Armi europee per gli eserciti europei, armi europee che conteranno maledettamente nella fase costituente europea come l’abbiamo descritta. 

Stanno lavorando bene: stanno costituendo l’Europa attorno al riarmo, un riarmo finanziato con soldi dei cittadini europei. Nello stesso lasso di tempo in cui fungiamo da finanziatori primari dell’industria bellica ci tocca subire l’aumento spropositato dei costi di vita con conseguente impoverimento e peggioramento dello stile e dell’aspettativa di vita, e questo accade proprio nel momento in cui gli stili di vita generalmente intesi iniziano a subire un mutazione anche dovuta all’avvento dell’intelligenza artificiale, la quale rappresenta la chiusura del cerchio vista la connessione diretta con il riarmo. L’IA è il nuovo potere: chi gestirà più proficuamente l’intelligenza artificiale avrà il potere. Di solito questo si racconta in termini di scontro tra potenze ma se parliamo del mondo occidentale non è affatto detto che siano gli Stati a gestire questa partita. Per la Cina sì, probabilmente; ma nel nostro mondo non è scontato aggiungendo nuove variabili e nuovi attori a noi fortemente nemici. 

Uno degli aspetti che ci deve interessare rispetto allo sviluppo e alla proliferazione dell’intelligenza artificiale è il ritorno al vecchio adagio per cui a ogni salto tecnologico corrisponde una perdita di posti di lavoro e che quindi anche l’IA farà saltare posti di lavoro. Posto che il capitalismo fino ad oggi ha dimostrato di sapere sorpassare agevolmente questo tipo di ostacoli dobbiamo notare che rispetto al passato non sono i lavori manuali quelli attualmente “in pericolo” ma sono chiaramente quelli cognitivi, lavori di intere fasce sociali che prima erano garantite dal vecchio modello capitalista da una parte e dalle conquiste delle lotte sociali dall’altra. Quelle fasce sociali sono già a rischio impoverimento e in procinto di divenire migranti — se qui non c’è più lavoro, la gente si sposterà altrove come è sempre successo dagli albori della civiltà — pochissimi passeranno a fare gli elettricisti o gli idraulici(finchè la robotica lo permetterà), altri cercheranno altrove. E così che questa enorme fascia di ex-garantiti dal vecchio sistema neoliberale torneranno a far parte della base degli sfruttati nella, per loro inedita, condizione di nuovi impoveriti e nuovi migranti. È questo ciò che produrranno i cambiamenti in atto, ed è su questo che si baserà la nuova Europa guidata dal nuovo corso dell’unione europea bellicista supina ai grandi CEO delle big-tech e determinata dall’estremismo di destra in giacca e cravatta.

È a partire da qui che non dobbiamo più concepire la classe come l’operaio e basta o il lavoratore manuale e nient’altro. È una classe ben più ampia, ben più sfaccettata, meno strutturata — ma resta classe, perché continua a darsi all’interno dei rapporti di produzione sociale. La questione diventa come noi stessi in quanto attuale sottosistema possiamo entrare nella nostra fase costituente e aspirare a connettere questa enorme disgregata e scoordinata classe, al contempo, su scala nazionale e su scala europea dentro la fase attuale, che non sarà breve.