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Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i nobili e la plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a’ romori ed alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano; e che e’ non considerino come e’ sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo e quello de’ grandi; e come tutte le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere seguito in Roma

(N.M.)

I municipi sociali di Bologna nascono come ibrido politico e sociale, all’incrocio tra soggettività, reti, processi organizzativi forti, hanno un rapporto articolato con la politica municipale, ma sono ad essa dialettici.

I municipi hanno, tra i meriti, un difetto: scrivono poco di essi e comunicano in maniera un po’ approssimativa – se vi fossero lettori disponibili a mettersi in gioco e darci una mano sarebbero i benvenuti.

I municipi si nutrono di cooperazione sociale non mercantile, i loro progetti sono basati sulla messa in comune di professionalità e saperi per sviluppare gli interventi sociali che compongono uno spettro davvero articolato: dalle scuole di italiano per donne migranti alla cura delle patologie odontoiatriche, dalla riparazione delle biciclette – ‘il’ mezzo di locomozione della nostra città- alla compilazione della domanda per il reddito di cittadinanza, dall’infermieristica al dopo-scuola di quartiere, dai servizi di assistenza – in bici!- per gli homeless al laboratorio di recupero architettonico, dallo sport etico e popolare al servizio di supporto psicologico.

I progetti sociali sono i muscoli che reggono l’esoscheletro dei municipi, su di essi si innestano le reti neurali organizzative, il cui obbiettivo è la trasformazione radicale dell’esistente.

Dentro e contro, autonomia ed interdipendenza, (ri-) produzione sociale e rivoluzione: questo è l’elastico bio-politico dei municipi sociali.

Vorrei stressare l’aspetto delle professionalità attivate nelle reti, ovvero la ricchezza che si crea dalla messa a valore di centinaia di talenti, esperienze, saperi altamente scolarizzati nei progetti di cooperazione sociale non capitalistica. E’ un processo dai tre versi: valore per la città, valore per chi condivide tempo e testa, valore per il municipio che accumula potenza e forza nell’intreccio dei progetti che tra loro dialogano e che nutrono gli organi conflittuali del corpo municipale.

I municipi sono interdipendenti tra essi e sono interdipendenti con la politica municipale. E’ evidente quindi che ad oggi vi è una relazione tra autogoverno nei municipi e governo della città. E’ del tutto trasparente: la forza dei municipi si è espressa in forma corsara dentro Coalizione civica, aumentandone la forza- anche elettorale-, limitandone il rischio di contagio con la patologia nota come “autonomia del politico” e mantenendo alta la tensione trasformatrice al suo interno. Di più: questa anomalia territoriale impedisce il gioco rappresentanti / rappresentati perché i secondi sono sull’uscio quotidianamente a dire cose in modo differente ed anomalo o fare cose non conformi al Palazzo ed in modi ruvidi.

Il nodo è il rapporto tra movimenti e governo: ne abbiamo viste di esperienze, alcune tragiche, altre tragicomiche in questi vent’anni! Abbiamo visto “governi del Popolo”, locali o nazionali, tentativi spesso maldestri di combinare “vera sinistra” e governo; non è questo lo spazio per un bilancio serio ed approfondito, ma a noi pare che la vocazione di sintesi di quei progetti conteneva il virus della malattia degenerativa. Rimuovere il dato di limite, ridurre la dialettica, assumere nel governo la contestazione allo stesso, conduce progressivamente all’esaurimento della tensione produttiva sia nel governo che nella sua contestazione.

Noi consideriamo la relazione tra movimenti e governo come una partita aperta, limpida nella sua dialettica, ibrida nei punti di contatto, distonica nei tanti momenti di dissenso o di aperto scontro.

E’ un rapporto – di forza- che si ricombina nei temi e nei quartieri, si sviluppa nel tempo, non ha una sintesi definitiva, piuttosto in equilibrio dinamico tra i diversi attori, ognuno con il proprio ruolo.

La lotta di classe fa avanzare le conquiste, muove la storia, nei momenti in cui il rapporto di forza tra le classi è a noi favorevole allora si definiscono smottamenti che aprono a processi di innovazione, anche radicale; a volte si aprono anche fasi costituenti, se assumiamo una prospettiva storica ampia ed epocale.

Non siamo a questo punto, non abbiamo ancora la forza per scrivere una Lex Hortensia, come avvenne nel III secolo avanti cristo nella Roma repubblicana, ma ricordiamo che si può fare.

In questi due mesi i municipi hanno filiato Casa Vacante, splendido esempio di lotta contro la mala gestione del patrimonio pubblico, contro la svendita di immobili abbandonati al degrado nell’inutilizzo nel pieno della crisi dell’offerta di case in città.

L’occupazione (“appropriazione”, altissimo e supremo atto politico) ha messo al centro una discussione originale tra cittadini – occupanti e residenti-, istituzioni -Unibo, Comune, Chiesa-: ci portiamo a casa che un pezzo del patrimonio pubblico viene sottratto alla svendita sul mercato immobiliare e verrà valorizzato per forme abitative non conformi e non mercantili.

Straordinario.

Se vediamo questo processo dall’alto di una delle nostre cento torri, ci pare di vedere un bell’esempio di scontro tra plebei e patrizi, tra proletari e capitalisti, tra lavoro vivo sociale e rendita che si risolve in maggiori diritti per decine di cittadini, con la spinta dal basso, apertamente conflittuale.

Senza il conflitto sociale il governo della città avrebbe decretato quanto in oggetto ? Dura credervi.

Ai municipi avrebbe convenuto il mantenimento dello status quo, articolandolo nella tradizionale processualità occupazione- sgombero- nuova occupazione? Può darsi, ma stiamo attenti a non ritornare anche noi dentro l’autorappresentazione del sé, antica malattia endemica anche nei “movimenti”.

Talvolta è meglio scrivere dal basso “le buone leggi da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano ”.

Per questo credo che il primo tempo della partita di Casa vacante – perchè di questo di tratta- possa essere utile come esempio, parziale e limitato, per i tanti conflitti sociali ed ambientali che a Bologna debbono germinare. Non tanto per la forma della lotta -ognuno scelga la sua perbacco- quanto sulla dialettica tra l’autonomia della lotta, la dialettica con il governo, la partita ibrida e plurilivello che si po’ giocare tra i diversi piani, “con genio e fortuna”, senza dimenticare la ragione per cui si esiste, senza rinunciare ad ogni pertugio per aprire spazi ed agire sulle contraddizioni.

Per imparare, dagli errori e dai successi.

Insomma, noi siamo ibridi. E ci piace davvero moltissimo guardare negli occhi chi inorridisce quando glielo diciamo con il sorriso.